Archivi autore: Gabriella

SLIVIA e le sue meraviglie

Il piccolo Borgo di Slivia (Slivno in sloveno) fu menzionato per la prima volta nel 1357 (1) come De Scligna, in seguito divenne de Sliugna o Sliuga, dopo il 1525 Slivigna e infine Slivno, nomi derivati dal nome sloveno sliva = pruno, susino. (2) (3)

Immerso tra vigne, orti e prati il paese ha conservato alcune antiche carsiche con i tipici portali e i cortili.

Foto da Umile Carso di Alfonso Mottola

L’esistenza della chiesa di Santa Maria Maddalena appare nel Libro delle Perticazioni del 1525, ma la sua costruzione fu senz’altro anteriore. Purtroppo dopo i bombardamenti della Prima Guerra è rimasto molto poco dell’edificio originale che all’interno ha mantenuto solo l’abside pentagonale in stile gotico: In un’edicola della facciata è conservata la statua di San Biagio e di fianco un piccolo Camposanto. 


Nel 1968 in un dosso di campi solcati nei pressi di una cava abbandonata posta a nord-est della linea ferroviaria di Visogliano, fu scoperto uno dei più antichi giacimenti del Pleistocene, periodo del Quaternario compreso tra i 2,58 milioni e gli 11.700 di anni fa, chiamato la Breccia di Slivia.
Con una serie di scavi vennero rinvenuti i fossili dei grandi animali che allora popolavano il Carso quali rinoceronti, cervi e ippopotami che con importanti lavori di restauro e ricostruzione furono poi conservati al Museo di Storia Naturale. (4)

Foto: la Fauna pleistocenica della Breccia di Slivia nella Collezione del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

Alla fine dell’Ottocento, oltre i campi intorno a Slivia, sopra una collina di 200 metri, l’archeologo Ludwig Karl Moser (1845-1918) (5)  rinvenne i resti di un importante Castelliere abitato dai primi abitanti della zona nell’Età del Bronzo e del Ferro ma deducendone fosse stato poi rifrequentato da legioni romane.
Successivamente Carlo Marchesetti (Trieste 1850-1926) (6) misurò la circonferenza stimata in 270 metri, le imponenti mura alte 5 metri protette da un vallo esterno dotato di un varco d’accesso. (7) 

Sotto il ponte della statale 202, sullo spiazzo lungo la strada comunale, si trova la gradinata che conduce alle fantastiche grotte dette Torri di Slivia.
Un tempo questa cavità si presentava come un pozzo profondo che immetteva in due caverne comunicanti con uno sviluppo di 300 metri e una profondità massima di 70. Nel secondo cavernone furono trovate enormi formazioni stalagmitiche, alcune massicce e simili e torri , altre sottili come guglie. Le stalattiti che pendono dal soffitto sembrano altrettante sinistre lance che si proiettano sulle lucide calciti delle pareti.

Foto TripAdvisor 

Riaperte nel 2012, dopo lunghi anni di abbandono le grotte di Slivia sono raggiungibili con una sorta di trattore attrezzato per i turisti e facilmente visitabili negli orari stabiliti.

Molto rinomato l’Agriturismo “Le torri di Slivia” dove si offrono insaccati di suino, uova provenienti dalle loro galline, formaggi di aziende agricole del Carso, pomodori e peperoni sott’olio e e i prelibati vivi Malvasia e Terrano.

Note:
1 Wikipedia riporta la data del 1319
2. Cannarella asserisce che il nome potrebbe derivare dal latino Silvanus o Silvian nel Medioevo riferito al dio delle selve. Sicuramente tutta la zona era immersa da rigogliosissimi boschi e quelle sui pendii di ponente e vicini alla costa furono sfruttate per la coltivazione di vigneti da cui si ricavavano ottimi vini apprezzatissimi dalle comunità romane che popolarono queste terre carsiche 
3. Il Comune di Slivia fu sciolto nel 1928 e aggregato al Comune di Duino-Aurisina assieme a Malchina e San Pelagio
4. Da researchgate.net
5 L. K. Moser, nato nella Slesia austriaca (oggi Repubblica Ceca) si trasferì a Trieste nel 1876. Oltre alla cattedra di scienze naturali al liceo fu un appassionato ricercatore di reperti archeologici. 
6. Chiamato anche Carl von Marchesetti fu un instancabile paleontologo e archeologo, direttore del Museo civico di storia naturale e dell’Orto Botanico di Trieste
7. La posizione strategica dell’altura fu in seguito sfruttata per gli allestimenti di baracche e delle trincee scavate durante la Grande Guerra a protezione del monte Ermada 

Notizie e consultazioni da:
Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975 – D. C., Il Carso della Provincia di Trieste, Ed: Svevo, Trieste, 1998
Alfonso Mottola – Lucia Ruzzier, Umile Carso, Editoriale libraria, Trieste, 1967
researchgate.net – archeocartafvg.it – Osmize.com 

La muda di Clanez

Secoli fa il villaggio di Clanez Klanec, che si estende in una valle scavata dal torrente Rosandra (1), si trovava in una zona di grandi traffici tra Trieste, Venezia e la Carniola quindi il controllo delle sue terre era ambitissimo per la raccolta dei dazi.
L’incarico di sovraintendere la Muda di Clanez (2) era spesso affidato a nobili triestini che accettavano di trasferirsi in un posto così lontano e impervio in cambio di generose ricompense.

Foto tratta da istrapedia  
Sul ponte che si trovava all’ingresso del villaggio venne costruito un castelletto la cui esistenza fu documentata in un contratto di affitto concesso da Federico III d’Austria al Comune di Trieste, dopo il 1526 alla famiglia dei Clainz ClanazClanez, che diedero il nome al borgo, fino alla fine del 1600 a quella dei Lichstock de Lichtenstein (3) e in seguito al nobile Antonio de Giuliani (4) che ancora in pieno servizio lì vi morì nel 1734.

Foto istrapedia 

La sorveglianza della Muda doveva essere alquanto tracotante in quanto spesso i mercanti e i “mussolati” provenienti dalle regioni interne e diretti verso Venezia si lamentavano delle angherie subite dagli esattori e dai loro sbirri che oltre a pretendere cospicui dazi li deviavano a forza verso Trieste.
Oltre ai floridi affari che si svolgevano nella Muda, il posto attraeva anche patrizi e cacciatori triestini per l’abbondante selvaggina rinvenuta dalle battute intorno ai folti boschi attraversati da un ruscello, allora più ricco d’acqua. (5)

Anticamente questo piccolo borgo agreste fu chiamato anche San Pietro del Madrasso derivante sia dal nome dell’apostolo a cui fu dedicata la chiesa che da quello dell’insidiosissima vipera che si aggirava a quei tempi. (6)
Un’antica leggenda riportava che questo serpente si fosse bevuto tutta l’acqua del paese e che i paesani avessero invocato San Pietro per annientare quel perfido serpente di palude. Non è dato sapere come la storia finì comunque sul portale d’ingresso della chiesa si trova ancora un bassorilievo con l’immagine dell’apostolo con la sua simbolica chiave e con l’incisione dell’anno 1670. (7)

Sotto il vecchio pavimento della navata della S. Peter Church si trovano ancora le pietre tombali degli storici esattori imperiali della Muda di Clanez, mentre i poveri vallegiani per discutere sulle questioni della borgata si radunavano vicino la chiesa sedendosi sulla doppia fila di gradini in pietra intorno al tiglio.
Ricordi di un passato ormai dimenticato ma quell’albero centenario dal tronco gigantesco accanto alla chiesetta di San Pietro continua a vivere e a essere immortalato dalle foto degli avventori.

Note:
1. Le sorgenti si trovano a 412 metri di altitudine
2. La Muda era un nome di derivazione veneziana con cui veniva indicata la dogana e la riscossione dei dazi
3. Famiglia imparentata con quella nobilissima e potente famiglia dei Bonomo
4. Prima di essere nominato esattore imperiale il de Giuliani ricoprì la carica di “Ammiraglio del Porto” a Trieste
5. Fu riportata la notizia che in una di quelle battute di caccia un cacciatore triestino di nome Antonio Tomaso Civrani vi trovò la morte
6. Dovrebbe trattarsi dell’allora più diffuso Marasso (Vipera berus) non propriamente mortale ma dal morso assai doloroso
7. Fu comunque assodato che l’edificio fosse stato costruito in tempi precedenti

Notizie tratte da:
Pietro Covre, Cronache di patrizi triestini, Tip. Modena, Trieste, 1975 – Dario Alberi “Istria” storia, arte, cultura, Lint Editoriale, trieste, 2006

Montona e le sue leggende

Montona – Motovun (in croato) che si erge su una collina dell’Istria settentrionale e a sinistra del fiume Quieto, fu sede di un antichissimo castelliere illirico-celtico e in seguito di un castro romano.
Tra l’XI e il XIII secolo appartenne al Patriarcato di Aquileia per poi cadere sino al 1797 sotto il dominio della Repubblica di Venezia.
Dopo i passaggi tra l’Impero austriaco, napoleonico e il Regno italico, Montona fu ancora dominata dagli Austro-ungarici per ritornare all’Italia dal 1918 al 1947, quindi alla Jugoslavia e dal 1991 alla Croazia.

All’interno delle mura che circondano la cittadina si susseguono costruzioni romaniche e gotiche dominate dalla Torre campanaria risalente al XIII secolo da cui si gode di una straordinaria vista sulla vallata e le distese di fitti boschi e uliveti.

Foto dreamstime

Nella foto (Wikimedia) l’antichissima Torre
I più importanti edifici risalgono al periodo rinascimentale come il Palazzo Comunale e la magnifica chiesa di Santo Stefano la cui progettazione fu attribuita al celebre architetto veneto Andrea Palladio (1508-1580) anche se l’attuale aspetto fu dovuto a delle modifiche apportate alla fine del XVIII secolo. (1)

Il Comune prima dei recenti restauri (Foto istra culture)
Sotto i boschi lungo la vallata del Quieto tra l’ estate e l’inizio dell’autunno e con l’aiuto di cani addestrati, vengono raccolti i tartufi neri mentre i pregiatissimi bianchi saranno trovati tra il tardo autunno e l’inverno per essere poi offerti nelle caratteristiche taverne dette konobe e nei numerosi agriturismi accompagnati ai vini Malvasia e Terrano.
In estate tra le competizioni aerostatiche e il Film Festival il centro di Montona si riempie di vita e di turisti che oltre alle delizie gastronomiche possono usufruire anche dei sentieri ciclabili che si snodano tra i boschi sottostanti.

Foto istra.culture

Di queste verdi terre attraversate dal fiume Quieto, un tempo chiamate “Valli dei Giganti”, furono tramandate le leggende degli Zidòvi, nome forse derivato dai Djidovi o Dzidovi che in tempi antichissimi popolarono alcune regioni dinariche.
Con la loro forza smisurata gli Zidòvi trasportavano sulle spalle enormi blocchi di pietra per costruire le fortezze e le torri sulla cima di tutte le colline.

Foto croazia.ch
Fu narrato che nelle selve sotto Montona fosse vissuto il Grande Beppo (Veli Jože) sempre occupato ad arare i campi per riempire i granai dei signorotti feudali e a curare le vigne per fornire le riserve di vino nelle loro cantine. Per prepararsi i suoi mastelloni di cibo usava la “pegola” estratta dalle viscere della terra per accendere i fuochi alimentandoli con le cortecce spellate da intere querce.
Jože era un gigante buono ma nessuno doveva permettersi di sollevare la sua collera perché altrimenti scavalcava le mura del borgo e scuoteva paurosamente il campanile della chiesa.

Ma gli Zigòvi previdero la loro fine: “ La nostra stirpe si estinguerà e verranno gli uomini” dicevano, e un giorno gli uomini arrivarono.
“Uccidiamoli” propose qualcuno ma altri invece dissero: “No, essi sono simili a noi, anche se sembrano vermi della terra, formiche. E sulla terra per avere pane suderanno come noi”.
Così tra le fertili valli del Quieto iniziarono altre lunghissime storie.

Nota 1. La preesistente chiesa presumibilmente romanica venne a sua volta costruita sulla base di un’antica basilica.

Fonti tratte da: Enciclopedia monografica del Friuli-Venezia Giulia, la storia e la cultura, Arti grafiche Udine, 1980 – Wikipedia – croazia info – istra.hr

Le acque sotto l’abisso di Trebiciano

Nel 1849, otto anni dopo la morte di Lindner, il Comune affidò le esplorazioni nell’abisso di Trebiciano all’ispettore dei civici pompieri Giuseppe Sigon.
Raggiunto il sifone d’entrata del fiume sotterraneo e valutato che in 24 ore la portata delle acque raggiungeva ben 758.000 metri cubi, fu studiata la possibilità di costruire tubature e gallerie per ricavare un portentoso rifornimento idrico.

Nella foto la fantastica immagine della Caverna di Trebiciano in un disegno di Giuseppe Rieger 
I progetti, peraltro costosissimi, vennero però sospesi quando si rese indispensabile e urgente provvedere all’alimentazione dei treni a vapore della futura Ferrovia Meridionale sfruttando le sorgenti costiere di Aurisina.
In breve tempo venne così allestito un acquedotto affiancato da una conduttura parallela per distribuire in città l’eccedenza di acqua. Purtroppo però questo rifornimento idrico si rilevò non solo insufficiente per l’incostanza dei flussi ma anche per la frequente presenza di acqua salmastra.
Dopo l’ennesima siccità che si presentò nel corso del 1868 l’acquedotto si prosciugò del tutto e il Comune fu costretto a riprendere gli studi per trovare una possibile soluzione dell’approvvigionamento idrico.
L’enorme massa di acqua che scorreva sotto l’abisso di Trebiciano continuava a suscitare l’interesse di scienziati e tecnici ma gli ingentissimi costi dei progetti bloccavano di fatto le decisioni del Comune.

Nel 1895 l’imprenditore svizzero ingegner Antonio Polley ritennne invece fattibile lo sfruttamento del torrente sotterraneo e acquistati i diritti di usufrutto della grotta proseguì l’impresa di Lindner finanziando l’allestimento di nuove scale.

Un disegno dal libro Les Abimes pubblicato nel 1894 da E. A. Martel dove si notano i diversi livelli del fiume sotterraneo 
Il suo progetto prevedeva uno scavo di un pozzo artificiale inclinato verso il fondo della grotta e la costruzione di una diga sul sifone d’ingresso delle acque provocando l’innalzamento di quelle che scorrevano nelle condutture naturali; intercettate le portate dovevano essere realizzate delle nuove gallerie e mediante una serie di pompe elettriche azionate da turbine sarebbero portate all’esterno.
Nel 1910, dopo quindi 15 anni di studi e misurazioni l’ingegner Polley presentò i suoi azzardatissimi progetti ma nonostante i loro costi fossero relativamente più contenuti rispetto a quelli precedenti, il Comune non li approvò e nel 1912 si riappropriò dell’abisso di Trebiciano riadattandolo per eseguire periodiche misurazioni del fiume.
Di fatto però le soluzioni del rifornimento idrico per Trieste e il Carso si arenarono ancora.

Disegno acquerellato di Napoleone Cozzi 

Le notizie sono state tratte da: Mario Galli, La ricerca del Timavo sotterraneo, Edizioni del Museo Civico di Storia Naturale, Trieste, 2000 – Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, LINT Editoriale, Trieste, 2004

L’abisso di Trebiciano

Nell’estate del 1834 a Trieste iniziò un’estenuante siccità che si protrasse fino all’autunno dell’anno successivo rendendo improrogabile un progetto di rifornimento idrico per la città e il Carso.
Le proposte avanzate da un noto perito milanese di costruire delle condutture dal fiume Reka-Timavo prima del suo inabissamento o di riattivare l’antico acquedotto romano con l’allestimento di nuove tubature non furono accettate per gli altissimi costi dell’attuazione.

Fu allora che l’ingegnere minerario Anton Friedrich Lindner (1) iniziò una perlustrazione del Carso avvalendosi delle indicazioni dei paesani che in determinate zone avvertivano dei forti sibili verosimilmente provocati dalla rimonta delle acque sotterranee.
Nell’aprile 1839 Lindner presentò al Governo del Litorale le mappe del presunto corso di un torrente sotterraneo con la proposta di intercettarlo con una serie di scavi per poi convogliarne le acque in una serie di gallerie ma gli amministratori pubblici pretesero che prima fosse attestata l’esistenza del misterioso fiume.

