Archivio mensile:aprile 2018

Il Tiglio, l’albero sacro

Il Tiglio (Lipa) appartiene al genere Tilia, nome derivato dal greco ptilon – “ala”  dovuto alla dispersione aerea dei suoi piccoli fiori smossi dalle più lievi brezze.
L’albero, che può raggiungere l’altezza di 40 metri, cresce lentamente per 60 anni poi inizia a espandersi in altezza e larghezza raggiungendo la sua massima dimensione dopo 200 anni e grazie al suo esteso e profondo apparato radicale può vivere più di un millennio. E’ infatti tramandato il detto che i tigli crescano per 3 secoli, restino fermi per altri 3 e ne impieghino altri 3 per morire.
Tra maggio e giugno sotto le sue delicate foglie a forma di cuore crescono dei grappoli penduli da dove sbocciano piccoli profumatissimi fiori di un tenue colore giallo. Dal loro dolce nettare le api forniscono un delizioso miele dall’aroma leggermente vanigliato e dalla essiccatura vengono prodotti degli infusi ancora oggi usati come tranquillizzanti ma noti fin dal XVI secolo come antidoti per le febbri.

Gli antichi popoli germanici ritenevano il Tiglio un albero sacro e usavano appendere sui rami degli oggetti votivi conservati poi come talismani per proteggere le case dai fulmini e dagli spiriti maligni.
Tale venerabilità venne perpetuata anche dalle genti slave che fin dai tempi più lontani piantarono alberi di Tiglio nelle piazze principali dei paesi. Qui solitamente sorgevano anche le chiese ma per tradizione i rami non dovevano mai superare l’altezza dei campanili.

I Tigli davanti la chiesa dell’Arcangelo San Michele a Corgnale – Lokev Gli alberi davanti la chiesa di San Sergio – Črni Kal 
Sotto le fronde del Tiglio si svolgevano le riunioni del sindaco con i suoi 12 amministratori, di quelle dei valligiani per discutere su problemi e progetti o semplicemente per mantenere vivo l’aspetto comunitario dei paesi.
Ogni anno si svolgeva una serata di balli per festeggiare l’arrivo della primavera e il rito della “prima danza” per accogliere i più giovani alla vita adulta.

Un’antica leggenda racconta che quando il potente Re Matjaž venne sconfitto in una battaglia (1) fu imprigionato in una grotta e indotto assieme ai suoi soldati a un sonno profondo fintanto che non fosse cresciuto e fiorito un grande Tiglio. Quando ciò accadde, il Re, profuso di una grande forza, affrontò la battaglia decisiva e riportandone la vittoria volle sancire la pace universale sotto il Tiglio delle 7 cime dove pose un invincibile scudo a difesa delle tentazioni del mondo.
Da allora per la tradizione slovena divenne il “buon Re Matjaž” elargitore di doni e un personaggio di fiabe e racconti.

In ricordo della sua storia leggendaria gli fu dedicata una bella scultura di pietra e un’oscura grotta nei boschi sui confini austriaci del monte Peca.

(foto vnaravi.si) 

(foto pdmezica.si)

Nota 1. Gli storici supposero che il personaggio potesse riferirsi all’ungherese Matija Korvin governatore della Carinzia nel tardo Medioevo (da Wikipedia)

Notizie tratte dal testo “Slovenia” di Steve Fallon, EDT 1995 – lintver.it – Wikipedia  

Lokev – Corgnale

La Villa Chorgnalis, così menzionata in un documento del 1304, si trovava lungo il percorso dell’antichissima Strada dei Carsi che dalla Carniola scendeva verso il valico di Monte Spaccato per poi raggiungere le zone costiere.

Alcuni storici supposero che il nome derivasse da quello della gens Cornelia, famiglia patrizia di Roma, ma in seguito la storia lo mutò in quello di Kornial, dal tedesco korn-grano (1), nello slavo Locko, indicante le vasche a riserva d’acqua e infine nell’attuale Lokev.
Dalla fine della Prima Guerra al 1947 il paese passò alla sovranità italiana e venne chiamato Corgnale o anche Corniale per la diffusione dei cespugli di Corniolo nelle vicine campagne.

Attraverso la strategica vallata passarono dunque legioni romane, soldati, pellegrini, mercanti con i loro carri colmi di grano (2) e i leggendari Cavalieri del Tempio in cammino verso la Terrasanta.
Nonostante la mancanza di documentazioni certe, la presenza dell’ordine religioso-militare del Templari è riportata su diversi testi storici adducendo la possibile concessione da parte dei Patriarchi di Aquileia in tempi precedenti a quella dei Conti di Gorizia.

