Archivio mensile:marzo 2018

“La Valle”

Val Rosandra (foto di Giuseppe Turzi)

Se Dante Cannarella nei suoi “Appunti di Preistoria e Storia” afferma che : “Per quanto dirupata ed aspra la Val Rosandra fosse, in realtà questa è la zona carsica più ricca di storia di tutto il nostro territorio” alla “Valle” sono state dedicate anche delle descrizioni letterarie che qui riportiamo:

Questi alcuni passaggi della Guida storico-letteraria …ma tutti la chiamavano “Valle” dell’alpinista-scrittore Spiro Dalla Porta Xidias:
Rocce, sassi, cespugli. Lunga forra trasversale. Pendii, ora dolci, ora scoscesi, e in fondo il torrente canta, grida sussurra la sua unica nota, scrosciando in gole profonde, adagiandosi nel letto quasi piano, spezzandosi in schizzi di spuma contro massi e pietrame.

Foto di Mario Amstici

Persino nei suoi trattati il geologo Ruggero Calligaris accenna agli affascinanti misteri della Val Rosandra:
Ogni piega, ogni faglia, ogni fessura o grotta ci svela un piccolo tassello nel complesso mosaico racchiuso tra le sue aspre e candide pareti. 

Alla Valle lo scrittore-alpinista Libero Mazzi nel testo Queste mie strade dedicò alcune pagine di di nostalgici ricordi:
Ritornare in Val Rosandra: una ferita sbilenca e profonda sulla crosta della terra, un resto del diluvio… Silenzio, odore di pietra, di Carso, di muschio; spari di cacciatore che rimbalzano e rotolano più volte, ed è rumore di grande tristezza, di spaventi non sopiti, come se l’agguato all’uomo fosse ancora valido.
Il tempo si è fermato, ha fatto di Val Rosandra una trincea di affetti, spalancata ai sentimenti e protetta dall’usura come la forma e la durezza delle sue pietraie.
Nel suo cuore assale una serenità che divora gli anni e li restituisce intatti e freschi.
La terra è spaccata e convulsa, l’abisso ha dimensioni e virate da vertigini. Roccioni contorti come sculture urlanti, monumenti impassibili di pietra, ciuffi oscuri di alberi e arbusti; non si vede il fondo e pare che tutto continui precipitando fino al centro della terra.
Adesso il vento sembra gridare il suo linguaggio per impaurire, e anche l’acqua nascosta alza a tratti la sua voce sibilante.
Al riparo tra due massi, sgomento e paura fanno cercare un appiglio cui tenersi saldi.
La valle intorno tornava con il suo volto familiare di antica leggenda, di squarcio dimenticato da epoche preistoriche, di mondo sommerso e improvvisamente affiorato in un ribollire di schiume cristallizzatesi al ritiro rapido dell’acqua.

Nel libro Carso Triestino, immagini delle quattro stagioni il poeta professor Sergio Pirnetti commentò così le fotografie di Mario Amstici:
La Val Rosandra è uno scrigno che conserva intatti tesori. Tagliata a balze nel vivo del calcare dalla corrosione dei secoli, alterna a formazioni rocciose di aspetto dolomitico brevi ripiani dove la macchia rigogliosa e la fioritura primaverile interrompono la durezza del paesaggio alpestre.
Foto mario quella su facebook
Sul fondo la voce del fiume ha ora brontolii violenti, scrosci di cateratta, irosi gorgolii che escono da strozzature improvvise, ora pacati sussurri, fruscii lievi che emanano dalla calme conche ove l’acqua ristagna trasparente come vetro.
Per quasi tutta la lunghezza della valle un’area lama di roccia, il Crinale si alza inclinata da un lato, strapiombante in un salto pauroso dall’altro; culmina in una piccola cima su cui gli alpinisti hanno innalzato un cippo in onore di Emilio Comici e degli altri compagni caduti in montagna.
Da lassù i pulpiti rocciosi del versante opposto si riconoscono uno dopo l’altro, battezzati dai rocciatori con nomi a volte scherzosamente altisonanti, a volte sinceramente ammirati: il “Montasio”, gli “Altari”, la “Parete bianca”, la “Parete Grande” i “Castighi di Dio”, le “Criticanze”…

Nella foto (Mario Amstici) il “Montasio” della Valle
Nel fluire delle stagioni la val Rosandra assume aspetti sempre nuovi. Dalla fioritura primaverile, quando nelle fessure della roccia ondeggiano al vento iris e garofani selvatici, passa alla calma solenne dell’estate, quando a mezzogiorno l’ombra si ritrae nelle spaccature profonde. 

Foto Mario Amstici

Per concludere questi brevi passaggi poetici non possono mancare alcuni passaggi di Scipio Slataper nel suo splendido libro Il mio Carso:

Tutta l’acqua s’inabissa nelle sue spaccature, il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi… 
[…] Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.