Durante gli improvvisi acquazzoni che si verificarono all’inizio di novembre del 1840 il fenomeno delle violentissime correnti d’aria sprigionate dalle fessure in una dolina fra Orlek e Trebiciano dimostrarono senza più dubbi la presenza di un imponente corso d’acqua nel sottosuolo.
Lindner, costretto a finanziare personalmente la lunga e spesso drammatica avventura nelle profondità carsiche, nel novembre di quell’anno assoldò dei minatori per allargare il pertugio e disostruire i varchi a colpi di mazza e di mine furono scoperti dei pozzi sempre più profondi fino ad arrivare sulla sommità di una caverna a 220 metri di profondità. Trovata una fessura che attraeva le fiamme delle torce e continuando a scavare fu raggiunta una strettoia da cui si percepiva che i frammenti delle rocce precipitavano molto più in basso.
Allargando il passaggio i minatori si calarono nel dodicesimo pozzo trovandosi all’ingresso di una grandiosa caverna dove si udiva il fragore delle acque.
Dopo 5 mesi di sfibrante lavoro, il 6 aprile 1841 fu così trovato il fiume che scorreva negli abissi delle terre carsiche.

Nella foto la tavola acquerellata di Giuseppe Sforzi presso l’Archivio di Stato che rappresenta l’avanzamento dei lavori nel febbraio 1841

Dopo la straordinaria scoperta l’ingegner Lindner rendendosi conto dei pesanti costi per sfruttare quelle acque ritenne di cercare un punto più vicino alla città e di minore profondità per predisporre una galleria più corta e contenere le spese.
Nove giorni dopo aver chiesto alle autorità governative un premio per il lavoro svolto e il rimborso di tutte le spese sostenute, Anton Friedrich Lindner, stremato dalle condizioni estreme della sua impresa, passerà a miglior vita a soli 40 anni e la vedova sarà costretta a una dura battaglia burocratica prima di ottenere un piccolo risarcimento.

Alla fine di settembre del 1941 il Comune di Trieste decise di continuare a proprie spese le esplorazioni delle acque sotterranee.

Iniziò così la lunga e spesso drammatica avventura nelle profondità delle terre carsiche.

 

(1) Nato il 22.7.1800 a Montagnana in provincia di Padova Lindner studiò al Politecnico di Vienna e in un’Accademia cecoslovacca; dopo incarichi lavorativi presso regioni minerarie dell’Impero austriaco si trasferì a Trieste iniziando gli studi sulla conformazione del Carso e sulla ricerca delle acque sotterranee per il rifornimento idrico del territorio. Morì a Trieste il 19 settembre 1941

Fonti tratte da: Mario Galli, La ricerca del Timavo sotterraneo, Museo Civico di Storia Naturale, Trieste, 2000 – boegan.it

San Sergio – Črni Kal

Il paese Črni KalSan Sergio, un tempo chiamato Chernicol e Cernicale, appartiene al comune di Capodistria e come tutte le terre di confine vanta una lunghissima storia.
Dopo la caduta dell’Impero Romano e il breve regno degli Ostrogoti, il villaggio fu sotto l’alternato dominio dei Bizantini e dei Longobardi per poi essere annesso nel 788 con tutta l’Istria al Regnum Italiae, fondato nel 774 da Carlo Magno.
Con i suoi figli Pipino e Ludovico I il regno dei Franchi fu esteso al Friuli , alla Carinzia e alla Carniola; con il successore Lotario la parte orientale venne divisa in 4 Contee.
Cessato il dominio franco iniziarono i controlli dei Marchesi di Aquileia, dei Duchi di Baviera e di Carinzia; nel 1040 l’Istria venne nominata provincia immediata e feudo diretto dell’ Impero d’Austria che affidò il governo ai conti Weimar. (1)

L’antica Cernicale si trovava sul percorso che dall’altopiano carsico passava la valle del Risano e la costa adriatica e fu proprio sul colle sovrastante che venne costruita una strategica roccaforte per il controllo del territorio e dei transiti delle carovaniere mercantili.

Nella foto un settore della mappa disegnata da Pietro di Coppo nel 1529
Eretta su una rupe staccata dal ciglione carsico e raggiungibile allora da un ponte levatoio lungo 4 metri, aveva una pianta rettangolare a più piani ma era di dimensioni ridotte, come risulta dalle rimanenti rovine delle mura.

Cessato il governo dei Weimar, la contee dell’Istria e della Carniola con i territori di Trieste vennero conglobate nel grande feudo dei Patriarchi di Aquileia che dominarono sino alla pace di Treviso del 1291 nella quale Capodistria e la fascia costiera furono affidate alla Serenissima mentre l’alta Val Risano rimase sotto il controllo di Trieste.

Ma la Repubblica di Venezia mirava ad estendersi sempre di più e nel 1357 invase tutto il territorio dominandolo fino al 1513 quando l’Impero austriaco affidò a una compagnia di Uscocchi (2) la conquista della Rocca. (3)

Nell’ottobre del 1615 i Veneziani saccheggiarono i villaggi di Ospo e San Sergio lesionando la fortezza che da allora cadde in rovina. (4)

In seguito alle incursioni dei Francesi e al successivo Trattato di Campoformido del 1797, la contesissima zona rimase all’ Impero degli Asburgo e con il Trattato di Schönbrunn del 1809 fu incorporata nelle Province Illiriche.

Divenuta parte autonoma del Regno d’Illiria nel 1815 e del Litorale austriaco nel 1849, il borgo assunse il nome di Črni Kal per essere rinominata nel 1923 come San Sergio. (5)

Trovandosi a sud della Linea Morgan fu parte della Zona B del Territorio Libero di Trieste sotto l’ Amministrazione jugoslava e dal 1991 della Slovenia come frazione del comune di Capodistria.

Il paese è dominato dalla chiesa di San Valentino, costruita nel 1680 su un antico edificio di culto, forse un tempio a Giunone, di cui è stata rinvenuta una statua bronzea in una vicina cava. (6). L’aspetto odierno fu assunto con i restauri del 1912 che tuttavia mantennero alcuni elementi rinascimentali.

Staccato dall’edificio svetta il campanile risalente al 1802 che a causa del terreno franoso pende per oltre 1 metro.

Il paese è piuttosto trafficato per il passaggio di alpinisti verso le pareti rocciose che si stagliano sul sentiero sotto la Rocca offrendo percorsi di varie lunghezze e difficoltà.
Dalle rovine dell’antica Rocca il panorama è davvero splendido spaziando su Capodistria, l’Adriatico, Trieste e sullo spettacolare viadotto che attraversa la verde vallata.

Note:
1. Nobili della Turingia i Conti Weimar furono i primi vassalli a servizio dei Duchi di Baviera e Carinzia a raggiungere le terre del Carso. Ulrico II, l’ultimo della dinastia, prima della sua morte avvenuta nel 1112 cedette i suoi possedimenti al Patriarcato di Aquileia
2. Originari dai Balcani gli Uscocchi divennero spietati guerriglieri e saccheggiatori sulla terraferma nonché pirati sulle rotte turche del mare
3. Questa notizia, riportata nel testo I castelli del Carso Medievale di Foscan e Vecchiet, è però disattesa da altre fonti storiche
4. Ibid
5. Da Wikipedia
6. Notizia riportata dalle Edizioni Touring. Il cartello della chiesa riferisce una possibile datazione del VII secolo
7. Aperto al pubblico nel 2004 con i suoi 1064 metri di lunghezza appoggiati su 11 piloni è il più alto viadotto della Slovenia

Fonti tratte da: Luigi Foscan – Erwin Vecchiet, I castelli del Carso medievale , Ed. Svevo, Trieste, 1985 – Slovenia, Touring Editore, Milano, 2013 – Wikipedia – istriaculture.com

Articolo e foto di Gabriella Amstici

Verso San Lorenzo – Jezero

Sulla Statale oltre Basovizza si aprono due strade in direzione della Val Rosandra, la prima è la più corta e la più frequentata per le sue particolarità ma la seconda attraversa dei boschi di latifoglie di grande fascino.
A destra, dopo una decina di metri, si diramano dei sentieri immersi nelle distese verdeggianti tra i cui silenzi si odono i fruscii delle foglie smosse da leggere folate di vento, i canti d’amore degli uccelli, l’odore di humus che sale dalla terra e dalle radici sradicate di vecchi tronchi.
Nel fitto sottobosco altri giovani alberi crescono nell’infinito ciclo della natura accogliendo altre specie nelle vegetazioni nascoste delle doline.
Tra le fronde delle betulle e i cespugli di biancospino, nell’aria improvvisamente più fredda e umida appaiono all’improvviso le oscure fauci della grotta Bac spalancate sulle profondità della terra.
Sviluppata per 130 metri questa caverna fu rilevata nel 1884 ma in una parete della prima sala fu incisa una croce e la data del 1847 che risalendo a 37 anni prima è rimasta un mistero.
Foto gssg.it Nella prima sala dell’ingresso  sono visibili i crateri causati dalle  esplosioni di munizioni raccolte nella zona e fatte brillare dai rastrellatori dopo la seconda guerra. Da scavi archeologici in tempi più recenti sono stati rinvenuti dei recipienti presumibilmente usati per la raccolta degli stillicidi d’acqua e databili all’epoca medievale.

Dopo una deviazione sulla Strada Provinciale si apre un grande piazzale dove si trova la chiesetta di San Lorenzo, risalente alla metà del Quattrocento e sottoposta a successivi restauri che hanno mantenuto l’antico aspetto anche se purtroppo il crollo del tetto avvenuto negli anni Settanta provocò la distruzione dell’altare ligneo del 1660.

La prima menzione scritta del piccolo villaggio di San Lorenzo appare in un documento del 1428 come una proprietà di “sessanta pertiche di terreno comunale” nella contrada di Iessera. Nel 1461 fu menzionata “la fiera de Iesera el dì de San Lorenzo” come testimonianza dei festeggiamenti del 10 agosto intorno alla chiesetta del Santo.
Successivamente il nome si trasformò poi nello sloveno Jezero ma anche se non fu rinvenuta traccia di un vero e proprio lago poi scomparso, si ritenne che la copertura di Flysch con l’alternanza di livelli marnosi ed arenaci avesse potuto formare una serie di stagni a raccolta dell’acqua piovana.

Nella foto d’epoca postata da Mauro Antonini sul gruppo pubblico FB “Misteri & Meraviglie del Carso” si nota un piccolo stagno del paese.
Foto di Silvio Polli
Un’altra ipotesi presupporrebbe l’esistenza in tempi antichissimi di uno stagno nella depressione a monte di San Lorenzo ma certo è che la presenza di pozzi e abbeveratoi supplissero una notevole carenza d’acqua in tutto il borgo; del resto San Lorenzo è stato sempre un borgo di transito verso la Valle e la zona delle saline.

Nella foto di Ignazio Urso su M&M una vasca da tempo dismessa
Il vecchio Pozzo

Durante la bella stagione tutta la lunga Strada dei Carsi che collega l’altopiano al mare è frequentatissima e molto amata sia per i locali di ristoro che i prodotti locali offerti da alcune Osmize ma soprattutto per una speciale leggerezza dell’aria che si respira in questo piccolo angolo di Paradiso.

Sotto il posteggio – belvedere affacciato sul cañon della Val Rosandra, a poca distanza dalla strada, si trova la mitica vedetta bianca da cui lo sguardo spazia dalle alture di Beka all’altopiano dello Stena, dalle sassaie del monte Carso alle periferie di Trieste, dalle case di Hervati al mare e alle verdi colline dell’Istria.
Dal vicino pianoro sopra le pareti rocciose le continue correnti d’aria provenienti dal vallone diffondono un intenso profumo di timo che cresce tra le rocce e i cespugli di biancospino. La mancanza di alberi, l’aridità della terra esposta dai venti di bora e la piena esposizione al sole hanno propagato una particolarissima specie di Stipa, nota anche con il nome di Lino delle Fate, la cui natura non è ancora del tutto chiara in quanto esistono molto sottospecie simili tra loro ma originate da substrati del tutto diversi.
Se all’inizio della primavera appare come un’erba selvatica, con i primi tepori muta le sue semplici spighe verdi in altrettanti pennacchi biondi e gonfi che nel periodo di fioritura, tra maggio e giugno, muteranno in sottilissimi filamenti piumati.

Il nome generico è assonante con il greco “stypé” – massa di fibre soffici, ma in una scheda del Dipartimento di Scienze della Vita presso l’Università di Trieste risulta che nelle vicinanze della Strada per San Lorenzo sia presente la Stipa eriocaulis.

E’ bellissimo osservare questa distesa argentea che ondeggia al vento e che nelle calure estive si arriccia in mille bizzarre volute da cui saranno rilasciati i loro piccoli semi continuando a tappezzare questo grande, magnifico pianoro carsico.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Da Cattinara a Basovizza, Ed. Svevo, Trieste, 1993 – Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998
Dryades.units.it/FVG – Foto Gabriella Amstici 

Il Tiglio, l’albero sacro

Il Tiglio (Lipa) appartiene al genere Tilia, nome derivato dal greco ptilon – “ala”  dovuto alla dispersione aerea dei suoi piccoli fiori smossi dalle più lievi brezze.
L’albero, che può raggiungere l’altezza di 40 metri, cresce lentamente per 60 anni poi inizia a espandersi in altezza e larghezza raggiungendo la sua massima dimensione dopo 200 anni e grazie al suo esteso e profondo apparato radicale può vivere più di un millennio. E’ infatti tramandato il detto che i tigli crescano per 3 secoli, restino fermi per altri 3 e ne impieghino altri 3 per morire.
Tra maggio e giugno sotto le sue delicate foglie a forma di cuore crescono dei grappoli penduli da dove sbocciano piccoli profumatissimi fiori di un tenue colore giallo. Dal loro dolce nettare le api forniscono un delizioso miele dall’aroma leggermente vanigliato e dalla essiccatura vengono prodotti degli infusi ancora oggi usati come tranquillizzanti ma noti fin dal XVI secolo come antidoti per le febbri.

Gli antichi popoli germanici ritenevano il Tiglio un albero sacro e usavano appendere sui rami degli oggetti votivi conservati poi come talismani per proteggere le case dai fulmini e dagli spiriti maligni.
Tale venerabilità venne perpetuata anche dalle genti slave che fin dai tempi più lontani piantarono alberi di Tiglio nelle piazze principali dei paesi. Qui solitamente sorgevano anche le chiese ma per tradizione i rami non dovevano mai superare l’altezza dei campanili.

I Tigli davanti la chiesa dell’Arcangelo San Michele a Corgnale – Lokev Gli alberi davanti la chiesa di San Sergio – Črni Kal 
Sotto le fronde del Tiglio si svolgevano le riunioni del sindaco con i suoi 12 amministratori, di quelle dei valligiani per discutere su problemi e progetti o semplicemente per mantenere vivo l’aspetto comunitario dei paesi.
Ogni anno si svolgeva una serata di balli per festeggiare l’arrivo della primavera e il rito della “prima danza” per accogliere i più giovani alla vita adulta.

Un’antica leggenda racconta che quando il potente Re Matjaž venne sconfitto in una battaglia (1) fu imprigionato in una grotta e indotto assieme ai suoi soldati a un sonno profondo fintanto che non fosse cresciuto e fiorito un grande Tiglio. Quando ciò accadde, il Re, profuso di una grande forza, affrontò la battaglia decisiva e riportandone la vittoria volle sancire la pace universale sotto il Tiglio delle 7 cime dove pose un invincibile scudo a difesa delle tentazioni del mondo.
Da allora per la tradizione slovena divenne il “buon Re Matjaž” elargitore di doni e un personaggio di fiabe e racconti.

In ricordo della sua storia leggendaria gli fu dedicata una bella scultura di pietra e un’oscura grotta nei boschi sui confini austriaci del monte Peca.

