Archivio mensile:luglio 2017

La grotta del monte Coste/Kosten e la sua leggenda


Il monte Coste, a nord di Sales, è ricoperto da una vegetazione fittissima e quasi impenetrabile per la mancanza di sentieri, ma un tempo era ricoperto da castagni di cui sopravvivono ancora degli esemplari a valle.

Chiamato originariamente Kosten da Kostanj (dal latino Castaneum ) fu abbandonato dagli uomini dopo un misterioso fatto lì accaduto e che diede origine alla sua leggenda.

In una grotta del versante orientale del monte viveva molto tempo fa un eremita che conosceva i poteri delle erbe e curava le malattie dando aiuto e conforto ai paesani.
In un caldo giorno d’estate una madre disperata prese in braccio il suo bambino colpito da una terribile febbre e salì di buon passo l’erto sentiero sperando che il vecchio anacoreta lo potesse guarire.
Giunta alla grotta pervasa da un gran silenzio, si fermò atterrita sulla soglia scorgendo il povero vecchio senza vita disteso su una panca di legno.
Sconvolta, adagiò il bambino sopra un mucchio di carte ingiallite e corse verso il paese per dare l’allarme. In molti risalirono il monte per salutare il benvoluto guaritore e grande fu la loro commozione quando si accorsero che il piccolo era prodigiosamente sfebbrato.
I vecchi del paese decisero allora di seppellire il vecchio eremita nella grotta dov’era vissuto e di cancellare ogni sentiero che giungesse fino lì.
Da allora tutto il monte Kosten fu ricoperto da fitti boschi e la caverna, protetta dalla vegetazione, venne chiamata la “grotta fantasma”.

Solo alla fine degli anni Cinquanta del Novecento gli speleologi del Club Touristi Triestini si misero alla sua ricerca sulle ripide falde a Nord-Est del monte Coste riuscendo a individuare un pertugio coperto da carpini e piccole querce.

Foto (Sergiovi da Club Alpinistico triestino) 

 

Asportando i detriti che lo occludevano e attraversando il breve cunicolo, giunsero in una grotta dalle pareti interamente concrezionate con piccole vaschette sul fondo e un alto camino sulla sommità.

Oltre un solco profondo 2 metri fu scoperto un pozzo cilindrico dalle pareti nerastre che portava alla sommità di un esteso e ripidissimo cono detritico ricco di terreno organico.
Dopo un primo salto si apriva una galleria che conduceva a una caverna pianeggiante con ai lati stalagmiti e piccole colonne.
Per una lieve corrente d’aria che usciva da uno sfiatatoio fu supposto che esistessero altri vani e nella successiva incursione del maggio del 1960 dopo un lungo lavoro gli speleologi sforzarono il passaggio e attraverso un arduo laminatoio lungo 4 metri raggiunsero una vasta caverna piena di sottili cannelli e di scintillanti colate.
Attraverso una strettoia e un angusto corridoio scoprirono una sala con crolli concrezionati e superando l’ultimo salto un ulteriore piccola caverna dal suolo acquitrinoso.

Sul monte Coste, lungo un sentiero che si snoda dal paese di Sales e sale tra fittissime boscaglie di pini e latifoglie esistono anche le tracce di un piccolo Castelliere databile alla fase finale dell’età del bronzo.

Foto archeocarta.fvg.it 

Insomma tra esplorazioni, scoperte e vecchie leggende le terre del Carso continuano a stupirci.

Fonti: Carlo Chersi, Itinerari del Carso triestino, Stabilimento tipografico nazionale, Trieste, 1962 archeocarta.fvg.it – catastogrotte.fvg.it – Club Alpinistico triestino – boegan.it – club-touristi-triestini.eu

Case carsiche

Sebbene su alcuni documenti siano a volte menzionati i “masi” in realtà sul Carso non esistevano rustici isolati ma piccoli gruppi di casupole che fino al Settecento costituivano una grande famiglia, in sloveno chiamata zadruga.
Di base rettangolare e costruite solitamente su alture o pendii per non occupare i tratti pianeggianti sfruttati per l’agricoltura, avevano i muri perimetrali di pietra calcarea impastata con calce e terra rossa.

Nella foto una delle antiche case con il tetto di paglia esistenti fino pochi decenni fa nel Carso sloveno. 

All’esterno dell’unico vano sovrastato da una copertura con tronchi di quercia, rami e paglia era collocato il focolare con un camino piuttosto alto per assorbire il calore e disperdere le scintille.

Nelle foto (di Pino Sfregola) due tipiche carsiche ancora esistenti
Gli incendi dei tetti erano però piuttosto frequenti e a volte si diffondevano velocemente come accadde nel villaggio di Contovello che nell’ultimo decennio del Settecento fu quasi distrutto dalle fiamme.

Da allora tutte le coperture di paglia furono sostituite e rimasero solo quelle usate come stalle e fienili.

Successivamente alle abitazioni vennero aggiunti dei piani rialzati destinati a granai e stanze da letto mentre i piano terra rimanevano adibiti a cucine e dispense divise da un tramezzo.

Nelle foto gli interni di un’antica casa di Sales 

Le stalle, le cantine con gli attrezzi di lavoro e i vani per i carri si trovavano nei cortili interni dove non mancavano mai le cisterne o i pozzi di pietra per la raccolta dell’acqua piovana a cui solitamente si affiancava un albero che assicurasse l’ombra nei mesi estivi.

