Archivio mensile:giugno 2017

La magica grotta Vilenica

Nascosta tra le terre del Carso esiste una grotta che ha tramandato nei secoli una romantica leggenda: nelle notti del solstizio d’estate le evanescenti Vile che vivono nelle profondità dell’antro escono furtive aleggiando tra i boschi alla ricerca di chi avesse bisogno delle loro magie.

Il loro mito ha dato il nome all’antichissima caverna di Corgnale (Lokev) conosciuta come Jama Vilenica per la presenza di queste gentili fate i cui bagliori si riflettono nelle acque iridescenti del piccolo lago sotterraneo.  
Resa accessibile fin dal Settecento fu la prima grotta dove si poteva ammirare uno dei più emozionanti scenari del Carso che fin dal suo ingresso ci catapulta in un grande spazio denominato Sala da Ballo dove un tempo venivano organizzate delle feste danzanti.
Molti artisti si sono ispirati alle forme e ai colori delle stalattiti e soprattutto dalla imponente colonna stalagmitica che sembra sorreggere la volta con i bagliori dei suoi mille cristalli.

(foto di Emil Kariž)

Percorso il Viale delle Concrezioni, costellato da colorate stalattiti e superata la Sala Rossa si giunge nella Sala delle Fate che, scoperta più di recente, ha mantenuto vividi i suoi colori senza l’annerimento provocato dai fumi delle torce. 

 

Affidata dai nobili Petazzi alla comunità di Corgnale nel 1633, la grotta Vilenica dopo i fasti perdurati fino al XIX secolo rimase a lungo in stato di abbandono.
Nel 1963 una Società speleologica di Sežana ha ripristinato gli interni dotandoli di illuminazioni elettriche permettendo le visite fino a una profondità di 72 metri in un percorso di 450, mentre il proseguimento fino ai successivi 1300 metri richiede un’attrezzatura di tipo speleologico.

Vilenica” è anche la denominazione di un premio internazionale letterario che si svolge ogni anno proprio all’interno della Sala da ballo di questa splendida, magica grotta.

Notizie e foto tratte da:
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Edizioni LINT, Trieste, 2004 – slovenia.info – Wikipedia

Le grotte di San Canziano

La natura, eccelso architetto dell’Universo, ha assegnato a questo lembo di Slovenia, denominato Carso, degli scorci epigei e sotterranei unici al mondo che sono stati, in virtù della loro straordinaria e multiforme bellezza, ascritti al patrimonio mondiale tutelato dall’UNESCO”. (nota 1)
Scrive così Albin Debevec, direttore del Parco delle Škocjanske jame (grotte di San Canziano) e coautore di un testo mono-fotografico sull’argomento, ammettendo di non poter descrivere e rappresentare le straordinarie visioni di questo spettacolo che la natura ha pazientemente creato in milioni di anni.

Nella foto la grande dolina dove scorre il Timavo e sopra il campanile del paese di San Canziano:

Il primo inghiottitoio del fiume che fino a qui scorreva in superficie:

Questo mondo sotterraneo con i boati del fiume e le arcane forme di vita immerse nei laghi ipogei avvolti da un’assoluta oscurità, aveva a lungo suscitato ancestrali paure nell’uomo che incapace di varcare le più segrete insidie delle viscere della terra, immaginava le più fantasiose leggende negli scenari delle caverne.
Ma l’innata sete del sapere e l’istinto dell’esplorazione spinse ricercatori e coraggiosi escursionisti a varcare quelle soglie sconosciute scalpellando le rocce per creare dei passaggi via via più avanzati e profondi per consentire la scoperta di questa affascinante parte di mondo.

Tutto iniziò nel 1823 come scrisse “L’Osservatore Triestino” in un articolo del 12 giugno:
Ma gli entusiasmi svanirono ben presto quando una violentissima quanto inaspettata piena del Timavo trascinò con sé tutti gli attrezzi faticosamente costruiti, comprese le tre imbarcazioni, provocando una battuta d’arresto alle arditissime ricognizioni.

