Archivio mensile:agosto 2017

I sarcofagi egizi di Vipacco/Vipava

Tra tutte le vicende storiche che si sono svolte lungo la Vipavska dolina ne abbiamo trovata una molto singolare la cui testimonianza si trova ancora oggi nel cimitero del paese.

Vipacco/Vipava, allora compreso nella Carniola, diede i natali a Anton Ritter von Laurin (1789-1869), figlio di un ricco proprietario terriero e dotato di grandi attitudini per lo studio e per capacità imprenditoriali.
Laureatosi in giurisprudenza a Vienna e apprese le lingue straniere, iniziò la carriera diplomatica come console generale d’Austria a Palermo dove conobbe la moglie Penelope Beneducci.
Trasferitosi ad Alessadria d’Egitto, svolse l’incarico consolare dal 1834 al 1849 e appassionandosi alla cultura dell’epoca faraonica, ne acquistò numerosi reperti in parte conservandoli nella sua bella villa di città e destinando altri alla Corte Imperiale di Vienna (nota 1) e all’arciduca Massimiliano d’Asburgo (nota 2).
Quando ai piedi della piramide di Kefren, nella piana di Giza, vennero scoperti i rarissimi sarcofagi in granito rosa di Assuan appartenuti a due cortigiani della IV e V dinastia (risalenti rispettivamente al 26esimo e 25esimo secolo avanti Cristo), sir Anton Laurin li acquistò avvalendosi dell’aiuto del mercante Yusuf Masara. (nota 3)

Decidendo di trasferirli nella sua residenza di Vipacco, nel 1845 li caricò su una nave del porto di Alessandria in partenza per l’Europa.
Sbarcati a Trieste i due preziosi quanto pesantissimi sarcofagi vennero caricati su quattro carri trainati ciascuno da una coppia di buoi che attraversando i sassosi sentieri del Carso fino Gorizia raggiunsero la valle del Vipacco per essere depositati nella villa dell’intraprendente diplomatico e destinati alla sua futura sepoltura.
Ma la storia ebbe un altro corso e quando nel 1869 sir Laurin, già ottantenne, si trovava per affari a Milano, passò improvvisamente a miglior vita e a una sorprendente quanto veloce sepoltura nel cimitero monumentale della città.
Le cronache storiche riferirono che poiché nessuno provvide al pagamento per il rinnovo della concessione cimiteriale, il suo sepolcro venne smantellato e la sua salma gettata in qualche fossa comune.

Così, mentre la bella villa di Alessandria venne distrutta dagli inglesi nel 1882, il ricchissimo console von Laurin non potè far ritorno nella natia Vipacco e meno che mai essere sepolto per l’eternità in uno dei due preziosissimi sarcofagi dell’antica e nobile stirpe egiziana.

Come conclusione di questa singolare storia fu scoperto che in uno dei mastodontici sepolcri furono deposte le spoglie di Jozefa Ursic e Jernei Lavrin, genitori di sir Anton, e nell’altro quelle di suo figlio Albert Aleksander, morto a soli 7 anni di età.
Collocati nel cimitero di Vipacco/Vipava e rimasti in balia delle intemperie fino al 1999, i due sarcofagi in granito rosa di Assuan vennero finalmente coperti da una tettoria dove ancora oggi si trovano a testimonianza della loro antichissima storia.

Nella foto (da Staroegipčanska sarkofaga – Vipava) i due sarcofagi 
Foto Fiveprime

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Note:
1. Tra il 1845 e il 1851 Sir Laurin spedì a Vienna (presso il Gabinetto Imperiale di Antichità) 17 stele del Medio e del Nuovo Regno, un pyramidion, due grandi sarcofagi in pietra. un coperchio, cinque sculture e tre mummie.
2. Tra il 1850 e il 1855 il console inviò all’arciduca Massimiliano d’Asburgo centinaia di reperti di piccole dimensioni tra cui la sfinge che si trova tuttora in cima al molo del porticciolo del Castello di Miramare.
3. Di sarcofagi come quelli di Vipava, ne esistono soltanto sei in tutto il mondo: due si trovano al museo egizio del Cairo, uno è al British museum di Londra e l’ultimo è di proprietà del Pelizaeus Museum di Hildesheim in Germania e di questi solo uno è in granito rosa di Assuan.

