Archivio mensile:dicembre 2017

Le forre di Tolmino e le sue leggende

Nel Parco Nazionale del Triglav si trovano le forre più estese e profonde della Slovenia formate per l’azione erosiva dei torrenti Tolminka e Zadlaščica che poi confluiranno nel punto più basso del parco, a 180 metri s.l.m.
Lungo il percorso della Tolminka, si ammira il più spettacolare scenario del canyon sull’arditissimo Ponte del Diavolo (Hudičev most) che a 60 metri d’altezza collega le pareti della forra.
(foto Wikipedia)

Sotto il ponte, incastonata tra le rocce e oggi inaccessibile a causa di uno smottamento, si apre una grotta orizzontale dove esiste una sorgente di acqua che per una sorprendente energia geotermica viene riscaldata a temperature che oscillano tra i 18,8 e i 20,8 °C. Penetrando nelle profondità della caverna le acque riaffioreranno in superficie più a valle confluendo alla fine delle forre in quelle fredde dei torrenti Tolminka e Zadlaščica. Considerate dalle credenze popolari miracolose sembra che davvero queste acque cristalline sprigionino un’energia di effetto terapeutico.

(foto Trip Advisor) 
Al di sopra del Ponte del Diavolo si apre la Dantejeva Jama, la mitica Grotta di Zadlaz che in 3 ampie sale si sviluppa per 1.140 m. di lunghezza e 41 m. di profondità.

(foto Kraji.eu)
Una leggenda tramandata nei secoli riferirebbe che nei primi anni del Trecento questa impressionante caverna (1) fosse stata visitata dal sommo poeta Dante Alighieri quando si ritenne fosse stato ospite del patriarca Pagano della Torre.
Il riferimento storico fu dettagliatamente confutato dallo studioso abate Giuseppe Bianchi nel testo Del preteso soggiorno di Dante a Udine e in Tolmino ma la tradizione leggendaria riuscì a sopravvivere nonostante la realtà delle logiche.

Gli escursionisti che percorrono la parte terminale delle gole di Tolmin potranno sicuramente trovare la Testa d’Orso, particolarissima roccia incastrata nella più angusta forra del torrente Zadlaščica formando un ponte naturale di incredibile fascino.

(foto nanopress.it)
Insomma l’attraversata di questi impervi sentieri tra il colore celeste delle acque, il verde intenso dei muschi, i boati delle rapide tra vedute mozzafiato e i meandri misteriosi di rocce secolari con le suggestioni delle loro leggende, offrono davvero delle delle grandi, indimenticabili emozioni…

1. Nella parte iniziale la grotta è stata attrezzata con scalini e funi passamano ma è visitabile solamente con una guida del locale gruppo speleologico

Notizie e consultazioni tratte da:
Dolina.soce.com – slovely.eu – studicarsici.it – Wikipedia.org – viaggi.nanopress.it –

I fiori della boscaglia carsica

Durante la bella stagione anche le più selvagge boscaglie del Carso sono ingentilite dalle fioriture di arbusti e piante. Nei primi giorni di primavera sbocciano i ciliegi (Prunus mahaleb), i cornioli (Cornus mas), i biancospini (Crategus monogyma) e le ginestrelle silvestri (Coronilla emerus) che colorano le colline carsiche dopo le desolazioni invernali.

Nelle foto un ciliegio canino (Pino Ferfoglia), il corniolo, il biancospino e le ginestrelle (Wikipedia) 
Tra maggio e giugno fiorisce il dittamo (Dictamnus albus), una pianta perenne aromatica della famiglia delle Rutaceae chiamata anche limonella per il suo intenso profumo derivato dagli oli volatili che si sprigionano dai piccoli fiori bianchi o rosa sbocciati sui lunghi stami.

Nelle foto (plant wordl) i fiori di dittamo

A questa pianta originaria delle mitiche terre di Creta, furono anticamente attribuiti dei poteri magici: bruciata sugli incensieri acuiva le capacità divinatorie e infusa nei decotti guariva le ferite più profonde. (1)

Un altro particolare fiore del Carso è l’elleboro d’Istria (Helleborus histriacus) che diffusosi dalla Dalmazia settentrionale cresce sui terreni più umidi delle boscaglie cresciute sui pascoli abbandonati. Fiorisce tra febbraio e aprile ma la sua sottospecie detta viridis ha la caratteristica di emettere i 5 petali del fiore in un delicato colore verde.

L’elleboro d’Istria (Enciclopedia Monografica del FVG)
Su alcune zone del monte Carso, vive anche l’ Helleborus niger, una piccola pianta che sopravvive agli inverni più rigidi e alle terre gelate. Poiché fiorisce in dicembre è chiamata Rosa di Natale e secondo una tradizione cristiana si ritenne fosse nata a Betlemme.

