Archivio mensile:ottobre 2017

La landa carsica

Uno degli aspetti più caratteristici dell’altopiano è rappresentato dalla landa carsica, formatasi in modo discontinuo sulle zone aride e  semi-aride e di poco spessore con affioramenti rocciosi e campi di pietrisco intervallati da vegetazioni di tipo submediterraneo o montano che hanno saputo adattarsi alle battute dei venti.

Secondo la condivisa teoria del professor Livio Poldini la landa carsica fu originata dai pascoli degli animali che si sono protratti per millenni.
Nel remotissimo periodo del Mesolitico (1) le terre carsiche erano ricoperte da foreste popolate da cervi, capre e caprioli; solo nel corso del Neolitico (2) l’uomo ha iniziato a provocare i primi incendi per dissodare i terreni e rendere possibile gli allevamenti di buoi, pecore e i maiali. (3)
Le attività basate sulla caccia e la pastorizia proseguirono per lunghissimo tempo sino a quando fu effettuato lo spietramento dei tratti più pianeggianti con una progressiva trasformazione in prati per la fienagione mentre solo le terre più profonde e ricche di humus vennero trasformate in campi arativi.

Con il passare dei secoli vasti tratti di landa carsica furono interessati da opere di bonifica forestale ma gran parte di essi vennero ricoperti dalla boscaglia, soprattutto sul Carso occidentale; su vecchie mappe catastali i territori tra Opicina, Monrupino e la fascia che giunge a Borgo Grotta Gigante venivano addirittura segnati come distese pietrose interrotte da piccoli tratti incolti e improduttivi.

Le “cenosi” (4) di landa carsica estesa nelle zone rocciose e più protette dai venti è rappresentata dalla Carex humilis e dalla Centaurea rupestris (foto Wikimedia)

Le zone più pianeggianti e soleggiate sono ricoperte da graminacee talmente infestanti da rappresentare la tipica scenografia carsica, la più diffusa e resistente alle raffiche della bora che le piegano con leggeri sibili.

Nella foto il Bromus erectus e il Chrysopogon 

Di grande suggestione appaiono le distese di Stipa eriocaulis che con i loro lunghi e sottili fili bianchi ondeggiano ai venti trasformandosi poi in mille riccioli bianchi suggerendo un’immagine un po’ bizzarra del nostro Carso.

Nella landa carsica vegetano ancora i Ginepri le cui deliziose bacche insaporiscono le carni o aromatizzano le grappe (5), i Cardi e gli Eringi.
Tra gli arbusti più caratteristici e tappezzanti non potrebbe certo mancare il Cotinus coggygria (o Rhus cotinus), il mitico Scotano (6) che dopo le delicate fioriture estive in autunno si colora di mille sfumature, dal giallo al rosso aranciato sino al bordeaux. (7)Chi percorre le zone soleggiate della Val Rosandra conoscerà sicuramente l’intenso, inebriante profumo del timo che cresce tra le rocce e le più selvatiche graminacee accontentandosi di pochissima acqua. (8)

Nella foto il Thymus volgaris
Secondo autorevoli botanici sembra però che la landa carsica sia destinata a scomparire ad eccezione di certi tratti di cresta collinare esposta alla bora o tra i dirupi delle falesie, dove cresce insieme a specie mediterranee, per cui sono state avanzate proposte per l’abbattimento degli alberi invadenti e il ripopolamento degli animali da pascolo.
Quindi godiamoci queste nostre terre cosi selvagge e piene di fascino!

Note:
1. Periodo intermedio dell’Età della pietra che va dal 10.000 all’8000 a.C.
2. Databile dal 7.000 al 4.000 a.C e classificato come ultima Età della pietra, intesa come pietra  levigata, mentre perdurano, sempre più perfezionati, strumenti di pietra scheggiata, di tradizione paleolitica. (da Treccani)
3. Su alcuni testi la datazione della pastorizia carsica è collocabile nell’Età del Bronzo (3.500 – 1.200 a.C. circa)
4. L’insieme di vegetali di un determinato ambiente
5. Viene ancora oggi prodotto l’ottimo Kraški brinjevec, un distillato con l’Indicazione Geografica Protetta.
6. Erroneamente lo Scotano del Carso è chiamato Sommacco che invece è un arbusto di specie diversa (Rhus coriaria) che pur appartenendo alla stessa famiglia delle Anacardiaceae è diffuso nell’Italia meridionale, soprattutto in Sicilia.
7. Le foglie, ricche di tannino e trementina, venivano una volta usate nella concia delle pelli, per la tintura delle stoffe, ma anche per un decotto fortemente astringente. (Paolo Longo)
8. Il nome deriva da un antico nome greco che significa “forza” e “coraggio”, infatti i soldati greci bevevano i decotti ottenuti dalle loro foglie per fortificare il loro spirito e tonificare il loro corpo.
I rametti di timo venivano bruciati nei riti sacri perché i suoi fumi purificavano l’aria e appesi sulle porte delle case per allontanare serpenti e insetti velenosi.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste,  Ed. Svevo, Trieste, 1998

 

Vegetazioni carsiche

I primi studi sulla vegetazione del Carso risalgono alla fine dell’Ottocento quando fu pubblicato il testo di Carlo Marchesetti (1) Flora di Trieste e dei suoi dintorni con la catalogazione di ben 1.600 specie dell’epoca.

