Archivio mensile:febbraio 2018

VAL ROSANDRA e l’uomo (seconda parte)

Il declino dell’Impero romano ebbe pesanti ripercussioni sulle popolazioni carsiche che vennero impoverite e spesso depredate dagli esattori delle colonie.
Se l’antica Tergeste fu risparmiata dall’invasione degli Unni che nel 452 distrussero Aquileia, nel 568 subì invece quella dei Longobardi. Tre decenni dopo una tribù di indoeuropei, vassalli degli Avari e chiamati dagli storici del tempo Sclavi o Slavi, saccheggiarono tutta l’Istria insidiandosi sui nostri territori.
Una colonia militare instaurata dai Bizantini per presidiare i confini garantirà 150 anni di pace ma dopo l’anno 752 si verificheranno nuovi scontri con i Longobardi fino al loro annientamento avvenuto per mano dei Franchi.
Nel 788 anche i Bizantini saranno scacciati dall’Istria dove si insidierà un feudatario dei Franchi che dopo l’804 allontanerà anche gli Slavi costringendoli a rifugiarsi nelle alture.
Dopo le razzie degli Ungheri avvenute alla fine del Millennio le terre del Carso diverranno desolate. (1)

Durante questi lunghi secoli di lotte e devastazioni la Riserva della Val Rosandra fu abitata da pochi agricoltori dediti sia ai pascoli che ai tagli di legname e solamente nel tardo Medioevo diverrà un’importante via commerciale.
Dall’altopiano carsico si snodavano diverse strade le cui tracce sono state rinvenute sia dall’abitato di San Lorenzo verso Moccò che da Draga Sant’Elia verso Bottazzo dove s’incrociava con il sentiero proveniente da Beca e Ocisla per poi percorrere quello del fondovalle sopra l’interramento dell’antico Acquedotto romano.
In questi percorsi transitarono lunghe carovane di somieri, detti anche “mussolati” che scendevano dalla Carniola con abbondanti scorte di olio, sale e vino. (2)
I dominatori terrieri imponevano dei pesanti su tutte le merci e per sorvegliare queste terre di confine decisero che sulle posizioni più strategiche si dovessero costruire torri di avvistamento, fortezze e veri e propri castelli che ben presto divennero bersagli di sanguinose battaglie.
Per controllare la strada dei commerci sulla Valle, su uno sperone roccioso venne così costruito il Castro de Muchou, menzionato per la prima volta nel 1233 anche se le tracce sulla famiglia de Mucho farebbero supporre la sua esistenza fin dal 1166. (3)

Nella foto la falesia della Valle sulla cui sommità sorgeva il castello di MoccòNon si sa esattamente quale fosse la forma del castello ma fu dedotto che avesse una pianta rettangolare, un’alta torre di controllo e un doppio ingresso sul lato a valle, come risulta da un disegno del 1698 di Ireneo della Croce, ripreso con molta fantasia da Alberto Rieger nel 1863 e in tempi recenti da Luigi Foscan.

Una ricostruzione proposta da Luigi Foscan che riprende la famosa stampa di Rieger
Per la sua posizione strategica la Fortezza di Moccò fu al centro di aspre contese tra il comune di Trieste, il Vescovado, i Patriarchi di Aquileia e soprattutto con i Veneziani, così negli oltre 3 secoli della sua esistenza cadde sotto diversi possessi.
L’ultima e più feroce guerra con gli eserciti della Serenissima avvenne a nel 1508 e durò quasi 4 anni. Nel 1511 un tremendo terremoto indebolì ulteriormente le mura e le difese dell’antico castello e quando nell’ottobre dello stesso anno l’esercito capitanato dal Vescovo di Trieste Pietro Bonomo lo assediò, il presidio dei Veneti si arrese. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue la fortezza fu infine distrutta.

Una parte delle mura con un arco è quanto rimane del castello di Moccò 
Nel secolo successivo con le pietre abbandonate sul luogo, venne costruito un grande e tozzo edificio a pianta rettangolare che fu chiamato Castello Nuovo.
Inizialmente adibito a scopi amministrativi, nel 1768 fu acquistato dai conti Petazzi e alla fine dell’Ottocento si trasformò in un albergo-trattoria.

Nella foto (dall’ archivio Furio Furlan) come appariva l’albergo nei primi anni del NovecentoDivenuto abitazione privata nel 1945 fu completamente distrutto da un incendio.