(foto vnaravi.si) 

(foto pdmezica.si)

Nota 1. Gli storici supposero che il personaggio potesse riferirsi all’ungherese Matija Korvin governatore della Carinzia nel tardo Medioevo (da Wikipedia)

Notizie tratte dal testo “Slovenia” di Steve Fallon, EDT 1995 – lintver.it – Wikipedia  

Lokev – Corgnale

La Villa Chorgnalis, così menzionata in un documento del 1304, si trovava lungo il percorso dell’antichissima Strada dei Carsi che dalla Carniola scendeva verso il valico di Monte Spaccato per poi raggiungere le zone costiere.

Alcuni storici supposero che il nome derivasse da quello della gens Cornelia, famiglia patrizia di Roma, ma in seguito la storia lo mutò in quello di Kornial, dal tedesco korn-grano (1), nello slavo Locko, indicante le vasche a riserva d’acqua e infine nell’attuale Lokev.
Dalla fine della Prima Guerra al 1947 il paese passò alla sovranità italiana e venne chiamato Corgnale o anche Corniale per la diffusione dei cespugli di Corniolo nelle vicine campagne.

Attraverso la strategica vallata passarono dunque legioni romane, soldati, pellegrini, mercanti con i loro carri colmi di grano (2) e i leggendari Cavalieri del Tempio in cammino verso la Terrasanta.
Nonostante la mancanza di documentazioni certe, la presenza dell’ordine religioso-militare del Templari è riportata su diversi testi storici adducendo la possibile concessione da parte dei Patriarchi di Aquileia in tempi precedenti a quella dei Conti di Gorizia.

Su alcune pietre del sentiero prospiciente la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo sono visibili delle incisioni le cui origini sono ancora oggetto di diverse interpretazioni come i disegni chiamati comunemente “Triplice cinta(3) che risulterebbero però intagliati in epoche diverse.
Sarà forse per la suggestione delle leggende legate al mito del Sacro Graal ma suscita davvero un’emozione quel calice sormontato dalla croce inciso su una pietra davvero antichissima.Molti storici asserirono comunque che la parrocchia di Corniale sia stata ricostruita nel 1635 sulle fondamenta di una precedente risalente all’inizio del XII secolo (4) di cui fu salvata una campana datata nell’A.D. 1114 (5) funzionante fino alla sua fusione nel corso della Grande Guerra.
Anche un preziosissimo Crocifisso qui conservato dovrebbe pure risalire ai primi decenni del XII secolo come dimostrerebbe la corona a 3 corni sul capo di Cristo-trionfatore, tipica rappresentazione iconografica del Medio Evo.
La croce in rame dorato con parti trattate a smalto venne recuperata nel vicino cimitero dove era stata gettata inchiodata su qualche supporto come si evince dai 14 più recenti fori.

Sulle pareti della chiesa, tra il 1942 e il 1942 l’artista sloveno Tone Kralj (1900-1973) dipinse i grandi pannelli con splendide immagini ispirate alla vita di Cristo e i 14 quadri collocati sotto la consolle con immagini della Via Crucis e della crocifissione. 

Non risultano notizie sull’origine della chiesetta gotica “Maria Ausiliatrice” collocata tra le mura del comprensorio ecclesiastico; l’epigrafe incisa sopra il portale riporta la data del 1426 corrispondente alla data del restauro avvenuto sulle rovine di una precedente cappella.

Nel piazzale accanto le 2 chiese si erge l’antica Torre cilindrica costruita a difesa delle frequenti scorrerie degli eserciti turchi. Sebbene l’incisione su una pietra riporti la data dell’anno 1485, un antico documento veneziano attesta l’esistenza di una torre di guardia costruita tra l’XI e il XII secolo e che nell’A.D. 1234 il suo custode fosse il conte Mainardo III di Gorizia.

La didascalia della foto d’epoca tratta dal testo “Il Carso della provincia di Trieste di Dante Cannarella riporta il nome di “Torre del Capitano”

Durante la guerra tra Trieste e Venezia, nel febbraio 1463 il Doge Cristoforo Moro ordinò l’occupazione della Torre che venne assediata dal capitano de Gavardo. Mancando notizie scritte, fu dedotto che allora fosse stata distrutta per poi essere riedificata come ancora oggi appare.

Dopo i restauri seguiti alla seconda guerra, la Torre venne adibita a Municipio e in seguito trasformata in un Museo militare con reperti dei 2 conflitti mondiali.

Quasi vis-à-vis si trova la vecchia bottega Fabiani, fondata nel 1869, attiva fino al 1948 e oggi conservata come museo con un’incredibile quantità di arredi e merci del tempo che fu.

Foto fabianova Le strade di Lokev conservano ancora antichi casali di pietra con le finestre inferriate, piccole fattorie con i cortili di calce bianca, balconate di legno e camini di vecchi focolari ma non mancano numerosi locali di ristorazione.

Intorno alla cittadina si snodano i sentieri tra la verde vallata e ci piace pensare a quell’antica Strada dei Carsi dove passarono così tanti mercanti e i mitici Cavalieri del Tempio verso terre lontane.

Note:
1. A Corgnale esisteva un tempo un grande mercato di grano 
2. Detti anche “mussolati” per il traino dei somari 
3. Questi disegni sono comunque presenti in molti luoghi sia in Italia che in Europa
4. Ridotta in totale rovina nel 1613
5. dall’incisione: Ich Erhart von Prr. Hülben las die Glocken Machen

Fonti tratte da: Comunità Religiose di Trieste: contributi di conoscenza, Ist. Enciclopedia del FVG – a cura dei Civici Musei di Storia e Arte;
L. Foscan – E. Vecchiet, I Castelli del Carso Medioevale, Ed. Svevo, Trieste, 1985 – Luigi Foscan, Guida ai castelli e ai luoghi fortificati del Carso italiano e sloveno, Ed. Svevo, Trieste, 1996;
Gustavo Cumin, Guida della Carsia Giulia, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 2009

Foto di Gabriella Amstici 

Il Monte Lanaro e i suoi misteri

Il Monte Lanaro dal 1996 fa parte di una Riserva Naturale costituita da un insieme di cime minori ricoperte da una fitta boscaglia alternata a rigogliosi boschi di rovere e cerro dove si susseguono prati, doline, avvallamenti, e angoli segreti che nascondono delle antiche e misteriose storie. 

La vetta più alta si eleva a 300 metri sul vallone retrostante raggiungendo un altezza di 544 metri; di poco inferiore è il Piccolo Lanaro, conosciuto con il nome di Nivize (o Njivize che significa “piccolo campo”) sulla cui cima sono state rilevate le tracce di un importante Castelliere un tempo menzionato come Aidovskigrad, cioè “Castello dei pagani” struttura eretta quindi in epoca protostorica e considerato il più antico di tutto il Carso. (1)
Gli scavi effettuati dalla Soprintendenza nel 1970 hanno portato alla luce numerosi manufatti per cui fu ritenuto che l’esistenza del castelliere risalisse all’ultima età del bronzo o alla prima del ferro. (2)
Una delle particolarità di questo castelliere consiste nella presenza di due distinte cinte murarie (3): la prima di forma rotonda in cima alla vetta e una seconda confinaria e degradante sul declivio del colle, di forma irregolare e più estesa.

Nel disegno di Giusto Almerigogna la pianta del Castelliere con le zone degli scavi (segnate in nero)
Lo storico-archeologo Alberto Puschi nel 1892 scoprì all’interno del primo perimetro un pozzo naturale profondo 8 metri ma solo dopo il 1940 fu rimosso il blocco di pietra che lo occludeva permettendo l’esplorazione da parte della Commissione Grotte.

L’ingresso del pozzo (foto di Furio Premarian in catastogrottefvg) 
Apparve così una spaziosa caverna di cumuli detritici sui quali furono rinvenuti i resti scheletrici di una trentina di esseri umani, ossa di animali e frammenti di ceramiche.
Tale scoperta sollevò le perplessità degli archeologi in quanto nella lunga età dei castellieri i corpi venivano cremati e sepolti negli ossuari con accanto le armi o i monili appartenuti nella vita dei defunti.
Poiché ulteriori scavi effettuati nella cavernetta alla base del Piccolo Monte Lanaro rilevarono un ulteriore pozzo profondo 19 metri e sul cui fondo erano depositati altri resti umani, fu supposto che potessero appartenere a vittime di riti sacrificali o di epidemie di peste e in conseguenza dedotto che il castelliere sarebbe potuto essere datato all’età iniziale del Bronzo.
Le ipotesi sono ancora al vaglio di studi che però richiederebbero delle approfondite analisi autoptiche. Così in questo castelliere, ma anche in altri del Carso, si è potuto solamente accertare che per motivi ignoti fossero esistite delle forme collettive di sepoltura.

La leggenda di Ajdovskigrad 

Com’è noto ai tempi del Medioevo la storia veniva perpetuata dai racconti dei valligiani e via via infarcite di particolari sino a diventare delle leggende riprese poi dalle fantasiose penne di letterati storici. Non potrebbero quindi mancare quelle delle selvagge alture del Carso specialmente se dotate di oscuri pozzi e misteriose grotte, come appunto quelle dei Campi di Nivize che vennero riportate negli anni Settanta da Dario Marini, socio dell’Alpina delle Giulie.

Fu dunque tramandato che molto tempo fa sulla cima del Monte Lanaro fosse esistito un castello, chiamato come si è scritto Ajdovskigrad, abitato da una masnada di filibustieri intenti a depredare viaggiatori e pellegrini nelle contrade a valle.
Dopo cotante nefandezze le autorità governative presero d’assalto il maniero uccidendo tutti i briganti che lo avevano occupato. Da allora iniziò la ricerca dei tesori lì accumulati e poiché si favoleggiava fossero d’inestimabile valore, l’intera fortezza venne rasa al suolo, ma nulla fu rinvenuto.
Quando tra le macerie qualcuno scoperse 2 profondi pozzi, i valligiani decisero allora  di riprendere le ricerche ma ben presto le abbandonarono quando corse voce che il posto fosse talmente infestato dagli spiriti che nemmeno i pastori o i taglialegna osavano avvicinarsi.
I campi di Nivice divennero sempre più inselvatichiti e tutti i sentieri verso la cima scomparvero tra impenetrabili rovi.

Alla fine dell’Ottocento un coraggioso parroco di Repentabor volle mettere fine all’oscura fama del colle e notti su notti risalì le pendici procedendo affannosamente tra gli spini e le fameliche larve stringendo una lanterna in una mano e una croce nell’altra fintanto che ormai esausto riuscì a liberare la zona intorno alle macerie del maniero infestate dalle inquietanti presenze.
Così ripresero alla grande gli scavi tra le terre di Ajdovskigrad ma i tesori accumulati dai briganti non furono mai trovati, ma a conferma che anche le leggende possiedono qualche verità storica, vennero scoperti antichi reperti che furono in parte gelosamente accumulati nelle abitazioni della valle ma soprattutto conservati dagli archeologi e dagli appassionati speleologi che si avventurarono nei misteriosi pozzi di Nivice.

Note:
1. La protostoria è la fase più antica di un processo storico e rappresenta un momento intermedio tra la preistoria e la storia vera e propria.
2. Gli scavi successivi hanno però portato alla luce alcuni reperti che potrebbero essere retrodatati e altri più recenti che testimonierebbero la presenza sul luogo di legioni romane, fatto che fu inizialmente escluso.
3. Tipologia riscontrata comunque anche in altri Castellieri del Carso.

Volendo aggiungere una piccola nota sentimentale mi piace riferire che in una dolina della Riserva Naturale del Lanaro hanno ripreso il loro ciclo vitale alcune specie che sembravano ormai scomparse dal Carso come lo splendido Giglio martagone e il bianco fiore dell’Asfodelo che cresceva tra le anime dell’omerico Ade.

Notizie tratte da:
Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975 e Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste 1998 – catastogrotte.fvg.it – Le foto della Riserva del Monte Lanaro sono state riprese da Google Map 

“La Valle”

Val Rosandra (foto di Giuseppe Turzi)

Se Dante Cannarella nei suoi “Appunti di Preistoria e Storia” afferma che : “Per quanto dirupata ed aspra la Val Rosandra fosse, in realtà questa è la zona carsica più ricca di storia di tutto il nostro territorio” alla “Valle” sono state dedicate anche delle descrizioni letterarie che qui riportiamo:

Questi alcuni passaggi della Guida storico-letteraria …ma tutti la chiamavano “Valle” dell’alpinista-scrittore Spiro Dalla Porta Xidias:
Rocce, sassi, cespugli. Lunga forra trasversale. Pendii, ora dolci, ora scoscesi, e in fondo il torrente canta, grida sussurra la sua unica nota, scrosciando in gole profonde, adagiandosi nel letto quasi piano, spezzandosi in schizzi di spuma contro massi e pietrame.

Foto di Mario Amstici

Persino nei suoi trattati il geologo Ruggero Calligaris accenna agli affascinanti misteri della Val Rosandra:
Ogni piega, ogni faglia, ogni fessura o grotta ci svela un piccolo tassello nel complesso mosaico racchiuso tra le sue aspre e candide pareti. 

Alla Valle lo scrittore-alpinista Libero Mazzi nel testo Queste mie strade dedicò alcune pagine di di nostalgici ricordi:
Ritornare in Val Rosandra: una ferita sbilenca e profonda sulla crosta della terra, un resto del diluvio… Silenzio, odore di pietra, di Carso, di muschio; spari di cacciatore che rimbalzano e rotolano più volte, ed è rumore di grande tristezza, di spaventi non sopiti, come se l’agguato all’uomo fosse ancora valido.
Il tempo si è fermato, ha fatto di Val Rosandra una trincea di affetti, spalancata ai sentimenti e protetta dall’usura come la forma e la durezza delle sue pietraie.
Nel suo cuore assale una serenità che divora gli anni e li restituisce intatti e freschi.
La terra è spaccata e convulsa, l’abisso ha dimensioni e virate da vertigini. Roccioni contorti come sculture urlanti, monumenti impassibili di pietra, ciuffi oscuri di alberi e arbusti; non si vede il fondo e pare che tutto continui precipitando fino al centro della terra.
Adesso il vento sembra gridare il suo linguaggio per impaurire, e anche l’acqua nascosta alza a tratti la sua voce sibilante.
Al riparo tra due massi, sgomento e paura fanno cercare un appiglio cui tenersi saldi.
La valle intorno tornava con il suo volto familiare di antica leggenda, di squarcio dimenticato da epoche preistoriche, di mondo sommerso e improvvisamente affiorato in un ribollire di schiume cristallizzatesi al ritiro rapido dell’acqua.

Nel libro Carso Triestino, immagini delle quattro stagioni il poeta professor Sergio Pirnetti commentò così le fotografie di Mario Amstici:
La Val Rosandra è uno scrigno che conserva intatti tesori. Tagliata a balze nel vivo del calcare dalla corrosione dei secoli, alterna a formazioni rocciose di aspetto dolomitico brevi ripiani dove la macchia rigogliosa e la fioritura primaverile interrompono la durezza del paesaggio alpestre.
Foto mario quella su facebook
Sul fondo la voce del fiume ha ora brontolii violenti, scrosci di cateratta, irosi gorgolii che escono da strozzature improvvise, ora pacati sussurri, fruscii lievi che emanano dalla calme conche ove l’acqua ristagna trasparente come vetro.
Per quasi tutta la lunghezza della valle un’area lama di roccia, il Crinale si alza inclinata da un lato, strapiombante in un salto pauroso dall’altro; culmina in una piccola cima su cui gli alpinisti hanno innalzato un cippo in onore di Emilio Comici e degli altri compagni caduti in montagna.
Da lassù i pulpiti rocciosi del versante opposto si riconoscono uno dopo l’altro, battezzati dai rocciatori con nomi a volte scherzosamente altisonanti, a volte sinceramente ammirati: il “Montasio”, gli “Altari”, la “Parete bianca”, la “Parete Grande” i “Castighi di Dio”, le “Criticanze”…

Nella foto (Mario Amstici) il “Montasio” della Valle
Nel fluire delle stagioni la val Rosandra assume aspetti sempre nuovi. Dalla fioritura primaverile, quando nelle fessure della roccia ondeggiano al vento iris e garofani selvatici, passa alla calma solenne dell’estate, quando a mezzogiorno l’ombra si ritrae nelle spaccature profonde. 

Foto Mario Amstici

Per concludere questi brevi passaggi poetici non possono mancare alcuni passaggi di Scipio Slataper nel suo splendido libro Il mio Carso:

Tutta l’acqua s’inabissa nelle sue spaccature, il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi… 
[…] Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.