Su alcune pietre del sentiero prospiciente la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo sono visibili delle incisioni le cui origini sono ancora oggetto di diverse interpretazioni come i disegni chiamati comunemente “Triplice cinta(3) che risulterebbero però intagliati in epoche diverse.
Sarà forse per la suggestione delle leggende legate al mito del Sacro Graal ma suscita davvero un’emozione quel calice sormontato dalla croce inciso su una pietra davvero antichissima.Molti storici asserirono comunque che la parrocchia di Corniale sia stata ricostruita nel 1635 sulle fondamenta di una precedente risalente all’inizio del XII secolo (4) di cui fu salvata una campana datata nell’A.D. 1114 (5) funzionante fino alla sua fusione nel corso della Grande Guerra.
Anche un preziosissimo Crocifisso qui conservato dovrebbe pure risalire ai primi decenni del XII secolo come dimostrerebbe la corona a 3 corni sul capo di Cristo-trionfatore, tipica rappresentazione iconografica del Medio Evo.
La croce in rame dorato con parti trattate a smalto venne recuperata nel vicino cimitero dove era stata gettata inchiodata su qualche supporto come si evince dai 14 più recenti fori.

Sulle pareti della chiesa, tra il 1942 e il 1942 l’artista sloveno Tone Kralj (1900-1973) dipinse i grandi pannelli con splendide immagini ispirate alla vita di Cristo e i 14 quadri collocati sotto la consolle con immagini della Via Crucis e della crocifissione. 

Non risultano notizie sull’origine della chiesetta gotica “Maria Ausiliatrice” collocata tra le mura del comprensorio ecclesiastico; l’epigrafe incisa sopra il portale riporta la data del 1426 corrispondente alla data del restauro avvenuto sulle rovine di una precedente cappella.

Nel piazzale accanto le 2 chiese si erge l’antica Torre cilindrica costruita a difesa delle frequenti scorrerie degli eserciti turchi. Sebbene l’incisione su una pietra riporti la data dell’anno 1485, un antico documento veneziano attesta l’esistenza di una torre di guardia costruita tra l’XI e il XII secolo e che nell’A.D. 1234 il suo custode fosse il conte Mainardo III di Gorizia.

La didascalia della foto d’epoca tratta dal testo “Il Carso della provincia di Trieste di Dante Cannarella riporta il nome di “Torre del Capitano”

Durante la guerra tra Trieste e Venezia, nel febbraio 1463 il Doge Cristoforo Moro ordinò l’occupazione della Torre che venne assediata dal capitano de Gavardo. Mancando notizie scritte, fu dedotto che allora fosse stata distrutta per poi essere riedificata come ancora oggi appare.

Dopo i restauri seguiti alla seconda guerra, la Torre venne adibita a Municipio e in seguito trasformata in un Museo militare con reperti dei 2 conflitti mondiali.

Quasi vis-à-vis si trova la vecchia bottega Fabiani, fondata nel 1869, attiva fino al 1948 e oggi conservata come museo con un’incredibile quantità di arredi e merci del tempo che fu.

Foto fabianova Le strade di Lokev conservano ancora antichi casali di pietra con le finestre inferriate, piccole fattorie con i cortili di calce bianca, balconate di legno e camini di vecchi focolari ma non mancano numerosi locali di ristorazione.

Intorno alla cittadina si snodano i sentieri tra la verde vallata e ci piace pensare a quell’antica Strada dei Carsi dove passarono così tanti mercanti e i mitici Cavalieri del Tempio verso terre lontane.

Note:
1. A Corgnale esisteva un tempo un grande mercato di grano 
2. Detti anche “mussolati” per il traino dei somari 
3. Questi disegni sono comunque presenti in molti luoghi sia in Italia che in Europa
4. Ridotta in totale rovina nel 1613
5. dall’incisione: Ich Erhart von Prr. Hülben las die Glocken Machen

Fonti tratte da: Comunità Religiose di Trieste: contributi di conoscenza, Ist. Enciclopedia del FVG – a cura dei Civici Musei di Storia e Arte;
L. Foscan – E. Vecchiet, I Castelli del Carso Medioevale, Ed. Svevo, Trieste, 1985 – Luigi Foscan, Guida ai castelli e ai luoghi fortificati del Carso italiano e sloveno, Ed. Svevo, Trieste, 1996;
Gustavo Cumin, Guida della Carsia Giulia, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 2009

Foto di Gabriella Amstici 

Il Monte Lanaro e i suoi misteri

Il Monte Lanaro dal 1996 fa parte di una Riserva Naturale costituita da un insieme di cime minori ricoperte da una fitta boscaglia alternata a rigogliosi boschi di rovere e cerro dove si susseguono prati, doline, avvallamenti, e angoli segreti che nascondono delle antiche e misteriose storie. 

La vetta più alta si eleva a 300 metri sul vallone retrostante raggiungendo un altezza di 544 metri; di poco inferiore è il Piccolo Lanaro, conosciuto con il nome di Nivize (o Njivize che significa “piccolo campo”) sulla cui cima sono state rilevate le tracce di un importante Castelliere un tempo menzionato come Aidovskigrad, cioè “Castello dei pagani” struttura eretta quindi in epoca protostorica e considerato il più antico di tutto il Carso. (1)
Gli scavi effettuati dalla Soprintendenza nel 1970 hanno portato alla luce numerosi manufatti per cui fu ritenuto che l’esistenza del castelliere risalisse all’ultima età del bronzo o alla prima del ferro. (2)
Una delle particolarità di questo castelliere consiste nella presenza di due distinte cinte murarie (3): la prima di forma rotonda in cima alla vetta e una seconda confinaria e degradante sul declivio del colle, di forma irregolare e più estesa.