Il castello di Vinchimberg (o Vikumberg) fu costruito nel 1249 con una concessione vescovile sulla sommità di un colle a poco più di 2 chilometri in linea d’aria dal castello di Moccò. Sovrastato da una torre e circondato da un ampio fossato fu di fatto gestito dai conti di Gorizia con la clausola di neutralità nei confronti del Comune di Trieste e del Vescovo.
Con il pretesto di violazioni dei patti iniziali, ma in realtà per impedire il controllo dei conti di Gorizia e i loro alleati, nel 1361 il castello fu assediato e distrutto.

La posizione dei Castelli di Moccò e di Vinchimberg in una foto tratta dall’articolo “Il distretto comunale di Trieste nel Trecento” di Fulvio Colombo
Dopo le incursioni dei Turchi iniziate dal 1469, gli abitanti del piccolo borgo carsico di Draga decisero di costruire e gestire una fortificazione per proteggere sé stessi, gli animali e i loro prodotti
La Draški tabor che sorse sullo sperone roccioso sopra l’abitato di Bottazzo e dominante la Val Rosandra, disponeva di piccoli ricoveri interni ed era protetta da un alto muro provvisto di feritoie, una bocca di fuoco e un piccolo fossato esterno.
Nonostante la sua natura di tabor, ovvero una struttura-deposito, il Forte fu interessato anche da qualche avvenimento militare. Per proteggerlo dai saccheggi e dalle mire del capitano Nicolò Rauber, la popolazione consegnò le chiavi alle milizie imperiali e quindi al Vescovo Pietro Bonomo che ritenne di riaffidarle ai legittimi proprietari.
Il tabor non venne mai effettivamente distrutto, ma semplicemente abbandonato in quanto non serviva più come difesa.

Nella foto i ruderi del Tabor di Draga I ruderi rimasti del Tabor  
Ma se i castelli vissero assedi e battaglie, molte altre testimonianze della Valle sono legate alla preziosa presenza dell’acqua che, come riferiremo nella terza parte, permetterà delle fonti di lavoro e di guadagno ripopolando queste tormentate terre di confine.

Note
1. Gli ungheri saranno sconfitti nel 955 dall’imperatore Ottone I di Sassonia;
2. Dalle zone più interne veniva portato anche il grano e prodotti ferrosi; 
3. La denominazione Mocho apparirà dopo il 1350.

Notizie e consultazioni tratte da:
D. Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975
“Il distretto comunale di Trieste nel Trecento” articolo di Fulvio Colombo
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Ed. Lint, Trieste, 2004

VAL ROSANDRA e l’uomo (prima parte)

Come si è riferito nel precedente articolo, la Riserva Naturale della Val Rosandra sia per la quantità di grotte che per la presenza di sorgenti d’acqua fu abitata fin dalle epoche del Paleolitico e Neolitico.
Lo stadio storico successivo fu l’Età dei metalli che iniziò verso il 2.500 a.C. in Medio Oriente dove venne scoperto che mescolando lo stagno al rame si otteneva una lega molto resistente per le armi e gli strumenti di lavoro.
Diversi gruppi di pastori-guerrieri mediorientali decisero così di cercare nuove miniere mettendosi in viaggio verso la penisola italica.
Nel secondo millennio a.C., tra l’Età del bronzo e gli inizi dell’Età del ferro, comparvero gli Indoeuropei che si suddivisero in tre gruppi: uno nelle zone settentrionali, oggi corrispondenti alla Lombardia (1), il secondo in quelle centrali, documentato dalla Necropoli intorno Forlì, mentre un terzo gruppo stazionò nella Pianura Padana. (2)

Con l’età dei metalli sul Carso iniziò la cultura dei Castellieri, piccoli villaggi costruiti su luoghi dominanti delle alture e circondati da robuste mura a scopo difensivo. Alcuni storici ritennero che le loro popolazioni appartenessero alle tribù degli Istri ma altri, in tempi più recenti, le classificarono con quelle degli Illiri, mitici guerrieri stanziati lungo la Dalmazia e le sue isole che diedero del filo da torcere ai Greci prima e ai Romani poi.
Nelle zone orientali del Carso furono scoperti più di 600 castellieri (3) le cui tracce furono rinvenute nelle Necropoli dove venivano sepolti gli ossuari contenenti le ceneri dei defunti assieme a tazze, armi, fibule e monili in pasta di vetro e ambra.