Fonti: 
Spiro Dalla Porta Xidias, …ma tutti la chiamavano “Valle”, Guida storico-letteraria della Val Rosandra, Ed. I. Svevo, Trieste, 1987
Sergio Pirnetti – Mario Amstici, Carso triestino, Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, Ed. LINT, Trieste, 1975
Libero Mazzi, Questa mie strade, Tipografia Moderna, Trieste, 1967
Scipio Slataper, Il mio Carso, RCS Rizzoli, Milano, 1989

VAL ROSANDRA e l’uomo (terza parte)

Mentre in Valle continuavano le lotte per il dominio dei castelli, i suoi abitanti impararono a sfruttare la preziosa presenza delle acque che sgorgavano a monte di Bottazzo, dall’Antro delle Ninfe e soprattutto dalla fresca e abbondante Fonte Oppia nota anche come Glinščica.

La fonte Oppia (foto Dario Gasparo)Dopo la distruzione dell’Acquedotto romano, avvenuta tra il VI e VII secolo, le acque scorrevano liberamente nella Valle formando diversi affluenti del fiume Rosandra e ben presto l’uomo avrebbe imparato a utilizzare l’energia delle loro correnti con l’allestimento dei mulini idraulici.
I corsi minori vennero così fatti confluire in alvei degradanti scavati nelle rocce e i loro flussi vennero usati per smuovere una ruota a pale che provocava la rotazione dell’asse a cui era collegata la pietra della macina interna alla struttura.

Foto Biblioteca Nazionale Slovena di Trieste Fu supposto che la presenza dei mulini in Valle fosse avvenuta prima dell’anno Mille ma la loro testimonianza apparve solo in documenti risalenti al 1276.
I mugnai divennero esperti nella lavorazione del legno per i supporti e nello scolpire le ruote di pietra con cui venivano frantumati i cereali mentre le donne si dedicavano alle vendite delle farine che trasportavano a dorso di mulo per tutti i paesi del Carso.
Tra le rocce vicine ai mulini venivano anche scavati dei canali di alimentazione chiamati struge dove guazzavano gamberi e anguille destinati a essere cucinati nel sugo e serviti con la polenta durante le feste d’agosto.

La popolazione ebbe così un certo incremento e nella metà del Settecento tra il torrente Rosandra e i suoi affluenti si contavano 16 mulini a ruota singola, doppia o tripla.

Foto di Adolfo AmbrosiMa le condizioni di vita erano pesantemente penalizzate dai climi estremi della Valle dove le siccità estive e le gelate invernali costringevano a interrompere il ciclo delle macinazioni. Spesso le scorte agricole conservate nelle case non erano sufficienti a sfamare le famiglie e le donne erano costrette a dedicarsi a nuovi mestieri come la preparazione e la vendita del pane o a offrirsi come lavandaie di lenzuola inginocchiate sulle pietre dei fiumi. Per alimentare i forni li uomini tagliavano grandi quantità di alberi e le loro ceneri venivano poi bollite e usate per l’ammollo della biancheria.

Alcuni mulini vennero dismessi e trasformati in laboratori per fabbri ma la realizzazione della Ferrovia Trieste-Erpelle per il collegamento con le linee istriane offrì delle nuove occasioni di lavoro. (1)

Foto collezione Luciano EmiliDurante la colossale impresa, realizzata tra il 1885 e il 1887, vennero costruiti i viadotti su 7 canaloni, 6 ponti in ferro, 5 gallerie, i muri di sostegno sulle pendici del monte Stena e 3 stazioni ferroviarie. (2)

Agli inizi del Novecento la Valle venne anche frequentata dai primi rocciatori (3) e dopo gli Anni Venti dai soci della Scuola di Roccia del CAI fondata da Emilio Comici.

Emilio Comici in cordata (fototeca CAI XXX Ottobre)
Prima dello scoppio della seconda guerra la linea Trieste-Erpelle passò sotto la gestione delle Ferrovie dello Stato ma quando nel 1947 si trovò sul confine italo-jugoslavo con i successivi conflitti del dopoguerra, il traffico ferroviario subì un forte calo fino a essere sospeso nel 1958. La linea venne definitivamente chiusa nel 1961 e smantellata nel 1966.

La Valle rimase così in stato di abbandono fino al terzo millennio quando fu sistemata la panoramica pista ciclo-pedonale intitolata al ciclista triestino Giordano Cottur con un percorso da San Giuseppe della Chiusa a Draga e il successivo prolungamento dalla zona di San Giacomo.

Foto Dario Gasparo
Nella Riserva della Val Rosandra convivono diverse nature morfologiche e tra il clima continentale della zona di Bottazzo e del versante est del monte Carso a quello mediterraneo delle zone più soleggiate. tra sentieri, sassaie, grotte, acque e rocce si susseguono caleidoscopici scenari di incomparabile bellezza.
E dopo tutti i conflitti e le sanguinose battaglie che qui si sono avvicendate, è incredibile come si sia conservata l’antichissima chiesa di Santa Maria in Siaris che svetta ancora su questa Valle dalla storia millenaria.

Foto di Alessio Fiorentino


Note:
1. Il percorso partiva dalla stazione di Sant’Andrea, attraversava Sant’Anna, San Giuseppe, Sant’Antonio in Bosco e Draga proseguendo verso Erpelle)
2. A Sant’Anna, Sant’Antonio in Bosco e Draga
3. Giuseppe Marcovig, Napoleone Cozzi, Alberto Zanetti con altri giovani amici formarono la “Squadra Volante”

Notizie e consultazioni da:
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, Lint Editoriale, Trieste, 2008
D. Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Ed. Lint, Trieste, 2004

VAL ROSANDRA e l’uomo (seconda parte)

Il declino dell’Impero romano ebbe pesanti ripercussioni sulle popolazioni carsiche che vennero impoverite e spesso depredate dagli esattori delle colonie.
Se l’antica Tergeste fu risparmiata dall’invasione degli Unni che nel 452 distrussero Aquileia, nel 568 subì invece quella dei Longobardi. Tre decenni dopo una tribù di indoeuropei, vassalli degli Avari e chiamati dagli storici del tempo Sclavi o Slavi, saccheggiarono tutta l’Istria insidiandosi sui nostri territori.
Una colonia militare instaurata dai Bizantini per presidiare i confini garantirà 150 anni di pace ma dopo l’anno 752 si verificheranno nuovi scontri con i Longobardi fino al loro annientamento avvenuto per mano dei Franchi.
Nel 788 anche i Bizantini saranno scacciati dall’Istria dove si insidierà un feudatario dei Franchi che dopo l’804 allontanerà anche gli Slavi costringendoli a rifugiarsi nelle alture.
Dopo le razzie degli Ungheri avvenute alla fine del Millennio le terre del Carso diverranno desolate. (1)

Durante questi lunghi secoli di lotte e devastazioni la Riserva della Val Rosandra fu abitata da pochi agricoltori dediti sia ai pascoli che ai tagli di legname e solamente nel tardo Medioevo diverrà un’importante via commerciale.
Dall’altopiano carsico si snodavano diverse strade le cui tracce sono state rinvenute sia dall’abitato di San Lorenzo verso Moccò che da Draga Sant’Elia verso Bottazzo dove s’incrociava con il sentiero proveniente da Beca e Ocisla per poi percorrere quello del fondovalle sopra l’interramento dell’antico Acquedotto romano.
In questi percorsi transitarono lunghe carovane di somieri, detti anche “mussolati” che scendevano dalla Carniola con abbondanti scorte di olio, sale e vino. (2)
I dominatori terrieri imponevano dei pesanti su tutte le merci e per sorvegliare queste terre di confine decisero che sulle posizioni più strategiche si dovessero costruire torri di avvistamento, fortezze e veri e propri castelli che ben presto divennero bersagli di sanguinose battaglie.
Per controllare la strada dei commerci sulla Valle, su uno sperone roccioso venne così costruito il Castro de Muchou, menzionato per la prima volta nel 1233 anche se le tracce sulla famiglia de Mucho farebbero supporre la sua esistenza fin dal 1166. (3)

Nella foto la falesia della Valle sulla cui sommità sorgeva il castello di MoccòNon si sa esattamente quale fosse la forma del castello ma fu dedotto che avesse una pianta rettangolare, un’alta torre di controllo e un doppio ingresso sul lato a valle, come risulta da un disegno del 1698 di Ireneo della Croce, ripreso con molta fantasia da Alberto Rieger nel 1863 e in tempi recenti da Luigi Foscan.

Una ricostruzione proposta da Luigi Foscan che riprende la famosa stampa di Rieger
Per la sua posizione strategica la Fortezza di Moccò fu al centro di aspre contese tra il comune di Trieste, il Vescovado, i Patriarchi di Aquileia e soprattutto con i Veneziani, così negli oltre 3 secoli della sua esistenza cadde sotto diversi possessi.
L’ultima e più feroce guerra con gli eserciti della Serenissima avvenne a nel 1508 e durò quasi 4 anni. Nel 1511 un tremendo terremoto indebolì ulteriormente le mura e le difese dell’antico castello e quando nell’ottobre dello stesso anno l’esercito capitanato dal Vescovo di Trieste Pietro Bonomo lo assediò, il presidio dei Veneti si arrese. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue la fortezza fu infine distrutta.

Una parte delle mura con un arco è quanto rimane del castello di Moccò 
Nel secolo successivo con le pietre abbandonate sul luogo, venne costruito un grande e tozzo edificio a pianta rettangolare che fu chiamato Castello Nuovo.
Inizialmente adibito a scopi amministrativi, nel 1768 fu acquistato dai conti Petazzi e alla fine dell’Ottocento si trasformò in un albergo-trattoria.

Nella foto (dall’ archivio Furio Furlan) come appariva l’albergo nei primi anni del NovecentoDivenuto abitazione privata nel 1945 fu completamente distrutto da un incendio.

Il castello di Vinchimberg (o Vikumberg) fu costruito nel 1249 con una concessione vescovile sulla sommità di un colle a poco più di 2 chilometri in linea d’aria dal castello di Moccò. Sovrastato da una torre e circondato da un ampio fossato fu di fatto gestito dai conti di Gorizia con la clausola di neutralità nei confronti del Comune di Trieste e del Vescovo.
Con il pretesto di violazioni dei patti iniziali, ma in realtà per impedire il controllo dei conti di Gorizia e i loro alleati, nel 1361 il castello fu assediato e distrutto.

La posizione dei Castelli di Moccò e di Vinchimberg in una foto tratta dall’articolo “Il distretto comunale di Trieste nel Trecento” di Fulvio Colombo
Dopo le incursioni dei Turchi iniziate dal 1469, gli abitanti del piccolo borgo carsico di Draga decisero di costruire e gestire una fortificazione per proteggere sé stessi, gli animali e i loro prodotti
La Draški tabor che sorse sullo sperone roccioso sopra l’abitato di Bottazzo e dominante la Val Rosandra, disponeva di piccoli ricoveri interni ed era protetta da un alto muro provvisto di feritoie, una bocca di fuoco e un piccolo fossato esterno.
Nonostante la sua natura di tabor, ovvero una struttura-deposito, il Forte fu interessato anche da qualche avvenimento militare. Per proteggerlo dai saccheggi e dalle mire del capitano Nicolò Rauber, la popolazione consegnò le chiavi alle milizie imperiali e quindi al Vescovo Pietro Bonomo che ritenne di riaffidarle ai legittimi proprietari.
Il tabor non venne mai effettivamente distrutto, ma semplicemente abbandonato in quanto non serviva più come difesa.

Nella foto i ruderi del Tabor di Draga I ruderi rimasti del Tabor  
Ma se i castelli vissero assedi e battaglie, molte altre testimonianze della Valle sono legate alla preziosa presenza dell’acqua che, come riferiremo nella terza parte, permetterà delle fonti di lavoro e di guadagno ripopolando queste tormentate terre di confine.

Note
1. Gli ungheri saranno sconfitti nel 955 dall’imperatore Ottone I di Sassonia;
2. Dalle zone più interne veniva portato anche il grano e prodotti ferrosi; 
3. La denominazione Mocho apparirà dopo il 1350.

Notizie e consultazioni tratte da:
D. Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975
“Il distretto comunale di Trieste nel Trecento” articolo di Fulvio Colombo
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Ed. Lint, Trieste, 2004

VAL ROSANDRA e l’uomo (prima parte)

Come si è riferito nel precedente articolo, la Riserva Naturale della Val Rosandra sia per la quantità di grotte che per la presenza di sorgenti d’acqua fu abitata fin dalle epoche del Paleolitico e Neolitico.
Lo stadio storico successivo fu l’Età dei metalli che iniziò verso il 2.500 a.C. in Medio Oriente dove venne scoperto che mescolando lo stagno al rame si otteneva una lega molto resistente per le armi e gli strumenti di lavoro.
Diversi gruppi di pastori-guerrieri mediorientali decisero così di cercare nuove miniere mettendosi in viaggio verso la penisola italica.
Nel secondo millennio a.C., tra l’Età del bronzo e gli inizi dell’Età del ferro, comparvero gli Indoeuropei che si suddivisero in tre gruppi: uno nelle zone settentrionali, oggi corrispondenti alla Lombardia (1), il secondo in quelle centrali, documentato dalla Necropoli intorno Forlì, mentre un terzo gruppo stazionò nella Pianura Padana. (2)

Con l’età dei metalli sul Carso iniziò la cultura dei Castellieri, piccoli villaggi costruiti su luoghi dominanti delle alture e circondati da robuste mura a scopo difensivo. Alcuni storici ritennero che le loro popolazioni appartenessero alle tribù degli Istri ma altri, in tempi più recenti, le classificarono con quelle degli Illiri, mitici guerrieri stanziati lungo la Dalmazia e le sue isole che diedero del filo da torcere ai Greci prima e ai Romani poi.
Nelle zone orientali del Carso furono scoperti più di 600 castellieri (3) le cui tracce furono rinvenute nelle Necropoli dove venivano sepolti gli ossuari contenenti le ceneri dei defunti assieme a tazze, armi, fibule e monili in pasta di vetro e ambra.

Nelle foto un ossuario (vaso per le ceneri) e un elmo in bronzo provenienti dai Castellieri e conservati ai Civici Musei di Storia e Arte.In alcune Necropoli vennero rinvenute anche delle sepolture con le piastre di copertura
Nella zona della Val Rosandra furono rinvenuti ben 4 castellieri abitati dagli Istri; alcuni storici supposero che già nel 221 a.C. si fosse verificato un primo scontro con i Romani agli albori della loro espansione.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) le macerie rinvenute sul Castelliere del Monte Carso
Pochi anni dopo, nell’anno 181, sorse infatti la Colonia romana di Aquileia che inizialmente doveva impedire l’avanzata delle tribù galliche ma che poi fu seguita da altre colonizzazioni di legioni militari fino alla zona intorno al Timavo.

Nella foto (Pino Sfregola) un tratto della strada romana nei pressi del fiume Timavo
Ma poiché i Romani puntavano alla conquista dell’Istria, varcarono l’altopiano carsico sino allo strategico vallo del pasum Longere per poi scendere verso il mare e dirigersi verso la penisola dove saranno inevitabili le collisioni con gli Istri, spietati predatori dei mari e abili dominatori delle terre sovrastanti.

All’inizio del II° secolo a.C. fu così costruito un grande accampamento sul monte San Rocco protetto da imponenti strutture difensive e altri due forti di dimensioni minori sulle continue alture del monte Grociana e Montedoro.

Foto (da Cds) della base militare sul monte San Rocco
Le recenti scoperte storico-archeologiche avrebbero dedotto che proprio in queste zone si sarebbe sviluppato il primo nucleo di Tergeste e che solo successivamente fosse stato spostato sul colle San Giusto. (4) 

Fu proprio nell’accampamento di monte San Rocco che i soldati romani subirono il violento attacco degli Istri costringendoli a una vergognosa fuga sulle navi. I consoli decisero allora di inviare al Vallo una spedizione con 4 legioni e numerose truppe ausiliarie puntando all’annientamento dei guerriglieri.
Molte popolazioni rinchiuse nei Castellieri trattarono la pace con i legionari ma il loro capo, il potente principe Epulo, volle resistere agli attacchi degli eserciti romani rinchiudendosi nel grande castelliere di Nesazio (vicino Pola).
Con la sconfitta e il suicidio di Epulo la potenza degli Istri si concluse e iniziò il dominio dei Romani che proseguì per più di sei secoli.