Quando nel secolo successivo sui territori carsici intorno Trieste vennero costruite strade, autostrade e superstrade, svincoli, viadotti, sottopassaggi, linee elettriche e ferroviarie e in più il sotterramento dell’oleodotto e metanodotto, si potrebbe supporre che dai tempi di Marchesetti il Carso si fosse degradato invece paradossalmente si ricoprì di vegetazione, non solo, ma iniziarono a crescere nuove specie intorno alle discariche, negli scavi abbandonati, sui tracciati dell’oleodotto e persino ai lati delle strade periferiche.

Negli anni Ottanta un gruppo del Dipartimento di Biologia presso l’Università di Trieste studiò proprio queste “cenosi vegetali”, cioè quelle specie che vivono in equilibrio tra loro in un determinato ambiente, ribadendo l’importanza della loro salvaguardia e soprattutto della conservazione dei boschi per finalità altrettanto importanti, come il turismo, le escursioni e gli svaghi in genere, peraltro molto apprezzate dai triestini, con il conseguente incremento economico delle strutture alberghiere e ristoratrici del Carso.
La poderosa monografia sulla vegetazione del Carso triestino e isontino a cura del professor Livio Poldini, pubblicata nel 1985 dalla Regione FVG, attestò le numerose varietà arboree e arbustive dovute alla particolare qualità dei terreni e ai diversi fattori climatici e ambientali che le caratterizzano.

In origine il Carso era ricoperto da boschi di querce e castagni, con lo scorrere dei millenni apparvero poi i roveri, i cerri e nelle zone marnose-arenacee le farnie, in seguito scomparse per i continui tagli perpetrati dall’uomo.

Nella foto (di Pino Sfregola) un bosco di Castagni Una macchia di Cerri 
All’epoca della civiltà romana le terre circostanti risultavano ancora pervase da rigogliose selve, fu dopo il Quattrocento che iniziò il disboscamento per mano di pastori morlacchi, romeni e soprattutto dei Cici che ne ricavavano carbone da vendere in città e a nulla valsero i decreti imperiali e comunali per evitare gli incendi e il depauperamento dei boschi.
Il Carso iniziò così a trasformarsi assumendo vari aspetti: la landa per diverso tempo ne ricoprì più della metà seguita dalla boscaglia illirica, dalle numerose vegetazioni mediterranee, da quelle tipiche delle doline e delle sommità collinari mentre solo in seguito furono impiantate le  pinete di rimboschimento.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) un bosco di Carpino nero 

L’aspetto del Carso è tuttavia in continua evoluzione in quanto il pino nero si sta rapidamente diffondendo e la boscaglia tende a espandersi sui prati incolti e sulla stessa landa carsica minacciandone la scomparsa.

Pino nero (foto Wikipedia) 

 

Macchia di Pino d’Aleppo (foto Pino Sfregola)

Nei prossimi articoli scopriremo le origini e le caratteristiche delle diverse vegetazioni che hanno reso davvero straordinarie queste nostre terre.

Note:
1. Nato a Trieste nel 1850 e laureatosi in medicina a Vienna, Carlo Marchesetti fu per 40 anni direttore del Civico Museo di Storia naturale. Appassionato di botanica e di archeologia si dedicò agli studi della flora carsica, dei reperti di paleontologia e archeologia alla ricerca della preistoria e protostoria della Venezia Giulia e dell’Istria.
Dopo una vita dedicata alle ricerche e ai molteplici saggi il Marchesetti morì improvvisamente nel 1926.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Italo Svevo, Trieste, 1998 

La grotta di San Servolo

A ovest degli altopiani carsici che sovrastano la piana di Zaule, in un bosco vicino alla rupe dove a 370 metri s.l.m. si erge il castello di San Servolo-Socerb, si trova una grotta incastonata tra le rocce.