Nel disegno di Giusto Almerigogna la pianta del Castelliere con le zone degli scavi (segnate in nero)
Lo storico-archeologo Alberto Puschi nel 1892 scoprì all’interno del primo perimetro un pozzo naturale profondo 8 metri ma solo dopo il 1940 fu rimosso il blocco di pietra che lo occludeva permettendo l’esplorazione da parte della Commissione Grotte.

L’ingresso del pozzo (foto di Furio Premarian in catastogrottefvg) 
Apparve così una spaziosa caverna di cumuli detritici sui quali furono rinvenuti i resti scheletrici di una trentina di esseri umani, ossa di animali e frammenti di ceramiche.
Tale scoperta sollevò le perplessità degli archeologi in quanto nella lunga età dei castellieri i corpi venivano cremati e sepolti negli ossuari con accanto le armi o i monili appartenuti nella vita dei defunti.
Poiché ulteriori scavi effettuati nella cavernetta alla base del Piccolo Monte Lanaro rilevarono un ulteriore pozzo profondo 19 metri e sul cui fondo erano depositati altri resti umani, fu supposto che potessero appartenere a vittime di riti sacrificali o di epidemie di peste e in conseguenza dedotto che il castelliere sarebbe potuto essere datato all’età iniziale del Bronzo.
Le ipotesi sono ancora al vaglio di studi che però richiederebbero delle approfondite analisi autoptiche. Così in questo castelliere, ma anche in altri del Carso, si è potuto solamente accertare che per motivi ignoti fossero esistite delle forme collettive di sepoltura.

La leggenda di Ajdovskigrad 

Com’è noto ai tempi del Medioevo la storia veniva perpetuata dai racconti dei valligiani e via via infarcite di particolari sino a diventare delle leggende riprese poi dalle fantasiose penne di letterati storici. Non potrebbero quindi mancare quelle delle selvagge alture del Carso specialmente se dotate di oscuri pozzi e misteriose grotte, come appunto quelle dei Campi di Nivize che vennero riportate negli anni Settanta da Dario Marini, socio dell’Alpina delle Giulie.

Fu dunque tramandato che molto tempo fa sulla cima del Monte Lanaro fosse esistito un castello, chiamato come si è scritto Ajdovskigrad, abitato da una masnada di filibustieri intenti a depredare viaggiatori e pellegrini nelle contrade a valle.
Dopo cotante nefandezze le autorità governative presero d’assalto il maniero uccidendo tutti i briganti che lo avevano occupato. Da allora iniziò la ricerca dei tesori lì accumulati e poiché si favoleggiava fossero d’inestimabile valore, l’intera fortezza venne rasa al suolo, ma nulla fu rinvenuto.
Quando tra le macerie qualcuno scoperse 2 profondi pozzi, i valligiani decisero allora  di riprendere le ricerche ma ben presto le abbandonarono quando corse voce che il posto fosse talmente infestato dagli spiriti che nemmeno i pastori o i taglialegna osavano avvicinarsi.
I campi di Nivice divennero sempre più inselvatichiti e tutti i sentieri verso la cima scomparvero tra impenetrabili rovi.

Alla fine dell’Ottocento un coraggioso parroco di Repentabor volle mettere fine all’oscura fama del colle e notti su notti risalì le pendici procedendo affannosamente tra gli spini e le fameliche larve stringendo una lanterna in una mano e una croce nell’altra fintanto che ormai esausto riuscì a liberare la zona intorno alle macerie del maniero infestate dalle inquietanti presenze.
Così ripresero alla grande gli scavi tra le terre di Ajdovskigrad ma i tesori accumulati dai briganti non furono mai trovati, ma a conferma che anche le leggende possiedono qualche verità storica, vennero scoperti antichi reperti che furono in parte gelosamente accumulati nelle abitazioni della valle ma soprattutto conservati dagli archeologi e dagli appassionati speleologi che si avventurarono nei misteriosi pozzi di Nivice.

Note:
1. La protostoria è la fase più antica di un processo storico e rappresenta un momento intermedio tra la preistoria e la storia vera e propria.
2. Gli scavi successivi hanno però portato alla luce alcuni reperti che potrebbero essere retrodatati e altri più recenti che testimonierebbero la presenza sul luogo di legioni romane, fatto che fu inizialmente escluso.
3. Tipologia riscontrata comunque anche in altri Castellieri del Carso.

Volendo aggiungere una piccola nota sentimentale mi piace riferire che in una dolina della Riserva Naturale del Lanaro hanno ripreso il loro ciclo vitale alcune specie che sembravano ormai scomparse dal Carso come lo splendido Giglio martagone e il bianco fiore dell’Asfodelo che cresceva tra le anime dell’omerico Ade.

Notizie tratte da:
Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975 e Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste 1998 – catastogrotte.fvg.it – Le foto della Riserva del Monte Lanaro sono state riprese da Google Map