I militari in congedo, ricompensati con numerosi terreni, iniziarono a costruire masserie di cui numerosi reperti furono rinvenuti nell’area di Bagnoli.
Nel I° secolo d.C. in Valle fu progettato e costruito il colossale acquedotto che convogliando le acque del torrente Rosandra con le risorgive di Crogole e di Dolina, percorreva complessivamente 16-17 km. per giungere fino alla città di Tergeste.
L’ingegnosa struttura era costituita da un conglomerato di pietre e malta sovrastato da due muri laterali di piccole pietre squadrate con una larghezza di circa 55 cm. e una profondità di circa 160. Mantenendo la pendenza media del 2% permetteva un flusso giornaliero di ben 5800 metri cubi di acqua che convogliandosi in un fontanone nell’odierna piazza Cavana riforniva tutta la colonia romana.

Nella foto i resti umani scoperti nel corso degli scavi del 1974 nell’Acquedotto della Val RosandraLa condotta dell’ Acquedotto romano liberato dai detriti (foto di Pino Sfregola)
L’acquedotto romano funzionò fino al V° o VI° secolo quando per la contrazione demografica, per il progressivo impoverimento della città e l’isolamento di tutto il territorio carsico, sarà abbandonato a sé stesso. (5)

Nella foto (da Enciclopedia monografica del FVG) l’Agro Romano

 

 

Note:
1. La prima Necropoli fu scoperta in Valcamonica vicino Brescia
2. “Ne è un esempio il complesso archeologico di Frattesina (XII-IX sec. a.C.), nei pressi di Fratta Polesine, costituito da un villaggio e da due vaste necropoli collocate  lungo un grande ramo padano, il “Po di Adria” oggi scomparso” (da parchideltapo)
3. I più importanti furono scoperti nelle valli dell’Isonzo e a Santa Lucia di Tolmino dove vennero rinvenute ben 7000 sepolture
4. Dagli studi di Federico Bernardini, archeologo presso il laboratorio del Centro di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste
5. Vedere l’articolo “L’acquedotto romano” su quitrieste.it

Notizie e consultazioni tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975.

VAL ROSANDRA: i primi insediamenti umani

 


Le prime testimonianze della presenza dell’uomo nella valle del Rosandra sono state scoperte sulle ripide pendici settentrionali del monte Carso (a 360 metri s.l.m.) nella cosiddetta Caverna degli Orsi il cui ingresso venne occluso dai detriti di falda accumulati nel corso dei millenni permettendo la conservazione di tutti i suoi preziosi reperti.

Nella foto (di Giovanni Boschin) la parte terminale della Caverna degli Orsi

Gli scavi archeologici effettuati tra il 1992 e il 2006 dal Dipartimento di Scienze Archeologiche dell’Università di Pisa, hanno datato la presenza dell’Homo neanderthalensis tra i 70.000 e 40.000 anni fa, quando le calotte glaciali coprivano le Alpi estendendosi fino il Mare Adriatico, allora più basso di 80-100 metri. La vastissima pianura che iniziava dove oggi si apre il golfo di Trieste congiungendosi alla Padania era ricoperta da una vegetazione tipica delle praterie fredde intervallata da boschi e zone acquitrinose dove pascolavano alci e cavalli.
Sia sui rilievi della Valle che lungo il fiume circolavano stambecchi, lupi e iene mentre gli orsi si rintanavano delle caverne durante i lunghi letarghi invernali.
Gli ominidi di Neanderthal avevano un fisico molto robusto e un aspetto rozzo: bassi di statura, con arti corti, nasi grossi, fronti ampie ed erano adattabili ai climi più freddi.

Nella foto (tes.com) una rielaborazione dell’aspetto dell’Uomo di Neanderthal
Organizzati in piccoli gruppi, si spostavano nelle varie zone della Valle cacciando mammiferi e selvaggine che venivano poi macellati con attrezzi di pietra in campi temporanei o piccole grotte.
La presenza dell’uomo nella Caverna degli Orsi, rilevata in alcuni livelli provocati dai progressivi depositi sedimentari o dai crolli delle volte, fu comunque piuttosto scarsa proprio per la presenza degli orsi durante i letarghi e qui testimoniata dal ritrovamento degli ossi e dalle zone lucidate dallo sfregamento delle loro pellicce (2).

Nella foto (di Giovanni Boschian) i crani dell’ Ursus spelaeus rinvenuti in una delle nicchie della Caverna degli Orsi sul Monte Carso
In alcuni casi i resti ossei furono completamente ricoperti di concrezioni stalagmitiche; in altri vennero ricoperti da veli di argilla depositata dallo stillicidio dell’acqua in epoche particolarmente umide.

Con l’arrivo della seconda glaciazione, culminata tra i 24 1 i 17.500 anni fa e durata fino ai 13-12.000 anni orsono, l’ Homo neanderthalensis scomparve sia dalla Valle che dal resto del Carso migrando nelle steppe pianeggianti che si estendevano nelle zone dove si sarebbe formato l’Adriatico settentrionale.

Con il riscaldamento del clima e la lentissima formazione della vegetazione alborea avvenuta circa 11.500 anni fa, le grotte del Carso si ripopolarono con la presenza del più evoluto Homo sapiens che disponeva di archi, punte di frecce e attrezzi di piccole dimensioni.
Nell’epoca del Mesolitico l’economia era infatti ancora basata sulla caccia ma iniziò anche la raccolte dei vegetali e quando fu completato l’innalzamento del mare, anche dei pesci (3).
L’unico insediamento di questo periodo in Valle fu rinvenuto negli anni Sessanta in seguito agli scavi effettuati da Francesco Stradi e altri soci della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” quando alla base del costone roccioso degradante verso Zaule scoprirono un centinaio di strumenti di pietra nella cosiddetta Cavernetta della Trincea, ai limiti delle Rose d’Inverno. (4)

Nel periodo del Neolitico, iniziato 7.500 anni fa, le temperature divennero più miti e le piogge distribuite nel corso dell’anno permettendo all’uomo di dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento di pecore, capre, bovini e maiali.
In questo lunga fase le grotte della vallata vennero usate anche come riparo per gli animali diventando delle stalle con notevoli accumuli di letame che veniva poi bruciato.
I ritrovamenti più importanti furono scoperti nel XIX secolo nella Grotta delle Gallerie (o delle Finestre) sul versante settentrionale della Val Rosandra, dove vennero travati numerosi frammenti di vasi in terracotta, facendo presupporre degli usi diversificati. (5)

Furono queste le ultime fasi delle occupazioni intensive delle grotte come abitazioni, stalle e laboratori.

Con l’Età del Bronzo, l’uomo iniziò a costruire i Castellieri, i primi insediamenti fortificati delle comunità le cui tracce sono ancora visibili su tutte le alture del Carso.

Note:
1. La grotta che si trova al confine della Slovenia ha l’aspetto di una tortuosa galleria suborizzontale di 140 metri di lunghezza e di 5-10 metri sia di larghezza che di altezza.
2. Gli Orsi delle caverne (Ursus spelaeus) avevano dimensioni maggiori rispetto a quelle attuali. (foto dinopedia.wikia.com) 3. Nelle grotte furono rinvenute diverse tracce soprattutto di molluschi marini.
4. Nel saggio “Il più antico popolamento della Val Rosandra” il professor Giovanni Boschian presuppone che con nuove ricerche potrebbero essere scoperti altri insediamenti nella valle considerando i suoi importanti fattori come la presenza d’acqua, la vicinanza del mare e soprattutto la possibilità del dominio visivo su tutta la zona seppure in terreni di non agevole percorribilità.
5. Secondo quanto riportato dal Catasto regionale delle grotte del Friuli Venezia Giulia alcuni indizi farebbero supporre che in un ambiente della grotta, probabilmente la caverna del camino, sarebbe stata attiva una vera e propria officina di vasai.

Notizie tratte dall’articolo del professor Giovanni Boschian del Dipartimento di Scienze Archeologiche dell’Università di Pisa “Il più antico popolamento della Val Rosandra” – Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, Lint Editoriale, Trieste, 2008 – catastogrottefvg.it

Le forre di Tolmino e le sue leggende

Nel Parco Nazionale del Triglav si trovano le forre più estese e profonde della Slovenia formate per l’azione erosiva dei torrenti Tolminka e Zadlaščica che poi confluiranno nel punto più basso del parco, a 180 metri s.l.m.
Lungo il percorso della Tolminka, si ammira il più spettacolare scenario del canyon sull’arditissimo Ponte del Diavolo (Hudičev most) che a 60 metri d’altezza collega le pareti della forra.
(foto Wikipedia)

Sotto il ponte, incastonata tra le rocce e oggi inaccessibile a causa di uno smottamento, si apre una grotta orizzontale dove esiste una sorgente di acqua che per una sorprendente energia geotermica viene riscaldata a temperature che oscillano tra i 18,8 e i 20,8 °C. Penetrando nelle profondità della caverna le acque riaffioreranno in superficie più a valle confluendo alla fine delle forre in quelle fredde dei torrenti Tolminka e Zadlaščica. Considerate dalle credenze popolari miracolose sembra che davvero queste acque cristalline sprigionino un’energia di effetto terapeutico.

(foto Trip Advisor) 
Al di sopra del Ponte del Diavolo si apre la Dantejeva Jama, la mitica Grotta di Zadlaz che in 3 ampie sale si sviluppa per 1.140 m. di lunghezza e 41 m. di profondità.

(foto Kraji.eu)
Una leggenda tramandata nei secoli riferirebbe che nei primi anni del Trecento questa impressionante caverna (1) fosse stata visitata dal sommo poeta Dante Alighieri quando si ritenne fosse stato ospite del patriarca Pagano della Torre.
Il riferimento storico fu dettagliatamente confutato dallo studioso abate Giuseppe Bianchi nel testo Del preteso soggiorno di Dante a Udine e in Tolmino ma la tradizione leggendaria riuscì a sopravvivere nonostante la realtà delle logiche.

Gli escursionisti che percorrono la parte terminale delle gole di Tolmin potranno sicuramente trovare la Testa d’Orso, particolarissima roccia incastrata nella più angusta forra del torrente Zadlaščica formando un ponte naturale di incredibile fascino.

(foto nanopress.it)
Insomma l’attraversata di questi impervi sentieri tra il colore celeste delle acque, il verde intenso dei muschi, i boati delle rapide tra vedute mozzafiato e i meandri misteriosi di rocce secolari con le suggestioni delle loro leggende, offrono davvero delle delle grandi, indimenticabili emozioni…

1. Nella parte iniziale la grotta è stata attrezzata con scalini e funi passamano ma è visitabile solamente con una guida del locale gruppo speleologico

Notizie e consultazioni tratte da:
Dolina.soce.com – slovely.eu – studicarsici.it – Wikipedia.org – viaggi.nanopress.it –

I fiori della boscaglia carsica

Durante la bella stagione anche le più selvagge boscaglie del Carso sono ingentilite dalle fioriture di arbusti e piante. Nei primi giorni di primavera sbocciano i ciliegi (Prunus mahaleb), i cornioli (Cornus mas), i biancospini (Crategus monogyma) e le ginestrelle silvestri (Coronilla emerus) che colorano le colline carsiche dopo le desolazioni invernali.

Nelle foto un ciliegio canino (Pino Ferfoglia), il corniolo, il biancospino e le ginestrelle (Wikipedia) 
Tra maggio e giugno fiorisce il dittamo (Dictamnus albus), una pianta perenne aromatica della famiglia delle Rutaceae chiamata anche limonella per il suo intenso profumo derivato dagli oli volatili che si sprigionano dai piccoli fiori bianchi o rosa sbocciati sui lunghi stami.

Nelle foto (plant wordl) i fiori di dittamo

A questa pianta originaria delle mitiche terre di Creta, furono anticamente attribuiti dei poteri magici: bruciata sugli incensieri acuiva le capacità divinatorie e infusa nei decotti guariva le ferite più profonde. (1)

Un altro particolare fiore del Carso è l’elleboro d’Istria (Helleborus histriacus) che diffusosi dalla Dalmazia settentrionale cresce sui terreni più umidi delle boscaglie cresciute sui pascoli abbandonati. Fiorisce tra febbraio e aprile ma la sua sottospecie detta viridis ha la caratteristica di emettere i 5 petali del fiore in un delicato colore verde.

L’elleboro d’Istria (Enciclopedia Monografica del FVG)
Su alcune zone del monte Carso, vive anche l’ Helleborus niger, una piccola pianta che sopravvive agli inverni più rigidi e alle terre gelate. Poiché fiorisce in dicembre è chiamata Rosa di Natale e secondo una tradizione cristiana si ritenne fosse nata a Betlemme.

Nella foto (giardinaggio.net) un Helleborus niger che spunta nella neve
Un’antica leggenda narra che una povera pastorella volesse recarsi alla mangiatoia per offrire un fiore a Gesù bambino ma dopo averlo inutilmente cercato nelle terre vicine scoppiò in pianto dirotto per la mortificazione. Ma dalle sue lacrime cadute sulla neve spuntarono dei delicati fiori bianchi simili a rose profumate di muschio, così li raccolse e li portò in dono al piccolo nato.

Per le proprietà narcotiche a anestetiche delle radici dell’elleboro, gli antichi greci usavano somministrarne dei decotti per ridare senno ai folli mentre per la riconosciuta tossicità di tutta la pianta avvelenavano i pozzi d’acqua dei nemici.

Durante il Medioevo l’elleboro veniva usato dalle streghe per preparare pozioni e unguenti che sarebbero servite per rendersi invisibili nelle notti del Sabba, mentre i maghi ottenevano dalle foglie delle polveri dagli effetti irritanti che provocando una serie di starnuti sarebbero servite per espellere malattie e spiriti malvagi.

Secondo il linguaggio dei fiori regalare in questi giorni dell’anno le rose di Natale, i Christmas flower per gli inglesi, le Rose de Nöel per i francesi o i Christrose per i tedeschi sarà l’augurio di essere liberati dalle nostre pene.

Nota 1: Il fior di dittamo fu menzionato anche da Virgilio che nel XII libro dell’Eneide scrisse:

Qui la madre Venere, turbata dall’immeritato dolore / del figlio, colse sull’Ida cretese il dittamo / stelo dalle rigogliose foglie / e chiamato da fiori purpurei / e tutto il sangue stagnò nella profonda ferita.

Il bosco carsico e la boscaglia illirica

Il professor Livio Poldini, biologo presso il Dipartimento di Scienze della Vita presso l’Università di Trieste, sostiene che il nome più consono del bosco carsico sarebbe quello di boscaglia illirica, sia per la diversità delle specie arboree che vi convivono sia per la loro collocazione a macchia.
Come si è scritto nei precedenti articoli, in tempi più lontani i boschi carsici erano ricoperti da querce inframmezzati ai lecci nelle zone più calde e da cerri e roveri negli ambienti più umidi e freschi.
Se i tagli dell’uomo e i pascoli distrussero gran parte dei boschi, la specie più resistente e vitale fu la roverella (Quercus pubescens) che per la sua capacità di resistere alle aridità dei terreni e di adattarsi ai climi più freddi riuscì sempre a sopravvivere e a riprodursi.

Nelle foto (Wikipedia) la classica roverella dalla chioma ampia e irregolare e nell’aspetto invernale quando, a differenza di altre specie di querce, mantiene sui rami le foglie secche attaccate ai rami.

L’aspetto più nobile del bosco carsico è rappresentato dal rovere, tipica specie arborea dei climi continentali che predilige i terreni subacidi e umidi.
In gran parte distrutto per le necessità della popolazione, si è recentemente diffuso sulle zone marnoso-arenacee di Basovizza, di San Dorligo, della Val Rosandra e di Valle delle Noghere.

Dante Cannarella spiega che ogni specie vegetale cresce e si sviluppa su determinati terreni che a seconda del loro contenuto minerale possono essere acidi, neutri o basici; la boscaglia carsica con la carpinella, il frassino e la roverella predilige quelli basici con buoni drenaggi, il rovere, la quercia e il cerro necessitano invece di terreni profondi e capaci di trattenere molta acqua.