Quando i tetti vennero costruiti in pietra o in laterizi, alle cucine fu aggiunto un camino che addossato a uno dei muri scaldava le stanze da letto.
Le case carsiche ebbero le ultime trasformazioni con l’ingrandimento dei tetti e l’aggiunta di ballatoi in legno, poggianti sulle travi di sostegno al piano rialzato o su grandi mensole di pietra, dove veniva essiccato il grano.
Nei cortili interni alle case si accedeva attraverso un alto portale di pietra bianca con un’arcata o un architrave che permettesse il passaggio dei carri.
Spesso venivano scolpite delle decorazioni con ruote raggiate, fiori a 4 petali, cuoricini e a volte i nomi dei proprietari.
Nella seconda metà dell’ottocento si usava rappresentare delle croci con le iniziali JHS per Gesù o AM per la Madonna come simboli di fede cristiana.

Parte delle case carsiche del 700-800 sono state distrutte ma molte sono state ristrutturate e convertite in confortevoli e romantiche abitazioni.

Nella foto la Casa Carsica di Rupingrande (turismofvg.it) e una piazzola di Prosecco (Pino Sgregola)

Bagnoli della Rosandra

Risale al 1276 un documento che attesta l’esistenza di un mulino in Valle de Zaullis sub Bagnolo, nome riportato ancora nel 1421 nella richiesta di un permesso alla Vicedomineria per costruire una casa nella Villa de Bagnolo compresa nella Valle de Mucho.
Se il Kandler ipotizzò che il nome potesse significare “luogo di confine”, altri documenti riportano quello di Boljunec, Bollunz e Bolunez come derivazione dal latino Balneolum riconducibile alla vicinanza delle acque.

La nascita del borgo, chiamato poi Boljunec (o Bolunz in triestino) e Bagnoli della Rosandra dopo il 1923, non è nota mentre un’iscrizione del 1663 data la chiesa, successivamente dipendente da quella di Dolina e solo nel 1954 divenuta parrocchia dedicata a San Giovanni Battista comprendente le frazioni di Mattonaia e Lakotisče.

Nella foto (di Silvio Polli) la piana di Bagnoli negli anni Cinquanta
La piana di Bagnoli com’è oggi in una foto di Dario Gasparo

Poiché il torrente Rosandra fin da tempi remotissimi fu l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua dalla Valle sino a Trieste, le terre vicine erano ambite per costruirvi case e borgate con annessi campi per la coltivazione di vigne, uliveti e piccoli orti.

Tra il VI e il VII secolo, quando le orde di barbari distrussero l’acquedotto romano, il fiume ebbe un libero scorrimento diramandosi in piccoli affluenti e per sfruttarne le portate vennero scavati alcuni canali e costruiti dei mulini idraulici.
Per mezzo delle ruote a pale in linea con il flusso della corrente e di un’asse collegata al vano interno del mulino, veniva azionata una ruota di pietra per la macinazione delle granaglie.
In documenti risalenti al 1757 a Bolunez risultavano esistenti 14 mulini perfettamente funzionanti nonostante le stasi per le siccità nei mesi estivi e delle gelate in quelli invernali.

Nelle 2 foto (dall’archivio di Silvester Metlika) l’esterno e l’interno di un vecchio mulino
I mugnai divennero esperti nello scolpire le ruote e nel foggiare tutti i supporti in legno mentre le donne si occupavano del commercio della farine che caricate in grossi sacchi sui dorsi di mulo, venivano vendute nei borghi del Carso o in città.
Nei canali di alimentazione dei mulini venivano anche ricavati dei bacini di contenimento chiamati struge dove sguazzavano gamberi e anguille che poi venivano venduti oppure cucinati e serviti con la polenta nelle feste d’estate.
Il progresso tecnologico causò l’interruzione dell’attività di molti mulini che furono abbandonati o trasformati in laboratori per fabbri dove si forgiavano attrezzi e  torchi oleari mentre le struge scomparvero tra le vegetazioni.

Nella foto (di Pino Sfregola) un vecchio torchio oleario conservato nella piazzola di BagnoliOltrepassato il ponte sul torrente Rosandra, nel piazzale sotto il monte Carso è visibile l’imbocco dell’ “Antro di Bagnoli”.
Al tempo dei romani proprio qui venivano convogliate le acque provenienti dall’altopiano di Ocisla e dalla “Fonte Oppia” di Val Rosandra che attraverso il lungo acquedotto, costruito nel 178 a.C., approvvigionavano l’antica Tergeste.
Anticamente le portate fluviali erano però ben più copiose, anche se ancora oggi in caso di forti precipitazioni il torrente assume proporzioni impressionanti. Nei periodi di siccità l’alveo tende invece a prosciugarsi mentre le polle più a valle rimangono quasi sempre attive.

Nella foto (dall’archivio Vojko Kocjancic) le lavandaie di un tempo al lavoro
Il lavatoio pubblico nel piazzale di Bagnoli com’è oggi (foto Pino Sfregola)
Uscendo dal borgo si passa per il piccolo e bellissimo abitato di Bagnoli Superiore giungendo al Rifugio Premuda, sede della Scuola nazionale di alpinismo “Emilio Comici” e adibito pure a una rustica e frequentatissima trattoria di stile carsolino.
Bagnoli Superiore (foto Mapio.net)Rifugio Premuda (foto Mapio.net)
Sopra il paese spicca la grande cava ormai dismessa di cui spicca questo grande cuore di pietra (foto da Mapio.net):Da qui inizia la Val Rosandra con tutte le sue meraviglie che non finiranno mai di stupirci: nelle sue grotte trovarono rifugio comunità primordiali, nelle sue terre vennero combattute sanguinose battaglie, sopportate pestilenze e incendi di case, boschi e campi eppure la valle è ancora qui, sferzata dai venti, baciata dal sole e amata sia dagli uomini che dagli dei.

Foto (da Mapio.net)

Notizie tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, LINT, Trieste, 2004
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, LINT, Trieste, 2008
geositi.units.it – Wikipedia