L’ngresso (foto Enrico Halupca) 
La grotta fu descritta per la prima volta nel 1538 dal nobile giurista e letterato friulano Cornelio Frangipane (1508-1588) in occasione di una sua escursione sulla collina carsica su invito del vescovo di Trieste Pietro Bonomo (1458-1546). il Frangipane però non riportò alcuna notizia sulla presenza di San Servolo in quell’antro umido e freddo sebbene fin dal Trecento il castello e il borgo sottostante portassero il suo nome fin dal Trecento.
Il culto di questo martire si sviluppò infatti solo nella seconda metà del Cinquecento quando con l’estendersi della Controriforma tutti i paesi del Carso vennero avviati a intense opere di evangelizzazione con la nascita di confraternite religiose e la costruzione di chiese e cappelle dedicate ai santi.
La storia del martire triestino venne invece scritta nel 1613 da Eufrasia Bonomo, badessa del convento delle Benedettine, che nella sua raccolta “Cronache dei Santi triestini” alimentò la sua leggenda.

Servolo nacque a Trieste nel 270 d.C. nella nobile famiglia Servilii (1) e a soli 12 anni di età decise di vivere in eremitaggio per cercare il suo percorso di vita e di fede.
Avviandosi lungo la via Flavia e percorsi dei viottoli tra campi e vigne, risalì un aspro sentiero abbarbicato su un costone di roccia giungendo in un vasto pianoro da cui si scorgeva il golfo circondato dalle coste istriane e dalle catene alpine.
Quando nel folto di un bosco scorse una ripida china che immetteva in un’oscura spelonca sostenuta da colonne stalagmitiche decise di stabilirsi lì per dedicarsi alla meditazione e alle preghiere accompagnato dal suono delle gocce che stillavano lente dalla volta.

Foto Wikipedia 
Ben presto si sparse la voce tra i villici e i pastori del luogo che non mancavano mai di portargli focacce, latte, formaggi e frutti di bosco.
Dopo un anno e nove mesi il giovane Servolo prese coscienza della sua missione in terra pagana e si sentì pronto al ritorno in città per curare gli ammalati con il calore emanato dalle sue mani e per scacciare gli spiriti maligni con la forza della fede cristiana. (2)
Le sue prodigiose attività crebbero sempre di più assieme alle tante conversioni al Cristianesimo fintanto che giunsero alle orecchie di Giunilio, governatore della città, che dopo avergli inutilmente imposto l’obbedienza all’Imperatore di Roma, all’epoca Marco Aurelio, lo accusò di perseguire arti magiche condannandolo a morte.
Dopo tremende torture, il 24 maggio del 283 (forse 284) fu condotto fuori le mura di Porta Cavana dove venne pubblicamente sgozzato. (3) 
Il suo corpo martoriato fu raccolto di notte dalla madre che lo seppellì nel cimitero cattolico dei SS. Martiri per poi essere traslato nel 1825 in una cappella della Cattedrale di San Giusto dove ancora oggi si trova.

Nella foto (Civici Musei) la cappella e l’altare di San Servolo nella cattedrale di San Giusto dopo i restauri del 1929  

La venerazione di Servolo prese vigore dopo il 1600 e nella grotta, sempre più spesso indicata come il suo eremo, venne costruito un altare di pietra, dove il 24 maggio veniva celebrata una messa per i fedeli che non mancavano di raccogliere le gocce d’acqua sgorgate dalle rocce e ritenute miracolose assieme a qualche pietra come talismani contro le influenze malefiche e i fulmini che minacciavano i tetti di paglia delle loro case.

La Grotta di San Servolo in una foto all’inizio del Novecento. Al centro della sala si trovava ancora l’altare in pietra lavorata sormontata da un baldacchino in lamiera.
Leggende tramandate attraverso secoli di miserie e ristrettezze quando la fede cristiana rappresentava l’unico conforto alla povertà e alle malattie, quando i racconti della gente comune venivano scritti e conservati da ecclesiasti e cappellani sino a divenire fatti di storia… Però al cospetto dell’umile grotta, tra l’oscurità, il silenzio, l’eco delle gocce che cadono dalle volte rocciose, il soffio di aria umida e fredda che filtra dalle grate, torna alla mente la breve vita del giovane Servolo e la sua storia millenaria.

Note:
1. La gens Servilia era una famiglia patrizia della Roma antica, già nota nei primi secoli dell’Impero
2. Le cronache storiche narrano che la strada gli fu interrotta da un grosso serpente (addirittura un drago in alcuni testi) che allontanò con il segno della croce e forse con un soffio
3. Da Pietro Kandler (Trieste 1804-1872) nelle Vicende della Santa Chiesa tergestina scrive: “Di Santo Servolo narrano gli atti del martirio che allorquando fu trascinato all’ingiusto supplizio della strozza nel 283 fu necessità di farlo scortare da moltitudine di soldati per tema che il popolo, nel quale vi erano assai cristiani, non volesse fare impedimento.”

Testi consultati:
Dante Cannarella, Leggende del Carso Triestino, Ed. Svevo, Trieste, 2004
don Giuseppe Mainati, Cronache storiche, Tip. Piciotti, Venezia, 1816
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Lint, Trieste, 2004
Articolo giugno 2011 su “La voce di Trieste”