Fonti: 
Spiro Dalla Porta Xidias, …ma tutti la chiamavano “Valle”, Guida storico-letteraria della Val Rosandra, Ed. I. Svevo, Trieste, 1987
Sergio Pirnetti – Mario Amstici, Carso triestino, Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, Ed. LINT, Trieste, 1975
Libero Mazzi, Questa mie strade, Tipografia Moderna, Trieste, 1967
Scipio Slataper, Il mio Carso, RCS Rizzoli, Milano, 1989

VAL ROSANDRA e l’uomo (terza parte)

Mentre in Valle continuavano le lotte per il dominio dei castelli, i suoi abitanti impararono a sfruttare la preziosa presenza delle acque che sgorgavano a monte di Bottazzo, dall’Antro delle Ninfe e soprattutto dalla fresca e abbondante Fonte Oppia nota anche come Glinščica.

La fonte Oppia (foto Dario Gasparo)Dopo la distruzione dell’Acquedotto romano, avvenuta tra il VI e VII secolo, le acque scorrevano liberamente nella Valle formando diversi affluenti del fiume Rosandra e ben presto l’uomo avrebbe imparato a utilizzare l’energia delle loro correnti con l’allestimento dei mulini idraulici.
I corsi minori vennero così fatti confluire in alvei degradanti scavati nelle rocce e i loro flussi vennero usati per smuovere una ruota a pale che provocava la rotazione dell’asse a cui era collegata la pietra della macina interna alla struttura.

Foto Biblioteca Nazionale Slovena di Trieste Fu supposto che la presenza dei mulini in Valle fosse avvenuta prima dell’anno Mille ma la loro testimonianza apparve solo in documenti risalenti al 1276.
I mugnai divennero esperti nella lavorazione del legno per i supporti e nello scolpire le ruote di pietra con cui venivano frantumati i cereali mentre le donne si dedicavano alle vendite delle farine che trasportavano a dorso di mulo per tutti i paesi del Carso.
Tra le rocce vicine ai mulini venivano anche scavati dei canali di alimentazione chiamati struge dove guazzavano gamberi e anguille destinati a essere cucinati nel sugo e serviti con la polenta durante le feste d’agosto.

La popolazione ebbe così un certo incremento e nella metà del Settecento tra il torrente Rosandra e i suoi affluenti si contavano 16 mulini a ruota singola, doppia o tripla.

Foto di Adolfo AmbrosiMa le condizioni di vita erano pesantemente penalizzate dai climi estremi della Valle dove le siccità estive e le gelate invernali costringevano a interrompere il ciclo delle macinazioni. Spesso le scorte agricole conservate nelle case non erano sufficienti a sfamare le famiglie e le donne erano costrette a dedicarsi a nuovi mestieri come la preparazione e la vendita del pane o a offrirsi come lavandaie di lenzuola inginocchiate sulle pietre dei fiumi. Per alimentare i forni li uomini tagliavano grandi quantità di alberi e le loro ceneri venivano poi bollite e usate per l’ammollo della biancheria.

Alcuni mulini vennero dismessi e trasformati in laboratori per fabbri ma la realizzazione della Ferrovia Trieste-Erpelle per il collegamento con le linee istriane offrì delle nuove occasioni di lavoro. (1)

Foto collezione Luciano EmiliDurante la colossale impresa, realizzata tra il 1885 e il 1887, vennero costruiti i viadotti su 7 canaloni, 6 ponti in ferro, 5 gallerie, i muri di sostegno sulle pendici del monte Stena e 3 stazioni ferroviarie. (2)

Agli inizi del Novecento la Valle venne anche frequentata dai primi rocciatori (3) e dopo gli Anni Venti dai soci della Scuola di Roccia del CAI fondata da Emilio Comici.

Emilio Comici in cordata (fototeca CAI XXX Ottobre)
Prima dello scoppio della seconda guerra la linea Trieste-Erpelle passò sotto la gestione delle Ferrovie dello Stato ma quando nel 1947 si trovò sul confine italo-jugoslavo con i successivi conflitti del dopoguerra, il traffico ferroviario subì un forte calo fino a essere sospeso nel 1958. La linea venne definitivamente chiusa nel 1961 e smantellata nel 1966.

La Valle rimase così in stato di abbandono fino al terzo millennio quando fu sistemata la panoramica pista ciclo-pedonale intitolata al ciclista triestino Giordano Cottur con un percorso da San Giuseppe della Chiusa a Draga e il successivo prolungamento dalla zona di San Giacomo.

Foto Dario Gasparo
Nella Riserva della Val Rosandra convivono diverse nature morfologiche e tra il clima continentale della zona di Bottazzo e del versante est del monte Carso a quello mediterraneo delle zone più soleggiate. tra sentieri, sassaie, grotte, acque e rocce si susseguono caleidoscopici scenari di incomparabile bellezza.
E dopo tutti i conflitti e le sanguinose battaglie che qui si sono avvicendate, è incredibile come si sia conservata l’antichissima chiesa di Santa Maria in Siaris che svetta ancora su questa Valle dalla storia millenaria.

Foto di Alessio Fiorentino


Note:
1. Il percorso partiva dalla stazione di Sant’Andrea, attraversava Sant’Anna, San Giuseppe, Sant’Antonio in Bosco e Draga proseguendo verso Erpelle)
2. A Sant’Anna, Sant’Antonio in Bosco e Draga
3. Giuseppe Marcovig, Napoleone Cozzi, Alberto Zanetti con altri giovani amici formarono la “Squadra Volante”

Notizie e consultazioni da:
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, Lint Editoriale, Trieste, 2008
D. Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Ed. Lint, Trieste, 2004