Archivio mensile:aprile 2017

Origine del nome “Carso”

Per lungo tempo si ritenne che il nome “Carso” derivasse da “Karna” , l’antichissima lingua celtica diffusa tra le popolazioni che tra il IV e III secolo a.C. si stabilirono nell’attuale Venezia Giulia, in Istria e nella Dalmazia (nota 1).
Con l’espansione indoeuropea e le frammentazioni etniche e linguistiche il termine identificativo divenne “Karst” per le genti germaniche e “Kras” per quelle slave, che se ne serviranno poi come radice per i nomi di catene montuose, di intere regioni e di singoli villaggi.

Il più antico documento scritto in cui appare il toponimo Carso (nota 2) risale al 1125, anno in cui risulta la donazione di un mulino da parte del Patriarca al Monastero di San Pietro in Carso, presso Buie.

Nel 1314 fu menzionato un mulino nella Ecclesia Sanct Joannis de Carsis (l’antica chiesa presso le risorgive del lago Timavus) e nel 1328 venne sottoscritto l’atto di vendita di due masi nella vila  Paschian de Carsis presso Castelnuovo.

Come risulta sui libri degli Statuti di Trieste già nel Trecento appare la citazione di vila Prosechi super Carsis riferibile proprio al territorio.
Il potere su di esse era esercitato allora dai vicari dei podestà Conti di Gorizia ma si verificavano frequenti conflitti con le signorie dei Walsee, duchi di Duino, per il patronato sulle chiese del Carso.

Due secoli dopo, verso la metà del Cinquecento, sugli Statuti e sui Libri dei Camerari per indicare le terre carsiche compaiono i nomi di “Vena” o “i Vena” anche se sarebbero più riferibili ai monti della Carniola.
Nella mappa stampata nel 1557 da Gian Andrea Valvassore, detto il Guadagnino, accanto alla scritta “Iapidia” come anticamente era chiamata l’Istria, appare per la prima volta il nome “Charso” riportato anche nelle carte veneziane del 1569 e 1571 mentre su quelle della Carniola è menzionato il nome “Karst”.

Nella foto la mappa del Guadagnino del 1557
Solo nel 1593 in una carta della regione Iulia di Duino e Gorizia si trova per la prima volta la scritta “Carso” riportata anche sulla mappa di Giovanni Antonio Magini del 1620 mentre in quella di Johan Blaeu del 1642 riappare ancora la scritta “Iapidia” con le zone della Carniola e della Liburnia.

Nella foto la mappa J. Blaeu del 1642
Alla fine del Seicento il toponimo “Carso” inteso come luogo geografico verrà usato in tutte le mappe del territorio italiano mentre la definizione di “Karst” rimarrà su quelle tedesche e di “Kras” su quelle slave.

Nella foto della Biblioteca Civica un opuscolo di Adolf Schmidl con le annotazioni di Pietro Kandler:

Quindi se per carsismo si potrebbero intendere le caratteristica geologiche di tutti i fenomeni calcarei, il toponimo “Carso” resta pur sempre il nome di un territorio geograficamente ben determinato e compreso tra le zone retrostanti di Trieste al lago di Circonio e tra il corso del Vipacco fino al mare.

La mappa (su Enciclopedia Treccani) con le diciture di Carso “Proprio”, “Carniolino”, “Liburnico” e “Istriano”:
Tra le suddivisioni del Carso triestino, sloveno e istriano non si può stabilire quale sia quello per così dire “classico”. Se in Slovenia si trovano i fenomeno più spettacolari del carsismo, come il menzionato lago di Circonio o le splendide Grotte di Postumia e San Canziano, nel Carso triestino esistono le maggiori concentrazioni di cavità naturali al mondo con la presenza della grandiosa Grotta Gigante e le misteriose risorgive del Timavo che vantano millenni di celebrità.

Note:
1. Da Enciclopedia Treccani
2. La parola toponimo deriva dal greco tòpos “luogo” e ònoma “nome”

Stalattiti e stalagmiti

Come afferma il nostro Dante Cannarella i geologi e geofisici dovranno studiare per molti anni ancora prima di comprendere l’origine e lo sviluppo delle grotte. Le nuove ricerche e gli ultimi studi sul carsismo si stanno infatti concentrando su tesi geologiche ad ampio raggio, non solo, ma riprenderebbero quelle sulla “deriva dei continenti” ipotizzate fin dall’inizio del Novecento come origine delle conformazioni terrestri.
Seppure non ci permetteremmo mai di entrare nel merito di tesi e trattati scientifici ma volendo solo comprendere un po’ quanto il Carso offre ai nostri occhi, riporteremo qui alcune informazioni sulle strabilianti formazioni nelle cavità sotterranee.