Solo nel 1884 la Sezione Grotte dell’ Alpenverein riuscì a proseguire nella più grande e avventurosa impresa speleologica realizzata sul Carso per esplorare il corso delle acque sotterranee fino al loro impenetrabile inabissamento.
Così gli speleologi Anton Hanke, Joseph Marinitsch e Friedrich Müller affrontarono enormi difficoltà avanzando su rudimentali scale o gradini scolpiti nella viva roccia (nota 2), su ardite ferrate montate su pareti a picco e su barche di fortuna con spericolate navigazioni nel fiume rischiando vortici o improvvise piene.
Nel 1887, in condizioni al limite della resistenza umana, riuscirono a superare la quattordicesima cascata nel canale di Hanke, nel 1890 raggiunsero l’immensa Sala Martel e quindi il lago Morto, dove attraverso un sifone il Timavo scompariva percorrendo 40 chilometri nelle profondità della terra per riaffiorare a San Giovanni di Duino e avviarsi nel mare Adriatico.

Nella foto della cosiddetta “passerella del gatto” sul canale Henke a 90 metri d’altezza sopra le acque del Timavo che schiumano in un fragoroso vortice: 

Nella foto l’impressionante Grotta Martel, lunga 300 m., alta 146 e larga 120 m.:

Il lago Morto (foto elamit.net) ultimo tratto del Timavo prima del suo impenetrabile inabissamento:

L’ultima scoperta fu l’immensa Grotta del Silenzio, chiamata così per la mancanza degli echi delle acque sotterranee percepite negli altri altri come impressionanti boati e flebili lamenti.

Dopo il Novecento iniziarono gli scavi archeologici del dott. Carlo Marchesetti e dell’austriaco Josef Szombathy che portarono alla luce sepolture preistoriche risalenti alle epoche del Mesolitico e Neolitico, databili tra l’8000 al 4000 a. C.
Altri reperti risalivano all’Età del rame e alla prima Età del bronzo (tra il 3000 e il 1700 a.C.) quando iniziarono le attività votive e di culto proseguite fino all’ Età del ferro e successivamente nei secoli del dominio romano.

Nella foto (Enrico Halupca) l’ingresso della “Caverna preistorica”

Nei decenni successivi saranno ottimizzati i dislivelli e i passaggi più azzardati delle varie grotte dotandole di strategici fari per accendere le più spettacolari formazioni calcaree e rendere facilmente percorribile la visita di tutto il complesso ipogeo.

Per chi volesse avventurarsi in queste affascinanti realtà del Carso inizierà la traversata proprio dalla Grotta del Silenzio percorrendo in un’ora e mezza di cammino scenari di sconvolgente bellezza.

Note:
1. Nel 1992 fu ratificata la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale ; nel 1986 le grotte vennero inserite nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.
2. Gli speleologi erano aiutati da guide del posto e abili scalpellini.

Notizie e foto tratte da:
B. Peric, Il Parco di Škocjanske jame, Ljubliana, 2003)
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Edizioni Lint, Trieste, 2004
Mario Galli, La ricerca del Timavo sotterraneo, Museo Civico di Storia Naturale, Trieste, 2000.

Riti pagani in Carso

Il culto pagano del dio Mitra fu praticato nell’antico impero dei Persiani tra il II e I° secolo a.C. per poi estendersi in tutta l’Asia Minore. Vi potevano accedere solo uomini retti e coraggiosi che dopo una serie di riti e di purificazioni con l’acqua di sorgente avrebbero avuto accesso ai misteri della vita e all’ascesa dell’anima al Sole.

Dopo le invasioni dell’Impero Romano nelle terre d’Oriente, i legionari perpetrarono quei riti pagani venerando Mitra come un dio delle armi e degli eroi.
Fu supposto che quando nel 70 d.C. l’imperatore Vespasiano trasferì la XV legione dalle province orientali a quelle danubiane, fosse stato allestito un accampamento tra le pendici del monte Hermada. Qui, vicino alle risorgive del Timavo che sgorgavano dalle rocce, il culto del Dio Mitra trovò una sede ideale.

L’ingresso della grotta (foto Pino Sfregola)

Il Mitreo di Duino fu uno dei primi insediamenti in Europa e l’unico in Italia ad aver sfruttato una cavità naturale che si sia conservata dopo due millenni di storia.
La grotta subì però una devastazione nella prima metà del V Secolo in seguito all’interdizione dei riti pagani emanata nel 391 d.C. dall’ imperatore romano Teodosio e rivide la luce solo dopo 1500 anni.
Sommersa dai detriti alluvionali provocati anche dalle frequenti tracimazioni del Timavo, fu scoperta nel 1963 dagli speleologi della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”. Intervenuta la Soprintendenza per i Beni Archeologici, vennero effettuati gli scavi e una parziale ricostruzione del tempio ipogeo.