Nella foto (Wikipedia) le foglie e le delicate infiorescenze della carpinella (carpino nero)
Le tipiche boscaglie illiriche possono essere osservate sui monti Lanaro, Coste e San Leonardo dove si estendono tra zone di landa e tratti di pinete da rimboschimento; sui declivi sopra i 450-500 crescono invece roveri, cerri e carpini betulla.

Nella foto (Regione FVG) una panoramica autunnale dei boschi carsici dal Monte Lanaro
Nella foto (Enciclopedia monografica del FVG) un bosco di cerri sul monte Lanaro

I querceti dell’antico bosco carsico rappresentano oggi solo il 2% della vegetazione ma con favorevoli condizioni ambientali e del sottosuolo potrebbero progressivamente espandersi riducendo la boscaglia illirica alla quale si deve comunque il merito di aver rinverdito le terre brulle che si estendevano in quasi tutto il Carso nei secoli scorsi.

Nella foto (Regione FVG) un magnifico castagno secolare a Draga Sant’Elia

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – Regione Friuli-Venezia-Giulia, L’imboschimento del Carso, Zenit, Trieste, 1992 – Wikipedia 

I fiori della landa carsica

Pensando al significato di “landa” si immaginano dei terreni abbandonati, incolti o addirittura desolati, invece quella del Carso riserva molte sorprese.
Tra marzo e agosto si assiste infatti allo sbocciare di bellissime specie floreali che hanno trovato il loro habitat anche nelle zone più aride e ventose dell’altopiano carsico.

Se non ci sorprende il Cardo rosso, la comune pianta erbacea spinosa e solitaria, ci attrae la deliziosa Pulsatilla vulgaris che fiorisce tra le rocce alla fine dell’inverno e il delicato Giglio del Carso dalle infiorescenze rosate.

Nelle foto il Cardo rosso, la Pulsatilla, il Giglio screziato, maschio e caprino

E’ bello scoprire i Narcisi, i primi fiori di primavera, e vedere tra maggio e luglio le distese dell’Euforbia di Nizza che ricoprono i pianori più soleggiati.

Nella foto il Narciso e l’Euforbia di Nizza

Nelle Foto l’ Echinopo minore e la Campanula

Molto bella la fioritura della Fragola Vellutina dai piccoli fiori gialli che crescono nella poca terra delle sassaie.


Osservando queste fioriture del Carso così semplici e rustiche, viene in mente la frase con cui Scipio Slataper le ha descritte:
Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi.”

Tra la primavera e l’estate in alcune zone della landa carsica crescono gli Iris (o giaggioli illirici)splendidi fiori di colore azzurro e violetto conosciuti fin dall’antichità. (1)
Il loro nome risalirebbe a quello della dea greca Iris, figlia di un dio marino e di una ninfa, descritta nella mitologia come una giovane alata che consegnava agli uomini le buone novelle dall’Olimpo.

Nella foto (Pino Sfregola) una fioritura di Iris sul monte Stena


Dagli studi del Dipartimento Scienze della Vita presso l’Università di Trieste le “cenosi” della landa carsica comprendono ben 103 diverse specie a riprova della grande varietà di vegetazioni dovute a un particolare insieme di fattori climatici e ambientali che si verificano sulle terre del Carso triestino.

Nota 1. I fiori d’Iris nel quadro The Temptation di Hugo van der Goes del 1470

Fonte: Dante Cannarella – foto di Pino Sfregola

La landa carsica

Uno degli aspetti più caratteristici dell’altopiano è rappresentato dalla landa carsica, formatasi in modo discontinuo sulle zone aride e  semi-aride e di poco spessore con affioramenti rocciosi e campi di pietrisco intervallati da vegetazioni di tipo submediterraneo o montano che hanno saputo adattarsi alle battute dei venti.

Secondo la condivisa teoria del professor Livio Poldini la landa carsica fu originata dai pascoli degli animali che si sono protratti per millenni.
Nel remotissimo periodo del Mesolitico (1) le terre carsiche erano ricoperte da foreste popolate da cervi, capre e caprioli; solo nel corso del Neolitico (2) l’uomo ha iniziato a provocare i primi incendi per dissodare i terreni e rendere possibile gli allevamenti di buoi, pecore e i maiali. (3)
Le attività basate sulla caccia e la pastorizia proseguirono per lunghissimo tempo sino a quando fu effettuato lo spietramento dei tratti più pianeggianti con una progressiva trasformazione in prati per la fienagione mentre solo le terre più profonde e ricche di humus vennero trasformate in campi arativi.

Con il passare dei secoli vasti tratti di landa carsica furono interessati da opere di bonifica forestale ma gran parte di essi vennero ricoperti dalla boscaglia, soprattutto sul Carso occidentale; su vecchie mappe catastali i territori tra Opicina, Monrupino e la fascia che giunge a Borgo Grotta Gigante venivano addirittura segnati come distese pietrose interrotte da piccoli tratti incolti e improduttivi.

Le “cenosi” (4) di landa carsica estesa nelle zone rocciose e più protette dai venti è rappresentata dalla Carex humilis e dalla Centaurea rupestris (foto Wikimedia)

Le zone più pianeggianti e soleggiate sono ricoperte da graminacee talmente infestanti da rappresentare la tipica scenografia carsica, la più diffusa e resistente alle raffiche della bora che le piegano con leggeri sibili.

Nella foto il Bromus erectus e il Chrysopogon 

Di grande suggestione appaiono le distese di Stipa eriocaulis che con i loro lunghi e sottili fili bianchi ondeggiano ai venti trasformandosi poi in mille riccioli bianchi suggerendo un’immagine un po’ bizzarra del nostro Carso.

Nella landa carsica vegetano ancora i Ginepri le cui deliziose bacche insaporiscono le carni o aromatizzano le grappe (5), i Cardi e gli Eringi.
Tra gli arbusti più caratteristici e tappezzanti non potrebbe certo mancare il Cotinus coggygria (o Rhus cotinus), il mitico Scotano (6) che dopo le delicate fioriture estive in autunno si colora di mille sfumature, dal giallo al rosso aranciato sino al bordeaux. (7)Chi percorre le zone soleggiate della Val Rosandra conoscerà sicuramente l’intenso, inebriante profumo del timo che cresce tra le rocce e le più selvatiche graminacee accontentandosi di pochissima acqua. (8)

Nella foto il Thymus volgaris
Secondo autorevoli botanici sembra però che la landa carsica sia destinata a scomparire ad eccezione di certi tratti di cresta collinare esposta alla bora o tra i dirupi delle falesie, dove cresce insieme a specie mediterranee, per cui sono state avanzate proposte per l’abbattimento degli alberi invadenti e il ripopolamento degli animali da pascolo.
Quindi godiamoci queste nostre terre cosi selvagge e piene di fascino!

Note:
1. Periodo intermedio dell’Età della pietra che va dal 10.000 all’8000 a.C.
2. Databile dal 7.000 al 4.000 a.C e classificato come ultima Età della pietra, intesa come pietra  levigata, mentre perdurano, sempre più perfezionati, strumenti di pietra scheggiata, di tradizione paleolitica. (da Treccani)
3. Su alcuni testi la datazione della pastorizia carsica è collocabile nell’Età del Bronzo (3.500 – 1.200 a.C. circa)
4. L’insieme di vegetali di un determinato ambiente
5. Viene ancora oggi prodotto l’ottimo Kraški brinjevec, un distillato con l’Indicazione Geografica Protetta.
6. Erroneamente lo Scotano del Carso è chiamato Sommacco che invece è un arbusto di specie diversa (Rhus coriaria) che pur appartenendo alla stessa famiglia delle Anacardiaceae è diffuso nell’Italia meridionale, soprattutto in Sicilia.
7. Le foglie, ricche di tannino e trementina, venivano una volta usate nella concia delle pelli, per la tintura delle stoffe, ma anche per un decotto fortemente astringente. (Paolo Longo)
8. Il nome deriva da un antico nome greco che significa “forza” e “coraggio”, infatti i soldati greci bevevano i decotti ottenuti dalle loro foglie per fortificare il loro spirito e tonificare il loro corpo.
I rametti di timo venivano bruciati nei riti sacri perché i suoi fumi purificavano l’aria e appesi sulle porte delle case per allontanare serpenti e insetti velenosi.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste,  Ed. Svevo, Trieste, 1998

 

Vegetazioni carsiche

I primi studi sulla vegetazione del Carso risalgono alla fine dell’Ottocento quando fu pubblicato il testo di Carlo Marchesetti (1) Flora di Trieste e dei suoi dintorni con la catalogazione di ben 1.600 specie dell’epoca.

Quando nel secolo successivo sui territori carsici intorno Trieste vennero costruite strade, autostrade e superstrade, svincoli, viadotti, sottopassaggi, linee elettriche e ferroviarie e in più il sotterramento dell’oleodotto e metanodotto, si potrebbe supporre che dai tempi di Marchesetti il Carso si fosse degradato invece paradossalmente si ricoprì di vegetazione, non solo, ma iniziarono a crescere nuove specie intorno alle discariche, negli scavi abbandonati, sui tracciati dell’oleodotto e persino ai lati delle strade periferiche.

Negli anni Ottanta un gruppo del Dipartimento di Biologia presso l’Università di Trieste studiò proprio queste “cenosi vegetali”, cioè quelle specie che vivono in equilibrio tra loro in un determinato ambiente, ribadendo l’importanza della loro salvaguardia e soprattutto della conservazione dei boschi per finalità altrettanto importanti, come il turismo, le escursioni e gli svaghi in genere, peraltro molto apprezzate dai triestini, con il conseguente incremento economico delle strutture alberghiere e ristoratrici del Carso.
La poderosa monografia sulla vegetazione del Carso triestino e isontino a cura del professor Livio Poldini, pubblicata nel 1985 dalla Regione FVG, attestò le numerose varietà arboree e arbustive dovute alla particolare qualità dei terreni e ai diversi fattori climatici e ambientali che le caratterizzano.

In origine il Carso era ricoperto da boschi di querce e castagni, con lo scorrere dei millenni apparvero poi i roveri, i cerri e nelle zone marnose-arenacee le farnie, in seguito scomparse per i continui tagli perpetrati dall’uomo.

Nella foto (di Pino Sfregola) un bosco di Castagni Una macchia di Cerri 
All’epoca della civiltà romana le terre circostanti risultavano ancora pervase da rigogliose selve, fu dopo il Quattrocento che iniziò il disboscamento per mano di pastori morlacchi, romeni e soprattutto dei Cici che ne ricavavano carbone da vendere in città e a nulla valsero i decreti imperiali e comunali per evitare gli incendi e il depauperamento dei boschi.
Il Carso iniziò così a trasformarsi assumendo vari aspetti: la landa per diverso tempo ne ricoprì più della metà seguita dalla boscaglia illirica, dalle numerose vegetazioni mediterranee, da quelle tipiche delle doline e delle sommità collinari mentre solo in seguito furono impiantate le  pinete di rimboschimento.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) un bosco di Carpino nero 

L’aspetto del Carso è tuttavia in continua evoluzione in quanto il pino nero si sta rapidamente diffondendo e la boscaglia tende a espandersi sui prati incolti e sulla stessa landa carsica minacciandone la scomparsa.

Pino nero (foto Wikipedia) 

 

Macchia di Pino d’Aleppo (foto Pino Sfregola)

Nei prossimi articoli scopriremo le origini e le caratteristiche delle diverse vegetazioni che hanno reso davvero straordinarie queste nostre terre.

Note:
1. Nato a Trieste nel 1850 e laureatosi in medicina a Vienna, Carlo Marchesetti fu per 40 anni direttore del Civico Museo di Storia naturale. Appassionato di botanica e di archeologia si dedicò agli studi della flora carsica, dei reperti di paleontologia e archeologia alla ricerca della preistoria e protostoria della Venezia Giulia e dell’Istria.
Dopo una vita dedicata alle ricerche e ai molteplici saggi il Marchesetti morì improvvisamente nel 1926.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Italo Svevo, Trieste, 1998 

La grotta di San Servolo

A ovest degli altopiani carsici che sovrastano la piana di Zaule, in un bosco vicino alla rupe dove a 370 metri s.l.m. si erge il castello di San Servolo-Socerb, si trova una grotta incastonata tra le rocce.

L’ngresso (foto Enrico Halupca) 
La grotta fu descritta per la prima volta nel 1538 dal nobile giurista e letterato friulano Cornelio Frangipane (1508-1588) in occasione di una sua escursione sulla collina carsica su invito del vescovo di Trieste Pietro Bonomo (1458-1546). il Frangipane però non riportò alcuna notizia sulla presenza di San Servolo in quell’antro umido e freddo sebbene fin dal Trecento il castello e il borgo sottostante portassero il suo nome fin dal Trecento.
Il culto di questo martire si sviluppò infatti solo nella seconda metà del Cinquecento quando con l’estendersi della Controriforma tutti i paesi del Carso vennero avviati a intense opere di evangelizzazione con la nascita di confraternite religiose e la costruzione di chiese e cappelle dedicate ai santi.
La storia del martire triestino venne invece scritta nel 1613 da Eufrasia Bonomo, badessa del convento delle Benedettine, che nella sua raccolta “Cronache dei Santi triestini” alimentò la sua leggenda.

Servolo nacque a Trieste nel 270 d.C. nella nobile famiglia Servilii (1) e a soli 12 anni di età decise di vivere in eremitaggio per cercare il suo percorso di vita e di fede.
Avviandosi lungo la via Flavia e percorsi dei viottoli tra campi e vigne, risalì un aspro sentiero abbarbicato su un costone di roccia giungendo in un vasto pianoro da cui si scorgeva il golfo circondato dalle coste istriane e dalle catene alpine.
Quando nel folto di un bosco scorse una ripida china che immetteva in un’oscura spelonca sostenuta da colonne stalagmitiche decise di stabilirsi lì per dedicarsi alla meditazione e alle preghiere accompagnato dal suono delle gocce che stillavano lente dalla volta.

Foto Wikipedia 
Ben presto si sparse la voce tra i villici e i pastori del luogo che non mancavano mai di portargli focacce, latte, formaggi e frutti di bosco.
Dopo un anno e nove mesi il giovane Servolo prese coscienza della sua missione in terra pagana e si sentì pronto al ritorno in città per curare gli ammalati con il calore emanato dalle sue mani e per scacciare gli spiriti maligni con la forza della fede cristiana. (2)
Le sue prodigiose attività crebbero sempre di più assieme alle tante conversioni al Cristianesimo fintanto che giunsero alle orecchie di Giunilio, governatore della città, che dopo avergli inutilmente imposto l’obbedienza all’Imperatore di Roma, all’epoca Marco Aurelio, lo accusò di perseguire arti magiche condannandolo a morte.
Dopo tremende torture, il 24 maggio del 283 (forse 284) fu condotto fuori le mura di Porta Cavana dove venne pubblicamente sgozzato. (3) 
Il suo corpo martoriato fu raccolto di notte dalla madre che lo seppellì nel cimitero cattolico dei SS. Martiri per poi essere traslato nel 1825 in una cappella della Cattedrale di San Giusto dove ancora oggi si trova.

Nella foto (Civici Musei) la cappella e l’altare di San Servolo nella cattedrale di San Giusto dopo i restauri del 1929  

La venerazione di Servolo prese vigore dopo il 1600 e nella grotta, sempre più spesso indicata come il suo eremo, venne costruito un altare di pietra, dove il 24 maggio veniva celebrata una messa per i fedeli che non mancavano di raccogliere le gocce d’acqua sgorgate dalle rocce e ritenute miracolose assieme a qualche pietra come talismani contro le influenze malefiche e i fulmini che minacciavano i tetti di paglia delle loro case.

La Grotta di San Servolo in una foto all’inizio del Novecento. Al centro della sala si trovava ancora l’altare in pietra lavorata sormontata da un baldacchino in lamiera.
Leggende tramandate attraverso secoli di miserie e ristrettezze quando la fede cristiana rappresentava l’unico conforto alla povertà e alle malattie, quando i racconti della gente comune venivano scritti e conservati da ecclesiasti e cappellani sino a divenire fatti di storia… Però al cospetto dell’umile grotta, tra l’oscurità, il silenzio, l’eco delle gocce che cadono dalle volte rocciose, il soffio di aria umida e fredda che filtra dalle grate, torna alla mente la breve vita del giovane Servolo e la sua storia millenaria.