Il principio del carsismo, ci insegna Cannarella, è semplicissimo: il carbonato di calcio, cioè il calcare, a contatto dell’acqua e dell’anidride carbonica presente nell’aria, si scioglie trasformandosi in bicarbonato di calcio che a sua volta sedimenta cristallizzandosi in calcite formando varie concrezioni di cui le stalattiti e le stalagmiti sono le più appariscenti.
Le azioni dell’acqua hanno però diversi fattori condizionanti che accelerano o rallentano i suoi effetti: le gocce in sospensione sulle volte delle grotte perdono infatti il contenuto di anidride carbonica e depositeranno il bicarbonato di calcio che solidificandosi assumerà delle forme subcristalline creando le stalattiti mentre le gocce che per effetto dell’evaporazione perderanno gran parte del carbonato di calcio precipiteranno al suolo e solidificandosi con i suoi residui origineranno le stalagmiti.
Nella foto le stalattiti con le gocce di sospensione:Le formazioni di stalattiti con un esempio di contorsione:
Quando la distanza tra la volta e il suolo è modesta le stalattiti e le stalagmiti si uniscono formando, a seconda delle misure, candele e colonne:Le loro forme hanno un’infinita serie di varianti che non ci si aspetterebbe dalla logica di un continuo stillicidio e anziché crescere in verticale subiranno spostamenti e inclinazioni causate dai fenomeni neotettonici trasformandosi così nelle mutevole forme delle cosiddette “stalagmiti atipiche” di cui si è accennato nel precedente articolo.

Anche sui “veli calcitici” depositati lungo le pareti delle caverne si possono notare delle fratture larghe diversi centimetri o alcune linee ingrossate come cicatrici rimarginate in seguito ai continui movimenti della crosta terrestre.
Gli studi in merito a queste e altre fenomenologie presenti nelle grotte carsiche come le colonne spezzate e le varie sovrapposizioni degli strati del suolo attestano gli importanti movimenti tettonici che si verificarono tra i dodici e diecimila anni fa provocando l’innalzamento delle terre carsiche e forgiarono in modo difforme e mutevole gli affascinanti scenari sotterranei.

Ci piace concludere questo breve articolo con il sorprendente fenomeno acustico che si verifica percuotendo i particolari colonnati internamente vuoti e suggestivamente chiamati “canne d’organo”.

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – foto di Pino Sfregola

Il carsismo ipogeo

Il carsismo ipogeo comprende tutti i fenomeni sotterranei come gli inghiottitoi, i pozzi, le grotte e le caverne che costellano le nostre terre e continuano a essere studiati senza vere e proprie certezze scientifiche.
Nella foto una grotta in una dolina di crollo: Le vecchie teorie inerenti una preistorica preesistenza di tutte le cavità vennero smantellate per il presupposto che le imponenti spinte orogenetiche all’origine dell’altopiano carsico avrebbero compresso tutti i vuoti fino alla loro completa dissoluzione. (nota 1)

Una delle teorie più moderne sulla genesi del carsismo, enunciata nel 1941 dal professor Antonio Marussi (nota 2) asseriva che fossero state le acque fluviali e meteoriche insieme ai materiali alluvionali dissolti dagli agenti atmosferici a intaccare il calcare penetrando nelle fratture, nei giunti di stratificazione e nei pozzi verticali formando una estesa rete sotterranea di scorrimento.
Nella foto (di Pino Sfregola) le spettacolari formazioni interne create dallo stillicidio dell’acqua e i suoi diversi livelli segnati sulle pareti:

Per rendere plausibile la grandiosità delle formazioni ipogee fu proprio il Marussi a supporre l’esistenza del Paleotimavo, l’antichissimo grande fiume del Carso, le cui immani portate di acqua con lo scorrere dei tempi sarebbero state inghiottite dalla terra. (vedi articolo “Le due nature del Carso”)
Nel disegno uno schema di evoluzione di una grotta con i depositi di riempimento: l’antica superficie carsica erosa nel settore A – la superficie attuale in B con la cavità comunicante in C – i depositi di calcite in D – il riempimento di argille e detriti in E:
Considerando però che le formazioni stratiformi hanno diverse compattezze e gradi di purezza, che vennero sedimentate in periodi e condizioni diverse e che le cavità sotterranee sono anche comunicanti tra loro, fu posto il problema se fosse plausibile la teoria del Marussi o se si potesse riconsiderare la preesistenza di una rete di pozzi e gallerie poi apertesi in superficie.