Notizie tratte da:
L. Ruaro Loseri, Massimiliano da Trieste al Messico, Ed. LINT, Trieste, 1986 – museostoriaeartetrieste.it – Articolo “Il Piccolo” aprile 2012

Vipacco/Vipava

Vipacco/Vipava si trova nella parte superiore della Vipavska dolina, una verde vallata ricca di vigneti e alberi da frutto della Slovenia occidentale dove sgorgano le numerose fonti dell’omonimo fiume.

Foto di Gregor Humar per Pinterest 

Queste terre hanno vissuto antichissime storie che alcuni storici ritengono iniziate con la colonizzazione dei Celti dalla cui lingua deriverebbe la radice Vip riferita alla valle e ad Ach alla roccia.

Attraversata in seguito dalle colonie romane per raggiungere il Danubio, (nota 1) tra il IV e il VI secolo fu invasa da orde di barbari (nota 2).

Vinti i Longobardi e annientato il loro potere, il re dei Franchi Carlo Magno conglobò l’Istria con la Carniola e la Carinzia nel Regnum Italiae.
Alla sua morte i territori orientali del Friuli e quelli comprendenti il Carso e la Carniola come parte del Regno d’Italia passarono sotto il dominio di Aquileia che dopo il 1077, divenuta Principato ecclesiastico, annesse anche le contee dell’Istria.

Nelle documentazioni storiche risalenti al 1154 venne menzionato il cavaliere Wiluinus de Wippach, mentre in altre del 1275 è nominato il Castrum Wipaci Superioris in possesso dei nobili Von Wippach che nel 1351 furono però costretti a cederlo agli Asburgo.

Nella foto (Panoramio) le rovine dell’antico Castrum 
Dopo aver subito nel corso del XV secolo le devastazioni causate dall’invasione dei Turchi e un successivo breve dominio dei Veneziani, alla fine del Cinquecento gli abitanti aderenti alla riforma luterana furono costretti ad abbandonare Vipacco, che rimase popolato da pochi ferventi cattolici.

Il villaggio in una foto d’epoca 
Con il Trattato di Schönbrunn del 1809 il villaggio entrò a far parte delle Province Illiriche e nel 1815 del Regno d’Illiria come comune autonomo.

Annesso al Regno d’Italia dopo la Grande Guerra, nel 1923 passò alla provincia del Friuli, con i medesimi insediamenti del periodo asburgico, e nel 1927 a Gorizia con l’annessione di altri comuni.

Soggetto alla Zona d’operazione del Litorale adriatico tra il settembre 1943 e il maggio 1945 e tra il giugno 1945 e il 1947, trovandosi ad est della Linea Morgan, Vipacco fu compresa nella zona B della Venezia Giulia, affidata con il Trattato di Osimo alla Jugoslavia.

Nella foto (da Wikipedia) la mappa della linea Morgan

Dopo la lunghe e sofferte vicende storiche l’antico villaggio di Vipacco/Vipava, si stende placidamente su questa valle della Slovenia dove i vigneti e gli alberi da frutto continuano a offrirci i loro dolci frutti.

Foto Panoramio 

Note:

  1. Della presenza dei Romani in valle, rimangono le tracce di un Castrum sul quale nel 1272 fu costruito il castello dei nobili Von Wippach 
  2. Goti, Unni e Longobardi

Nella foto (Panoramio) il magnifico palazzo Lantieri, risalente al 1702, articolato in tre corpi e due ali, circondato da un vasto giardino con gruppi di statue.

Su una collinetta vicina a Vipacco l’antico palazzo di Zemono, risalente al 1683 in proprietà dei nobili Lantieri, che nelle sale interne conserva splendidi affreschi barocchi e stemmi araldici.