Delle strutture originali si sono conservati due banconi distanti 3 metri, lunghi 2 metri e ½, e un cubo di pietra calcarea dove in un pasto comune veniva spezzato il pane e versato il vino.


Sul fondo si trova una lapide databile tra la fine del I° secolo o agli inizi del II° con un bassorilievo del Mitra mentre compie il mitologico sacrificio del toro sacro tra le cui zampe è scolpito uno scorpione quale simbolo del male mentre alle spalle del nume è rappresentato un corvo come messaggero divino.
Ai lati dell’arco si notano due teste di donna sormontate rispettivamente dal sole e da una mezzaluna e sopra la lapide con l’iscrizione dedicata al dio (“All’invitto dio Mitra Aulo Tullio Paumniano offre per la sua salute e per quella dei suoi fratelli”).

La seconda lapide, databile al II° secolo e più danneggiata, rappresenta il dio Mitra che esce dalle rocce e pugnala il toro afferrato per la coda dal corvo.

In due piccoli cunicoli sono state rinvenute delle lucerne, frammenti di vasi per la raccolta dell’acqua piovana, boccali in ceramica per le libagioni e 400 monete, alcune in bronzo ma per la maggior parte in rame, che risalirebbero a periodi compresi tra il II° e l’inizio del V secolo.

Dopo la metà del V secolo, quando i riti pagani vennero proibiti e tutte le loro sedi distrutte, la grotta del Mitreo fu devastata e coperta di terra mentre vicino alle risorgive del Timavo sorgeva la piccola basilica dedicata a San Giovanni Battista dove iniziarono i primi riti del Cristianesimo.

L’epoca romana sul Carso era ormai giunta al suo epilogo: un’epoca di dei ed eroi, di soldati e mercanti che qui vissero le loro stagioni d’oro.
Dopo le invasioni barbariche per almeno 5 secoli del Carso non si saprà quasi più nulla.

Notizie tratte da: D. Canarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – archeocartafvg – foto di Pino Sfregola 

Le sorgenti del Timavo

Tra tutte le terre del Carso che più ci tramandano le memorie di un mondo scomparso sono quelle comprese intorno alle sorgenti del Timavo  e del suo placido percorso verso il mare Adriatico.
Non sorprende che tutta l’area sia ricca di storia in quanto non solo offriva delle abbondanti fonti di acqua ma anche perché permetteva la navigazione nei diversi rami del fiume che scorrevano in una grande baia protetta. (nota 1)

Questi luoghi di straordinaria suggestione dove le acque del fiume sotterraneo prorompono dalle rocce carsiche hanno attratto l’uomo sin dalla preistoria ma le documentazioni più antiche sono riportate dallo Strabone (nota 2) che collegandosi agli scritti di Polibio interrotti nel 146 a.C., iniziò a descrivere le regioni del mondo abitato nei 17 libri della Geographica.
Lo Strabone attestò che nei pressi del fiume esisteva un allevamento di cavalli e un bosco sacro dedicato a Diomede (nota 3) dove si sarebbe accampato il console romano C. Sempronio Tudiano durante la spedizione contro i Giapidi nel 129 a.C. (nota 4)
Accanto alla prima risorgiva del Timavo è stata infatti rinvenuta una lapide con la scritta TEMAVO VOTO SUSCEPTO (nota 5) a testimonianza di come le sorgenti d’acqua fossero un tempo considerate una divinità.