Negli anni Cinquanta il professor Walter Maucci (nota 3), allora un giovane naturalista e speleologo, sostenne così la teoria dell’ “erosione inversa” causata da una serie di movimenti terrestri che spinsero le cavità naturali verso l’alto formando sia le stratificazioni verticali che quelle orizzontali e trasversali.
Nella foto (di Giorgio Marzolini) una massiccia stalagmite inclinata dai sommovimenti sotterranei:  Stalagmite formata su una precedente: La teoria di Maucci sarà sostenuta anche da studi successivi diffondendosi negli ambienti speleologici per una decina di anni sebbene si ammettesse che la formazione degli inghiottitoi di superficie fosse inconoscibile o quantomeno talmente complessa da dover essere analizzata singolarmente.

Negli anni Sessanta, dopo le teorie di Marussi e di Maucci, apparvero gli studi morfologici del professor Carlo D’Ambrosi (nota 4) portati poi avanti dallo speleologo Fabio Forti (nota 5) nel cosiddetto “metodo della ricerca integrale” del carsismo che analizzava le fratturazioni causate dalle spinte orogenetiche, le dissoluzioni superficiali dei calcari e i fenomeni di meteorologia ipogea.
La serie di pozzi che si trovano nelle grotte più profonde indicano infatti la genesi e le caratteristiche chimiche e strutturali delle rocce e dalle loro diverse stratificazioni: le azioni delle acque sugli strati di calcare puro formeranno cavità profonde, su quelli bituminosi o dolomitici agiranno sugli interstrati formando una serie di gallerie che seguiranno le pendenza degli strati sottostanti.

Nella foto un’antica cavità con formazioni calcitiche fossili inclinate e le vaschette con i bordi rialzati: Sia le teorie dell’erosione inversa che quelle della ricerca integrale contribuirono a portare nuove formulazioni in tema di carsismo ma per la vastità e la dinamica di tutti i suoi fenomeni tutti gli studi passati, presenti e futuri dovranno necessariamente compenetrarsi e completarsi vicendevolmente.

Note:

1. La più massiva spinta orogenetica, avvenuta ben 30 milioni di anni orsono, provocò un innalzamento dell’altopiano carsico di un centinaio di metri e poiché la superficie calcarea si scioglie di 3 mm. ogni 100 anni vennero consumati 900 metri di rocce.

2. Il professor Antonio Marussi (Trieste 1908 – 1984) fondò negli anni Cinquanta l’istituto di Geofisica dell’Università e tra gli anni Sessanta/Settanta fu Presidente Onorario dell’Associazione Internazionale di Geodesia e Preside della Facoltà di Scienze.

3. Il professore Walter Maucci (Vienna 1922 – Trieste 1995) insegnante di scienze, diede vita ad una Sezione Geospeleologica in seno alla Società Adriatica di Scienze Naturali, creando di fatto una spaccatura nella speleologia locale (nota da: “Commissione Grotte Eugenio Boegan).

4. Il professor Carlo D’Ambrosi, nato a Buie d’Istria nel 1898 e morto a Trieste nel 1992, insegnò all’Istituto universitario di Mineralogia e svolse indagini geologiche, geotecniche, minerarie e soprattutto idrogeologiche.

5. Nato a Trieste nel 1927 Fabio Forti diresse la Federazione Speleologica Triestina; nel 1949 entrò nella Commissione Grotte di cui venne presto chiamato a far parte del Consiglio Direttivo apportandovi grandi successi esplorativi.

Fonti: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998; Guida del Carso Triestino, Edizioni Svevo, Trieste, 1975; boegan.it

I campi solcati

I cosiddetti “campi solcati” sono originati dalle azioni dissolutive delle acque pluviali che agiscono con maggiore o minore intensità sulle distese di sassaie e masse pietrose che emergono dalla terra.
Lo speleologo Fabio Forti sostiene che sull’altopiano carsico si trovano le più belle forme microcarische del mondo in quanto proprio la diversa natura delle rocce e l’alternanza del clima hanno modellato le masse pietrose nelle caratteristiche forme delle scannellature, delle vaschette di corrosione e dei fori di dissoluzione.
Nella foto un campo solcato a blocchi Un campo solcato a strati 
Le scannellature carsiche

Sono dette anche “scannellature di corrosione” proprio perché sono caratterizzate dalle corrosioni dorsali scavate dallo scorrimento delle piogge sulle rocce carsiche.
Sui calcari più puri le scannellature sono di diametro stretto e profondo mentre su quelle costituite anche da strutture sedimentarie fossili sono più larghe e irregolari.Le scannellature sono invece mancanti sui calcari dolomitici, argillosi e bituminosi dove l’acqua scorre disordinatamente o si deposita sopra superfici orizzontali.