Nelle foto un ossuario (vaso per le ceneri) e un elmo in bronzo provenienti dai Castellieri e conservati ai Civici Musei di Storia e Arte.In alcune Necropoli vennero rinvenute anche delle sepolture con le piastre di copertura
Nella zona della Val Rosandra furono rinvenuti ben 4 castellieri abitati dagli Istri; alcuni storici supposero che già nel 221 a.C. si fosse verificato un primo scontro con i Romani agli albori della loro espansione.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) le macerie rinvenute sul Castelliere del Monte Carso
Pochi anni dopo, nell’anno 181, sorse infatti la Colonia romana di Aquileia che inizialmente doveva impedire l’avanzata delle tribù galliche ma che poi fu seguita da altre colonizzazioni di legioni militari fino alla zona intorno al Timavo.

Nella foto (Pino Sfregola) un tratto della strada romana nei pressi del fiume Timavo
Ma poiché i Romani puntavano alla conquista dell’Istria, varcarono l’altopiano carsico sino allo strategico vallo del pasum Longere per poi scendere verso il mare e dirigersi verso la penisola dove saranno inevitabili le collisioni con gli Istri, spietati predatori dei mari e abili dominatori delle terre sovrastanti.

All’inizio del II° secolo a.C. fu così costruito un grande accampamento sul monte San Rocco protetto da imponenti strutture difensive e altri due forti di dimensioni minori sulle continue alture del monte Grociana e Montedoro.

Foto (da Cds) della base militare sul monte San Rocco
Le recenti scoperte storico-archeologiche avrebbero dedotto che proprio in queste zone si sarebbe sviluppato il primo nucleo di Tergeste e che solo successivamente fosse stato spostato sul colle San Giusto. (4) 

Fu proprio nell’accampamento di monte San Rocco che i soldati romani subirono il violento attacco degli Istri costringendoli a una vergognosa fuga sulle navi. I consoli decisero allora di inviare al Vallo una spedizione con 4 legioni e numerose truppe ausiliarie puntando all’annientamento dei guerriglieri.
Molte popolazioni rinchiuse nei Castellieri trattarono la pace con i legionari ma il loro capo, il potente principe Epulo, volle resistere agli attacchi degli eserciti romani rinchiudendosi nel grande castelliere di Nesazio (vicino Pola).
Con la sconfitta e il suicidio di Epulo la potenza degli Istri si concluse e iniziò il dominio dei Romani che proseguì per più di sei secoli.

I militari in congedo, ricompensati con numerosi terreni, iniziarono a costruire masserie di cui numerosi reperti furono rinvenuti nell’area di Bagnoli.
Nel I° secolo d.C. in Valle fu progettato e costruito il colossale acquedotto che convogliando le acque del torrente Rosandra con le risorgive di Crogole e di Dolina, percorreva complessivamente 16-17 km. per giungere fino alla città di Tergeste.
L’ingegnosa struttura era costituita da un conglomerato di pietre e malta sovrastato da due muri laterali di piccole pietre squadrate con una larghezza di circa 55 cm. e una profondità di circa 160. Mantenendo la pendenza media del 2% permetteva un flusso giornaliero di ben 5800 metri cubi di acqua che convogliandosi in un fontanone nell’odierna piazza Cavana riforniva tutta la colonia romana.

Nella foto i resti umani scoperti nel corso degli scavi del 1974 nell’Acquedotto della Val RosandraLa condotta dell’ Acquedotto romano liberato dai detriti (foto di Pino Sfregola)
L’acquedotto romano funzionò fino al V° o VI° secolo quando per la contrazione demografica, per il progressivo impoverimento della città e l’isolamento di tutto il territorio carsico, sarà abbandonato a sé stesso. (5)

Nella foto (da Enciclopedia monografica del FVG) l’Agro Romano

 

 

Note:
1. La prima Necropoli fu scoperta in Valcamonica vicino Brescia
2. “Ne è un esempio il complesso archeologico di Frattesina (XII-IX sec. a.C.), nei pressi di Fratta Polesine, costituito da un villaggio e da due vaste necropoli collocate  lungo un grande ramo padano, il “Po di Adria” oggi scomparso” (da parchideltapo)
3. I più importanti furono scoperti nelle valli dell’Isonzo e a Santa Lucia di Tolmino dove vennero rinvenute ben 7000 sepolture
4. Dagli studi di Federico Bernardini, archeologo presso il laboratorio del Centro di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste
5. Vedere l’articolo “L’acquedotto romano” su quitrieste.it

Notizie e consultazioni tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975.