Nella foto la lapide accanto alla prima risorgiva 

Nel corso del I° secolo d.C. fu qui costruito un tempio dedicato alla divinità romana Speranza Augusta di cui sono rimaste 4 lapidi: una è conservata al castello di Duino, le altre sono state murate all’esterno dell’abside nell’attuale chiesa di San Giovanni in Tuba (nota 6):

Ai tempi del grande poeta Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.) le bocche di uscita del Timavo erano ben nove, come viene riportato nei versi del I° Libro dell’Eneide:
“Unde per ora novem, vasto cum murmure montis
It mare proruptum et pelago premit arva sonanti” (nota 7)

Nella foto (Pino Sfregola) la lapide scolpita sulla roccia calcarea posta sotto i lupi di toscanaSia lo Strabone che in seguito Marziale (nota 8) scrissero però che il Timavo avesse sette polle di uscita per cui fu supposto che le due minori si fossero occluse sia per l’avanzamento del mare nel bacino naturale delle foci che per il progressivo accumulo di materiali alluvionali.
Venne comunque considerato che l’irruenza delle acque dovesse essere notevole se nel XVI secolo esistevano ancora 7 bocche come scrisse il vescovo Andrea Rapicio (Trieste1533-1573) nel poema Histria (stampato nel 1556) :
“Ecco gli stagni del Timavo: donde
Bello a vedersi fresche e cristalline
Da sette gorghi fuor sboccano le acque” (nota 9)

In questa parziale stampa del 1573 tratta dal Theatrum orbis terrarum del cartografo Abrham Ortelius si notano i 3 principali rami del Timavo e lo scomparso isolotto dove si trovava il fortilizio di Belforte costruito dai veneziani nel 1284. 

Tutta la zona intorno alle risorgive era dunque una laguna attorniata da piccole isole e da zone pianeggianti dove vennero allestiti insediamenti produttivi e termali con diversi approdi sia sulle rive di acque dolci che su quelle di mare.

In un sito così speciale non sono neppure mancati i luoghi di culto ma la sola testimonianza che ci è rimasta è la splendida chiesa gotica di San Giovanni del Timavo che sebbene nel passato fosse stata devastata e quasi distrutta, resiste ancora con le sue mura di pietra bianca protette da una fitta e rigogliosa natura dove si avvertono ancora i frammenti di tutta le sua storia millenaria.

Note:

1. La grande baia, anticamente nominata Val Caina e in parte colmata in epoca medievale, oggi ospita il Villaggio del Pescatore.

2. Lo Strabone fu un geografo e storico greco nato nel 60 a.C e morto nel 20-23 d.C.

3. La storia non chiarisce di quale Diomede avesse scritto lo Strabone, se si trattasse di colui che venne ucciso da Ercole, o dell’eroe argivo che partecipò alla conquista di Troia, o ancora del Diomede soprannominato Giasone che guidò gli Astronauti nell’impresa del vello d’oro.

4. I Giapidi furono un’antica popolazione indoeuropea stanziata all’interno della regione adriatica orientale tra il territorio dei Liburni a Nord e la penisola istriana. Furono in lotta con i Romani dalla prima metà del II° secolo a.C. e poi definitivamente sottomessi dall’imperatore Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 d,C.) tra il 35-33 a.C. 

5. “Voto dedicato a Timavo” come grazia ricevuta dal nume

6. La chiesa fu costruita tra 1399 e il 1472 sulle rovine di una basilica paleocristiana ( i cui resti sono conservati nel presbiterio dell’attuale edificio) e fu chiamata San Giovanni in Tuba dalla derivazione latina tumba dovuta alla presenza di un sepolcreto.

7. Nella traduzione di Francesco Vivona che nei vv. 346 -353 riporta l’arrivo della nave di Antenore in fuga da Troia ormai in fiamme: “Attraversando achive terre, Antenore le spiagge dell’Illiria raggiunse ed i remoti regni varcati dei Liburni illeso, superò del Timavo le sorgenti, onde per nove sbocchi con rimbombo esce dal monte, quale effuso mare, e col flutto sonante i campi allaga”.

8. Marco Valerio Marziale, poeta romano e ritenuto il più importante epigrammista in lingua latina nacque tra il 38 e il 41 d.C. e morì a Roma nell’anno 104. 

9. Delle 4 bocche maggiori oggi ne sono rimaste 2, di cui una crollata; più a valle sono state scoperte altre minori le cui acque defluiscono sotto il livello del fiume.

Fonti e testi consultati:

Dante Canarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975;
Virgilio, Eneide, traduzione F. Vivona, Ed Ausonia, Roma, 1960;
Magico Carso, fascicolo della Direzione regionale della pianificazione territoriale – paduaresearch – sastrieste – Lacus Timavi – Enciclopedie Wikipedia e Treccani