Le vaschette di corrosione

Sulle rocce più piatte dei campi solcati le acque pluviali formano dei bacini chiamati “vaschette di corrosione” di diverse forme e dimensioni. Numerosissime sul Carso, hanno diametri che non superano i 20 centimetri con alcune eccezioni di 4 metri mentre la loro profondità si aggira dai 5 ai 10 centimetri senza comunque superarne i 50.


I fori di dissoluzione

Le forme microcarsiche dette “fori di dissoluzioni” sono formati dalle penetrazioni dell’acqua nei punti di fratture verticali che a seconda delle loro portate formeranno una serie di fori e di crepacci fino a formare dei veri e propri pozzi profondi anche un centinaio di metri.Questi fenomeni potrebbero già rientrare nei fenomeni di carsismo ipogeo di cui i più spettacolari si trovano a Borgo Grotta Gigante.

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998.

Le due nature del Carso

L’alternanza del carsismo epigeo (di superficie) con quello ipogeo (di profondità) hanno determinato le due diverse nature dell’altopiano carsico sulle cui origini si sono ipotizzate diverse teorie.
Alcune furono imputate all’esistenza del vasto e antichissimo fiume Paleotimavo, che per le sue enormi portate d’acqua avrebbe agito anche nelle profondità della terra provocando tutta la gamma dei fenomeni carsici, altre le ritennero causate dalle acque sia pluviali che fluviali penetrate nelle naturali fessurazioni calcaree scavando nel corso dei millenni un’infinita serie di pozzi a loro volta soggetti a fratture verticali e orizzontali per le pressioni idrostatiche e orogeniche. Queste avrebbero dato origine all’ “erosione inversa”, cioè alle spinte verso l’alto di masse rocciose con la formazione di bocche sempre più larghe.

Molte delle cavità sotterranee hanno infatti degli inghiottitoi a forma fusoide e gallerie quasi orizzontali e di uguale inclinazione. Sono queste le cavità di interstrato, cioè aperte tra due stratificazioni create dalla lenta e continua erosione dell’acqua.

Nei 2 disegni un complesso di fusi per erosione inversa come ipotesi dell’origine delle grotte: 
La doppia natura del Carso è dovuta anche alla diversità dei suoi componenti basilari: le rocce calcaree, composte per la maggior parte da carbonato di calcio, quindi permeabili e solubili, e le rocce dolomitiche, costituite dal carbonato di magnesio e altre impurità come gli ossidi di ferro e la silice che le rendono impermeabili.
Come si è scritto nel precedente articolo il calcare appartiene al grande gruppo delle rocce originate da sostanze organiche di microrganismi animali e vegetali che essendo prive di scorie e impurità insolubili, sono divenute estremamente fessurabili e dunque soggette a tutti i fenomeni sotterranei tipici del carsismo ipogeo mentre le contaminazioni e l’impermeabilità delle rocce dolomitiche determineranno i diversi aspetti del carsismo epigeo.
Nelle foto due tipici esempi del carsismo di superficie: 
Nella foto (di Pino Sfregola) lo scenario di stalattiti e stalagmiti di un ambiente ipogeo:
Le colline carsiche sono però vulnerabili anche alle particolari situazioni ambientali e la loro vegetazione è soggetta a tre componenti del clima: temperatura, umidità e vento.
Le nostre zone sono comprese nell’ampia fascia del clima temperato-marino che tuttavia presenta delle differenze abbastanza marcate e se a Trieste il clima è di tipo mediterraneo, il Carso assume delle caratteristiche continentali, quindi più fredde e umide, spesso addirittura alpine.
Il dislivello geografico causa infatti una diversità di pressione tra il centro Europa e l’alto Adriatico e in particolari condizioni forma delle imponenti masse d’aria che dall’area danubiana si scaricano sulle zone di basse pressioni, si rafforzano nei pressi del valico di Postumia per precipitare poi verso il golfo di Trieste con le violente e fredde raffiche di bora.
Le doline, conche di diverse profondità sono invece caratterizzate da un’aria più fredda e assumono un clima subalpino. E’ stato calcolato che una profondità di 20 metri, peraltro frequente, corrisponde a 400 metri di altitudine, con un’umidità media dell’80%. Questa particolare caratteristica è favorevole allo sviluppo della vegetazione in quanto la loro forma a imbuto offre una buona protezione dalla bora.

Fonti:
Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998;
Dante Cannarella, Guida del Carso Triestino, Edizioni Svevo, Trieste, 1975;
Enciclopedia Monografica del FVG, “Il Paese”, Udine 1971