Note:
1. La gens Servilia era una famiglia patrizia della Roma antica, già nota nei primi secoli dell’Impero
2. Le cronache storiche narrano che la strada gli fu interrotta da un grosso serpente (addirittura un drago in alcuni testi) che allontanò con il segno della croce e forse con un soffio
3. Da Pietro Kandler (Trieste 1804-1872) nelle Vicende della Santa Chiesa tergestina scrive: “Di Santo Servolo narrano gli atti del martirio che allorquando fu trascinato all’ingiusto supplizio della strozza nel 283 fu necessità di farlo scortare da moltitudine di soldati per tema che il popolo, nel quale vi erano assai cristiani, non volesse fare impedimento.”

Testi consultati:
Dante Cannarella, Leggende del Carso Triestino, Ed. Svevo, Trieste, 2004
don Giuseppe Mainati, Cronache storiche, Tip. Piciotti, Venezia, 1816
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Lint, Trieste, 2004
Articolo giugno 2011 su “La voce di Trieste”

I cavalli lipizzani

Le origini dei cavalli lipizzani risalgono al 1580, anno in cui l’arciduca Carlo II d’Austria, figlio dell’imperatore Ferdinando I, acquistò dal Vescovado di Trieste i terreni intorno al villaggio di Lipizza destinandoli a un allevamento di cavalli da addestrare per la corte di Vienna.
L’incrocio di stalloni andalusi con le giumente provenienti del Polesine e i pascoli a un’altitudine di 400 metri s.l.m. in un ideale microclima, originarono una razza equina che nell’arco di vent’anni rivelò le sue particolari qualità.

Allenati dai galoppi sui sassosi sentieri carsici, i cavalli irrobustirono arti e zoccoli divenendo resistenti al traino delle carrozze e con i continui addestramenti si adattarono all’obbedienza e al dressage usato dalle guardie d’onore dell’Impero austriaco.

Nella foto (sloveniaturismo.it) la corsa dei lipizzani 
Sotto l’Impero di Giuseppe I d’Asburgo (dal 1705 al 1711) vennero sistemati i sentieri e gli spazi verdi di Lipizza, costruite le stalle e una chiesa mentre a Vienna, tra il 1729 e il 1735 fu allestita la prestigiosa Scuola di Equitazione Spagnola della Hofburg inaugurata con la prima trionfale sfilata di Cavalleria.

Con l’imperatore Francesco II d’Asburgo l’allevamento ebbe in seguito un ulteriore impulso con l’arrivo di purosangue arabi che originarono 6 linee genetiche.

Divenuti celebri per la bellezza del loro mantello bianco e per la loro eleganza, i cavalli lipizzani dovettero affrontare i rischi delle invasioni francesi e se quella del 1797 si risolse con un breve trasferimento in Ungheria, le guerre del 1805 e del 1809 provocarono diverse perdite con il rientro delle mandrie solo dopo il 1815.

Nel 1915, con l’entrata in guerra dell’impero Austro-ungarico con l’Italia, 300 cavalli vennero raccolti in convogli ferroviari e trasferiti tra un borgo di Vienna e un villaggio della Boemia. Solo dopo il 1919 e una serie di trattative furono riconsegnati a Lipica in numero ridotto ma comprendente tutte le 6 linee dell’allevamento.

Con l’invasione nazista del 1943 l’intero branco di lipizzani fu trasferito a Hostau, in Cecoslovacchia, ma si trovò in serio pericolo durante gli ultimi combattimenti tra le truppe russe e quelle delle SS con i carri armati degli americani alle porte.
Fu il colonnello Podhajsky, direttore della Scuola di Equitazione Spagnola di Vienna, a convincere il generale Patton a riunire i cavalli scortandoli fino in una zona sicura. (nota 1)

Nel 1947 i lipizzani ritornarono nell’antico Equile del Carso, in terra divenuta jugoslava dove ormai famosi in tutto il mondo continuarono a riprodursi.

Il parco (foto lipica.org)Nel 1952 a Lipica fu istituito un dipartimento dell’Alta Scuola di Equitazione e addestramento e negli anni Sessanta furono creati un insieme di spazi a uso turistico.

Dopo gli anni Ottanta vennero costruiti in autogestione un ippodromo, 2 maneggi esterni e uno coperto, 3 spazi liberi per l’equitazione e un piccolo museo che racconta la storia del cavallo lipizzano. (nota 2)

Ai nostri giorni nello splendido comprensorio di Lipica, oltre ai corsi di equitazione, nelle strutture dotate di palchi e tribune si svolgono gare estive e spettacoli di dressage. Sono organizzati anche dei percorsi in carrozza e sui pony per i più piccoli ma è bellissimo anche passeggiare tra i sentieri e i pascoli di questi celebri cavalli tra l’aria di bosco e la memoria di tutta la loro lunga storia.

(foto lipica.org) 
Note:

1. Sull’episodio nel 1962 fu girato il film L’ultimo treno da Vienna. ” 

2. I cavalli lipizzani sono conosciuti per il loro candido mantello ma quando nascono sono di colore scurissimo per poi diventare grigio e bianco tra i 7 e 10 anni. 

Fonti tratte da: lipica.org – wien.info – Leone Veronese, Armando ed Enrico Halupca – Enciclopedie Wikipedia e Treccani  

 

 

I sarcofagi egizi di Vipacco/Vipava

Tra tutte le vicende storiche che si sono svolte lungo la Vipavska dolina ne abbiamo trovata una molto singolare la cui testimonianza si trova ancora oggi nel cimitero del paese.

Vipacco/Vipava, allora compreso nella Carniola, diede i natali a Anton Ritter von Laurin (1789-1869), figlio di un ricco proprietario terriero e dotato di grandi attitudini per lo studio e per capacità imprenditoriali.
Laureatosi in giurisprudenza a Vienna e apprese le lingue straniere, iniziò la carriera diplomatica come console generale d’Austria a Palermo dove conobbe la moglie Penelope Beneducci.
Trasferitosi ad Alessadria d’Egitto, svolse l’incarico consolare dal 1834 al 1849 e appassionandosi alla cultura dell’epoca faraonica, ne acquistò numerosi reperti in parte conservandoli nella sua bella villa di città e destinando altri alla Corte Imperiale di Vienna (nota 1) e all’arciduca Massimiliano d’Asburgo (nota 2).
Quando ai piedi della piramide di Kefren, nella piana di Giza, vennero scoperti i rarissimi sarcofagi in granito rosa di Assuan appartenuti a due cortigiani della IV e V dinastia (risalenti rispettivamente al 26esimo e 25esimo secolo avanti Cristo), sir Anton Laurin li acquistò avvalendosi dell’aiuto del mercante Yusuf Masara. (nota 3)

Decidendo di trasferirli nella sua residenza di Vipacco, nel 1845 li caricò su una nave del porto di Alessandria in partenza per l’Europa.
Sbarcati a Trieste i due preziosi quanto pesantissimi sarcofagi vennero caricati su quattro carri trainati ciascuno da una coppia di buoi che attraversando i sassosi sentieri del Carso fino Gorizia raggiunsero la valle del Vipacco per essere depositati nella villa dell’intraprendente diplomatico e destinati alla sua futura sepoltura.
Ma la storia ebbe un altro corso e quando nel 1869 sir Laurin, già ottantenne, si trovava per affari a Milano, passò improvvisamente a miglior vita e a una sorprendente quanto veloce sepoltura nel cimitero monumentale della città.
Le cronache storiche riferirono che poiché nessuno provvide al pagamento per il rinnovo della concessione cimiteriale, il suo sepolcro venne smantellato e la sua salma gettata in qualche fossa comune.

Così, mentre la bella villa di Alessandria venne distrutta dagli inglesi nel 1882, il ricchissimo console von Laurin non potè far ritorno nella natia Vipacco e meno che mai essere sepolto per l’eternità in uno dei due preziosissimi sarcofagi dell’antica e nobile stirpe egiziana.

Come conclusione di questa singolare storia fu scoperto che in uno dei mastodontici sepolcri furono deposte le spoglie di Jozefa Ursic e Jernei Lavrin, genitori di sir Anton, e nell’altro quelle di suo figlio Albert Aleksander, morto a soli 7 anni di età.
Collocati nel cimitero di Vipacco/Vipava e rimasti in balia delle intemperie fino al 1999, i due sarcofagi in granito rosa di Assuan vennero finalmente coperti da una tettoria dove ancora oggi si trovano a testimonianza della loro antichissima storia.

Nella foto (da Staroegipčanska sarkofaga – Vipava) i due sarcofagi 
Foto Fiveprime

DIGITAL CAMERA

Note:
1. Tra il 1845 e il 1851 Sir Laurin spedì a Vienna (presso il Gabinetto Imperiale di Antichità) 17 stele del Medio e del Nuovo Regno, un pyramidion, due grandi sarcofagi in pietra. un coperchio, cinque sculture e tre mummie.
2. Tra il 1850 e il 1855 il console inviò all’arciduca Massimiliano d’Asburgo centinaia di reperti di piccole dimensioni tra cui la sfinge che si trova tuttora in cima al molo del porticciolo del Castello di Miramare.
3. Di sarcofagi come quelli di Vipava, ne esistono soltanto sei in tutto il mondo: due si trovano al museo egizio del Cairo, uno è al British museum di Londra e l’ultimo è di proprietà del Pelizaeus Museum di Hildesheim in Germania e di questi solo uno è in granito rosa di Assuan.

Notizie tratte da:
L. Ruaro Loseri, Massimiliano da Trieste al Messico, Ed. LINT, Trieste, 1986 – museostoriaeartetrieste.it – Articolo “Il Piccolo” aprile 2012

Vipacco/Vipava

Vipacco/Vipava si trova nella parte superiore della Vipavska dolina, una verde vallata ricca di vigneti e alberi da frutto della Slovenia occidentale dove sgorgano le numerose fonti dell’omonimo fiume.

Foto di Gregor Humar per Pinterest 

Queste terre hanno vissuto antichissime storie che alcuni storici ritengono iniziate con la colonizzazione dei Celti dalla cui lingua deriverebbe la radice Vip riferita alla valle e ad Ach alla roccia.

Attraversata in seguito dalle colonie romane per raggiungere il Danubio, (nota 1) tra il IV e il VI secolo fu invasa da orde di barbari (nota 2).

Vinti i Longobardi e annientato il loro potere, il re dei Franchi Carlo Magno conglobò l’Istria con la Carniola e la Carinzia nel Regnum Italiae.
Alla sua morte i territori orientali del Friuli e quelli comprendenti il Carso e la Carniola come parte del Regno d’Italia passarono sotto il dominio di Aquileia che dopo il 1077, divenuta Principato ecclesiastico, annesse anche le contee dell’Istria.

Nelle documentazioni storiche risalenti al 1154 venne menzionato il cavaliere Wiluinus de Wippach, mentre in altre del 1275 è nominato il Castrum Wipaci Superioris in possesso dei nobili Von Wippach che nel 1351 furono però costretti a cederlo agli Asburgo.

Nella foto (Panoramio) le rovine dell’antico Castrum 
Dopo aver subito nel corso del XV secolo le devastazioni causate dall’invasione dei Turchi e un successivo breve dominio dei Veneziani, alla fine del Cinquecento gli abitanti aderenti alla riforma luterana furono costretti ad abbandonare Vipacco, che rimase popolato da pochi ferventi cattolici.

Il villaggio in una foto d’epoca 
Con il Trattato di Schönbrunn del 1809 il villaggio entrò a far parte delle Province Illiriche e nel 1815 del Regno d’Illiria come comune autonomo.

Annesso al Regno d’Italia dopo la Grande Guerra, nel 1923 passò alla provincia del Friuli, con i medesimi insediamenti del periodo asburgico, e nel 1927 a Gorizia con l’annessione di altri comuni.

Soggetto alla Zona d’operazione del Litorale adriatico tra il settembre 1943 e il maggio 1945 e tra il giugno 1945 e il 1947, trovandosi ad est della Linea Morgan, Vipacco fu compresa nella zona B della Venezia Giulia, affidata con il Trattato di Osimo alla Jugoslavia.

Nella foto (da Wikipedia) la mappa della linea Morgan

Dopo la lunghe e sofferte vicende storiche l’antico villaggio di Vipacco/Vipava, si stende placidamente su questa valle della Slovenia dove i vigneti e gli alberi da frutto continuano a offrirci i loro dolci frutti.

Foto Panoramio 

Note:

  1. Della presenza dei Romani in valle, rimangono le tracce di un Castrum sul quale nel 1272 fu costruito il castello dei nobili Von Wippach 
  2. Goti, Unni e Longobardi

Nella foto (Panoramio) il magnifico palazzo Lantieri, risalente al 1702, articolato in tre corpi e due ali, circondato da un vasto giardino con gruppi di statue.

Su una collinetta vicina a Vipacco l’antico palazzo di Zemono, risalente al 1683 in proprietà dei nobili Lantieri, che nelle sale interne conserva splendidi affreschi barocchi e stemmi araldici.

Foto (Tripadvisor) 

Fonti: Wikipedia – Enciclopedia Treccani – touringclub.it –

 

 

 

La vita in Carso tra Settecento e Ottocento

Fino alla fine del Seicento la sussistenza degli abitanti del Carso si basava con i proventi di vino, olio e verdure ma nei primi decenni del Settecento il loro smercio divenne via via più difficoltoso quando si trovò a competere con i prodotti importati e venduti a più buon mercato nel nascente Emporio di Trieste, iniziato dopo l’istituzione di Porto Franco nel 1719.
Le condizioni di vita sul Carso erano inoltre penalizzate dalle mutevoli e aspre condizioni climatiche che si verificavano con estati molto secche o troppo piovose e con inverni estremamente rigidi che danneggiavano vigne e oliveti.

Nella foto (collezione Furio Furlan) la lapide posta nell’Osteria Comunale di Basovizza dove nel 1743 venne costruita la prima cisterna pubblica del Carso dove accorrevano gli abitanti dei villaggi quando nei periodi di siccità si esaurivano i pozzi.  

La prolungata siccità nel corso del 1782 provocò una vera e propria carestia che ridusse alla miseria più di 1000 famiglie e i cui effetti si prolungarono fino ai primi decenni dell’ Ottocento.
Il 1817 fu ricordato nella storia per essere stato “l’anno della fame” causato da un lunghissimo periodo privo di precipitazioni che distrusse i già ridotti raccolti degli anni precedenti e costrinse le autorità a importare grano dall’Ucraina e a distribuirlo alle famiglie più povere.

Nella foto la cisterna di Poggioreale del Carso costruita dalla Comunità di Opicina nel 1836, come risulta scolpito sul muretto della scala 
Il Carso sarà nuovamente penalizzato dalle siccità verificatesi nel 1841 e nei due anni successivi e solo la concessione dei prestiti elargiti dalla Cassa Civica impedirà le perdite di molti braccianti sfiancati dalla fame e la morte di malattie e malnutrizioni dei loro figli.

Se i paesani di Prosecco, Santa Croce e Opicina si mantenevano con i loro mestieri di scalpellini, muratori e carrettieri quelli di Trebiciano, Padriciano, Gropada e Basovizza con le loro terre pietrose e poco fertili si trovavano in grandi difficoltà sopravvivendo con i proventi del latte e delle poche verdure che le donne vendevano in città.

Nella foto (collezione Furio Furlan) un “kau” (stagno) in piazzale Monte Re di Opicina 
La cisterna di Samatorza (collezione Furio Furlan) 
La precaria vita nelle terre del Carso costringerà molti padri di famiglia a cercare lavoro nelle nuove attività preindustriali di Trieste ma ancora in molti erano ridotti a chiedere la carità di un pezzo di pane.

Giovane carsolina costretta all’ elemosina in città (stampa della collezione Mario Froglia) 
Già nel 1818 per volere del conte Domenico Rossetti venne fondato l’ “Istituto generale dei poveri” trasformatosi nel 1862 nella “Casa dei poveri” di contrada Chiadino (nota 1) che offriva ricoveri per bambini e anziani e che in seguito distribuirà pasti e pane ai più bisognosi.
Molte madri si offrivano spesso come balie per i trovatelli e quando vennero elargiti dei contributi statali fino ai 7 anni di età, si proponevano anche come madri affidatarie.
Pure i figli più grandi dovevano contribuire alla economia della famiglia e poiché in Carso le pietre non mancavano mai, s’ingegnavano a frantumarle per ricavarne pietrisco da vendere agli appaltatori delle strade.