Nella foto (giardinaggio.net) un Helleborus niger che spunta nella neve
Un’antica leggenda narra che una povera pastorella volesse recarsi alla mangiatoia per offrire un fiore a Gesù bambino ma dopo averlo inutilmente cercato nelle terre vicine scoppiò in pianto dirotto per la mortificazione. Ma dalle sue lacrime cadute sulla neve spuntarono dei delicati fiori bianchi simili a rose profumate di muschio, così li raccolse e li portò in dono al piccolo nato.

Per le proprietà narcotiche a anestetiche delle radici dell’elleboro, gli antichi greci usavano somministrarne dei decotti per ridare senno ai folli mentre per la riconosciuta tossicità di tutta la pianta avvelenavano i pozzi d’acqua dei nemici.

Durante il Medioevo l’elleboro veniva usato dalle streghe per preparare pozioni e unguenti che sarebbero servite per rendersi invisibili nelle notti del Sabba, mentre i maghi ottenevano dalle foglie delle polveri dagli effetti irritanti che provocando una serie di starnuti sarebbero servite per espellere malattie e spiriti malvagi.

Secondo il linguaggio dei fiori regalare in questi giorni dell’anno le rose di Natale, i Christmas flower per gli inglesi, le Rose de Nöel per i francesi o i Christrose per i tedeschi sarà l’augurio di essere liberati dalle nostre pene.

Nota 1: Il fior di dittamo fu menzionato anche da Virgilio che nel XII libro dell’Eneide scrisse:

Qui la madre Venere, turbata dall’immeritato dolore / del figlio, colse sull’Ida cretese il dittamo / stelo dalle rigogliose foglie / e chiamato da fiori purpurei / e tutto il sangue stagnò nella profonda ferita.

Il bosco carsico e la boscaglia illirica

Il professor Livio Poldini, biologo presso il Dipartimento di Scienze della Vita presso l’Università di Trieste, sostiene che il nome più consono del bosco carsico sarebbe quello di boscaglia illirica, sia per la diversità delle specie arboree che vi convivono sia per la loro collocazione a macchia.
Come si è scritto nei precedenti articoli, in tempi più lontani i boschi carsici erano ricoperti da querce inframmezzati ai lecci nelle zone più calde e da cerri e roveri negli ambienti più umidi e freschi.
Se i tagli dell’uomo e i pascoli distrussero gran parte dei boschi, la specie più resistente e vitale fu la roverella (Quercus pubescens) che per la sua capacità di resistere alle aridità dei terreni e di adattarsi ai climi più freddi riuscì sempre a sopravvivere e a riprodursi.

Nelle foto (Wikipedia) la classica roverella dalla chioma ampia e irregolare e nell’aspetto invernale quando, a differenza di altre specie di querce, mantiene sui rami le foglie secche attaccate ai rami.

L’aspetto più nobile del bosco carsico è rappresentato dal rovere, tipica specie arborea dei climi continentali che predilige i terreni subacidi e umidi.
In gran parte distrutto per le necessità della popolazione, si è recentemente diffuso sulle zone marnoso-arenacee di Basovizza, di San Dorligo, della Val Rosandra e di Valle delle Noghere.

Dante Cannarella spiega che ogni specie vegetale cresce e si sviluppa su determinati terreni che a seconda del loro contenuto minerale possono essere acidi, neutri o basici; la boscaglia carsica con la carpinella, il frassino e la roverella predilige quelli basici con buoni drenaggi, il rovere, la quercia e il cerro necessitano invece di terreni profondi e capaci di trattenere molta acqua.

Nella foto (Wikipedia) le foglie e le delicate infiorescenze della carpinella (carpino nero)
Le tipiche boscaglie illiriche possono essere osservate sui monti Lanaro, Coste e San Leonardo dove si estendono tra zone di landa e tratti di pinete da rimboschimento; sui declivi sopra i 450-500 crescono invece roveri, cerri e carpini betulla.

Nella foto (Regione FVG) una panoramica autunnale dei boschi carsici dal Monte Lanaro
Nella foto (Enciclopedia monografica del FVG) un bosco di cerri sul monte Lanaro

I querceti dell’antico bosco carsico rappresentano oggi solo il 2% della vegetazione ma con favorevoli condizioni ambientali e del sottosuolo potrebbero progressivamente espandersi riducendo la boscaglia illirica alla quale si deve comunque il merito di aver rinverdito le terre brulle che si estendevano in quasi tutto il Carso nei secoli scorsi.

Nella foto (Regione FVG) un magnifico castagno secolare a Draga Sant’Elia

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – Regione Friuli-Venezia-Giulia, L’imboschimento del Carso, Zenit, Trieste, 1992 – Wikipedia