Foto (Tripadvisor) 

Fonti: Wikipedia – Enciclopedia Treccani – touringclub.it –

 

 

 

La vita in Carso tra Settecento e Ottocento

Fino alla fine del Seicento la sussistenza degli abitanti del Carso si basava con i proventi di vino, olio e verdure ma nei primi decenni del Settecento il loro smercio divenne via via più difficoltoso quando si trovò a competere con i prodotti importati e venduti a più buon mercato nel nascente Emporio di Trieste, iniziato dopo l’istituzione di Porto Franco nel 1719.
Le condizioni di vita sul Carso erano inoltre penalizzate dalle mutevoli e aspre condizioni climatiche che si verificavano con estati molto secche o troppo piovose e con inverni estremamente rigidi che danneggiavano vigne e oliveti.

Nella foto (collezione Furio Furlan) la lapide posta nell’Osteria Comunale di Basovizza dove nel 1743 venne costruita la prima cisterna pubblica del Carso dove accorrevano gli abitanti dei villaggi quando nei periodi di siccità si esaurivano i pozzi.  

La prolungata siccità nel corso del 1782 provocò una vera e propria carestia che ridusse alla miseria più di 1000 famiglie e i cui effetti si prolungarono fino ai primi decenni dell’ Ottocento.
Il 1817 fu ricordato nella storia per essere stato “l’anno della fame” causato da un lunghissimo periodo privo di precipitazioni che distrusse i già ridotti raccolti degli anni precedenti e costrinse le autorità a importare grano dall’Ucraina e a distribuirlo alle famiglie più povere.

Nella foto la cisterna di Poggioreale del Carso costruita dalla Comunità di Opicina nel 1836, come risulta scolpito sul muretto della scala 
Il Carso sarà nuovamente penalizzato dalle siccità verificatesi nel 1841 e nei due anni successivi e solo la concessione dei prestiti elargiti dalla Cassa Civica impedirà le perdite di molti braccianti sfiancati dalla fame e la morte di malattie e malnutrizioni dei loro figli.

Se i paesani di Prosecco, Santa Croce e Opicina si mantenevano con i loro mestieri di scalpellini, muratori e carrettieri quelli di Trebiciano, Padriciano, Gropada e Basovizza con le loro terre pietrose e poco fertili si trovavano in grandi difficoltà sopravvivendo con i proventi del latte e delle poche verdure che le donne vendevano in città.

Nella foto (collezione Furio Furlan) un “kau” (stagno) in piazzale Monte Re di Opicina 
La cisterna di Samatorza (collezione Furio Furlan) 
La precaria vita nelle terre del Carso costringerà molti padri di famiglia a cercare lavoro nelle nuove attività preindustriali di Trieste ma ancora in molti erano ridotti a chiedere la carità di un pezzo di pane.

Giovane carsolina costretta all’ elemosina in città (stampa della collezione Mario Froglia) 
Già nel 1818 per volere del conte Domenico Rossetti venne fondato l’ “Istituto generale dei poveri” trasformatosi nel 1862 nella “Casa dei poveri” di contrada Chiadino (nota 1) che offriva ricoveri per bambini e anziani e che in seguito distribuirà pasti e pane ai più bisognosi.
Molte madri si offrivano spesso come balie per i trovatelli e quando vennero elargiti dei contributi statali fino ai 7 anni di età, si proponevano anche come madri affidatarie.
Pure i figli più grandi dovevano contribuire alla economia della famiglia e poiché in Carso le pietre non mancavano mai, s’ingegnavano a frantumarle per ricavarne pietrisco da vendere agli appaltatori delle strade.

Fu dunque il grande problema la siccità a costringere le ricerche dell’acqua nelle profondità delle terre del Carso affrontando lunghe e spesso drammatiche avventure.

Nota 1: nominata in seguito via dell’Istituto e dal 1940 via Pascoli

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998