Fu dunque il grande problema la siccità a costringere le ricerche dell’acqua nelle profondità delle terre del Carso affrontando lunghe e spesso drammatiche avventure.

Nota 1: nominata in seguito via dell’Istituto e dal 1940 via Pascoli

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998

La grotta del monte Coste/Kosten e la sua leggenda


Il monte Coste, a nord di Sales, è ricoperto da una vegetazione fittissima e quasi impenetrabile per la mancanza di sentieri, ma un tempo era ricoperto da castagni di cui sopravvivono ancora degli esemplari a valle.

Chiamato originariamente Kosten da Kostanj (dal latino Castaneum ) fu abbandonato dagli uomini dopo un misterioso fatto lì accaduto e che diede origine alla sua leggenda.

In una grotta del versante orientale del monte viveva molto tempo fa un eremita che conosceva i poteri delle erbe e curava le malattie dando aiuto e conforto ai paesani.
In un caldo giorno d’estate una madre disperata prese in braccio il suo bambino colpito da una terribile febbre e salì di buon passo l’erto sentiero sperando che il vecchio anacoreta lo potesse guarire.
Giunta alla grotta pervasa da un gran silenzio, si fermò atterrita sulla soglia scorgendo il povero vecchio senza vita disteso su una panca di legno.
Sconvolta, adagiò il bambino sopra un mucchio di carte ingiallite e corse verso il paese per dare l’allarme. In molti risalirono il monte per salutare il benvoluto guaritore e grande fu la loro commozione quando si accorsero che il piccolo era prodigiosamente sfebbrato.
I vecchi del paese decisero allora di seppellire il vecchio eremita nella grotta dov’era vissuto e di cancellare ogni sentiero che giungesse fino lì.
Da allora tutto il monte Kosten fu ricoperto da fitti boschi e la caverna, protetta dalla vegetazione, venne chiamata la “grotta fantasma”.

Solo alla fine degli anni Cinquanta del Novecento gli speleologi del Club Touristi Triestini si misero alla sua ricerca sulle ripide falde a Nord-Est del monte Coste riuscendo a individuare un pertugio coperto da carpini e piccole querce.

Foto (Sergiovi da Club Alpinistico triestino) 

 

Asportando i detriti che lo occludevano e attraversando il breve cunicolo, giunsero in una grotta dalle pareti interamente concrezionate con piccole vaschette sul fondo e un alto camino sulla sommità.

Oltre un solco profondo 2 metri fu scoperto un pozzo cilindrico dalle pareti nerastre che portava alla sommità di un esteso e ripidissimo cono detritico ricco di terreno organico.
Dopo un primo salto si apriva una galleria che conduceva a una caverna pianeggiante con ai lati stalagmiti e piccole colonne.
Per una lieve corrente d’aria che usciva da uno sfiatatoio fu supposto che esistessero altri vani e nella successiva incursione del maggio del 1960 dopo un lungo lavoro gli speleologi sforzarono il passaggio e attraverso un arduo laminatoio lungo 4 metri raggiunsero una vasta caverna piena di sottili cannelli e di scintillanti colate.
Attraverso una strettoia e un angusto corridoio scoprirono una sala con crolli concrezionati e superando l’ultimo salto un ulteriore piccola caverna dal suolo acquitrinoso.

Sul monte Coste, lungo un sentiero che si snoda dal paese di Sales e sale tra fittissime boscaglie di pini e latifoglie esistono anche le tracce di un piccolo Castelliere databile alla fase finale dell’età del bronzo.

Foto archeocarta.fvg.it 

Insomma tra esplorazioni, scoperte e vecchie leggende le terre del Carso continuano a stupirci.

Fonti: Carlo Chersi, Itinerari del Carso triestino, Stabilimento tipografico nazionale, Trieste, 1962 archeocarta.fvg.it – catastogrotte.fvg.it – Club Alpinistico triestino – boegan.it – club-touristi-triestini.eu

Case carsiche

Sebbene su alcuni documenti siano a volte menzionati i “masi” in realtà sul Carso non esistevano rustici isolati ma piccoli gruppi di casupole che fino al Settecento costituivano una grande famiglia, in sloveno chiamata zadruga.
Di base rettangolare e costruite solitamente su alture o pendii per non occupare i tratti pianeggianti sfruttati per l’agricoltura, avevano i muri perimetrali di pietra calcarea impastata con calce e terra rossa.

Nella foto una delle antiche case con il tetto di paglia esistenti fino pochi decenni fa nel Carso sloveno. 

All’esterno dell’unico vano sovrastato da una copertura con tronchi di quercia, rami e paglia era collocato il focolare con un camino piuttosto alto per assorbire il calore e disperdere le scintille.

Nelle foto (di Pino Sfregola) due tipiche carsiche ancora esistenti
Gli incendi dei tetti erano però piuttosto frequenti e a volte si diffondevano velocemente come accadde nel villaggio di Contovello che nell’ultimo decennio del Settecento fu quasi distrutto dalle fiamme.

Da allora tutte le coperture di paglia furono sostituite e rimasero solo quelle usate come stalle e fienili.

Successivamente alle abitazioni vennero aggiunti dei piani rialzati destinati a granai e stanze da letto mentre i piano terra rimanevano adibiti a cucine e dispense divise da un tramezzo.

Nelle foto gli interni di un’antica casa di Sales 

Le stalle, le cantine con gli attrezzi di lavoro e i vani per i carri si trovavano nei cortili interni dove non mancavano mai le cisterne o i pozzi di pietra per la raccolta dell’acqua piovana a cui solitamente si affiancava un albero che assicurasse l’ombra nei mesi estivi.

Quando i tetti vennero costruiti in pietra o in laterizi, alle cucine fu aggiunto un camino che addossato a uno dei muri scaldava le stanze da letto.
Le case carsiche ebbero le ultime trasformazioni con l’ingrandimento dei tetti e l’aggiunta di ballatoi in legno, poggianti sulle travi di sostegno al piano rialzato o su grandi mensole di pietra, dove veniva essiccato il grano.
Nei cortili interni alle case si accedeva attraverso un alto portale di pietra bianca con un’arcata o un architrave che permettesse il passaggio dei carri.
Spesso venivano scolpite delle decorazioni con ruote raggiate, fiori a 4 petali, cuoricini e a volte i nomi dei proprietari.
Nella seconda metà dell’ottocento si usava rappresentare delle croci con le iniziali JHS per Gesù o AM per la Madonna come simboli di fede cristiana.

Parte delle case carsiche del 700-800 sono state distrutte ma molte sono state ristrutturate e convertite in confortevoli e romantiche abitazioni.

Nella foto la Casa Carsica di Rupingrande (turismofvg.it) e una piazzola di Prosecco (Pino Sgregola)

Bagnoli della Rosandra

Risale al 1276 un documento che attesta l’esistenza di un mulino in Valle de Zaullis sub Bagnolo, nome riportato ancora nel 1421 nella richiesta di un permesso alla Vicedomineria per costruire una casa nella Villa de Bagnolo compresa nella Valle de Mucho.
Se il Kandler ipotizzò che il nome potesse significare “luogo di confine”, altri documenti riportano quello di Boljunec, Bollunz e Bolunez come derivazione dal latino Balneolum riconducibile alla vicinanza delle acque.

La nascita del borgo, chiamato poi Boljunec (o Bolunz in triestino) e Bagnoli della Rosandra dopo il 1923, non è nota mentre un’iscrizione del 1663 data la chiesa, successivamente dipendente da quella di Dolina e solo nel 1954 divenuta parrocchia dedicata a San Giovanni Battista comprendente le frazioni di Mattonaia e Lakotisče.

Nella foto (di Silvio Polli) la piana di Bagnoli negli anni Cinquanta
La piana di Bagnoli com’è oggi in una foto di Dario Gasparo

Poiché il torrente Rosandra fin da tempi remotissimi fu l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua dalla Valle sino a Trieste, le terre vicine erano ambite per costruirvi case e borgate con annessi campi per la coltivazione di vigne, uliveti e piccoli orti.

Tra il VI e il VII secolo, quando le orde di barbari distrussero l’acquedotto romano, il fiume ebbe un libero scorrimento diramandosi in piccoli affluenti e per sfruttarne le portate vennero scavati alcuni canali e costruiti dei mulini idraulici.
Per mezzo delle ruote a pale in linea con il flusso della corrente e di un’asse collegata al vano interno del mulino, veniva azionata una ruota di pietra per la macinazione delle granaglie.
In documenti risalenti al 1757 a Bolunez risultavano esistenti 14 mulini perfettamente funzionanti nonostante le stasi per le siccità nei mesi estivi e delle gelate in quelli invernali.

Nelle 2 foto (dall’archivio di Silvester Metlika) l’esterno e l’interno di un vecchio mulino
I mugnai divennero esperti nello scolpire le ruote e nel foggiare tutti i supporti in legno mentre le donne si occupavano del commercio della farine che caricate in grossi sacchi sui dorsi di mulo, venivano vendute nei borghi del Carso o in città.
Nei canali di alimentazione dei mulini venivano anche ricavati dei bacini di contenimento chiamati struge dove sguazzavano gamberi e anguille che poi venivano venduti oppure cucinati e serviti con la polenta nelle feste d’estate.
Il progresso tecnologico causò l’interruzione dell’attività di molti mulini che furono abbandonati o trasformati in laboratori per fabbri dove si forgiavano attrezzi e  torchi oleari mentre le struge scomparvero tra le vegetazioni.

Nella foto (di Pino Sfregola) un vecchio torchio oleario conservato nella piazzola di BagnoliOltrepassato il ponte sul torrente Rosandra, nel piazzale sotto il monte Carso è visibile l’imbocco dell’ “Antro di Bagnoli”.
Al tempo dei romani proprio qui venivano convogliate le acque provenienti dall’altopiano di Ocisla e dalla “Fonte Oppia” di Val Rosandra che attraverso il lungo acquedotto, costruito nel 178 a.C., approvvigionavano l’antica Tergeste.
Anticamente le portate fluviali erano però ben più copiose, anche se ancora oggi in caso di forti precipitazioni il torrente assume proporzioni impressionanti. Nei periodi di siccità l’alveo tende invece a prosciugarsi mentre le polle più a valle rimangono quasi sempre attive.

Nella foto (dall’archivio Vojko Kocjancic) le lavandaie di un tempo al lavoro
Il lavatoio pubblico nel piazzale di Bagnoli com’è oggi (foto Pino Sfregola)
Uscendo dal borgo si passa per il piccolo e bellissimo abitato di Bagnoli Superiore giungendo al Rifugio Premuda, sede della Scuola nazionale di alpinismo “Emilio Comici” e adibito pure a una rustica e frequentatissima trattoria di stile carsolino.
Bagnoli Superiore (foto Mapio.net)Rifugio Premuda (foto Mapio.net)
Sopra il paese spicca la grande cava ormai dismessa di cui spicca questo grande cuore di pietra (foto da Mapio.net):Da qui inizia la Val Rosandra con tutte le sue meraviglie che non finiranno mai di stupirci: nelle sue grotte trovarono rifugio comunità primordiali, nelle sue terre vennero combattute sanguinose battaglie, sopportate pestilenze e incendi di case, boschi e campi eppure la valle è ancora qui, sferzata dai venti, baciata dal sole e amata sia dagli uomini che dagli dei.

Foto (da Mapio.net)

Notizie tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, LINT, Trieste, 2004
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, LINT, Trieste, 2008
geositi.units.it – Wikipedia

La magica grotta Vilenica

Nascosta tra le terre del Carso esiste una grotta che ha tramandato nei secoli una romantica leggenda: nelle notti del solstizio d’estate le evanescenti Vile che vivono nelle profondità dell’antro escono furtive aleggiando tra i boschi alla ricerca di chi avesse bisogno delle loro magie.

Il loro mito ha dato il nome all’antichissima caverna di Corgnale (Lokev) conosciuta come Jama Vilenica per la presenza di queste gentili fate i cui bagliori si riflettono nelle acque iridescenti del piccolo lago sotterraneo.  
Resa accessibile fin dal Settecento fu la prima grotta dove si poteva ammirare uno dei più emozionanti scenari del Carso che fin dal suo ingresso ci catapulta in un grande spazio denominato Sala da Ballo dove un tempo venivano organizzate delle feste danzanti.
Molti artisti si sono ispirati alle forme e ai colori delle stalattiti e soprattutto dalla imponente colonna stalagmitica che sembra sorreggere la volta con i bagliori dei suoi mille cristalli.

(foto di Emil Kariž)

Percorso il Viale delle Concrezioni, costellato da colorate stalattiti e superata la Sala Rossa si giunge nella Sala delle Fate che, scoperta più di recente, ha mantenuto vividi i suoi colori senza l’annerimento provocato dai fumi delle torce. 

 

Affidata dai nobili Petazzi alla comunità di Corgnale nel 1633, la grotta Vilenica dopo i fasti perdurati fino al XIX secolo rimase a lungo in stato di abbandono.
Nel 1963 una Società speleologica di Sežana ha ripristinato gli interni dotandoli di illuminazioni elettriche permettendo le visite fino a una profondità di 72 metri in un percorso di 450, mentre il proseguimento fino ai successivi 1300 metri richiede un’attrezzatura di tipo speleologico.

Vilenica” è anche la denominazione di un premio internazionale letterario che si svolge ogni anno proprio all’interno della Sala da ballo di questa splendida, magica grotta.

Notizie e foto tratte da:
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Edizioni LINT, Trieste, 2004 – slovenia.info – Wikipedia

Le grotte di San Canziano

La natura, eccelso architetto dell’Universo, ha assegnato a questo lembo di Slovenia, denominato Carso, degli scorci epigei e sotterranei unici al mondo che sono stati, in virtù della loro straordinaria e multiforme bellezza, ascritti al patrimonio mondiale tutelato dall’UNESCO”. (nota 1)
Scrive così Albin Debevec, direttore del Parco delle Škocjanske jame (grotte di San Canziano) e coautore di un testo mono-fotografico sull’argomento, ammettendo di non poter descrivere e rappresentare le straordinarie visioni di questo spettacolo che la natura ha pazientemente creato in milioni di anni.

Nella foto la grande dolina dove scorre il Timavo e sopra il campanile del paese di San Canziano:

Il primo inghiottitoio del fiume che fino a qui scorreva in superficie:

Questo mondo sotterraneo con i boati del fiume e le arcane forme di vita immerse nei laghi ipogei avvolti da un’assoluta oscurità, aveva a lungo suscitato ancestrali paure nell’uomo che incapace di varcare le più segrete insidie delle viscere della terra, immaginava le più fantasiose leggende negli scenari delle caverne.
Ma l’innata sete del sapere e l’istinto dell’esplorazione spinse ricercatori e coraggiosi escursionisti a varcare quelle soglie sconosciute scalpellando le rocce per creare dei passaggi via via più avanzati e profondi per consentire la scoperta di questa affascinante parte di mondo.

Tutto iniziò nel 1823 come scrisse “L’Osservatore Triestino” in un articolo del 12 giugno:
Ma gli entusiasmi svanirono ben presto quando una violentissima quanto inaspettata piena del Timavo trascinò con sé tutti gli attrezzi faticosamente costruiti, comprese le tre imbarcazioni, provocando una battuta d’arresto alle arditissime ricognizioni.

Solo nel 1884 la Sezione Grotte dell’ Alpenverein riuscì a proseguire nella più grande e avventurosa impresa speleologica realizzata sul Carso per esplorare il corso delle acque sotterranee fino al loro impenetrabile inabissamento.
Così gli speleologi Anton Hanke, Joseph Marinitsch e Friedrich Müller affrontarono enormi difficoltà avanzando su rudimentali scale o gradini scolpiti nella viva roccia (nota 2), su ardite ferrate montate su pareti a picco e su barche di fortuna con spericolate navigazioni nel fiume rischiando vortici o improvvise piene.
Nel 1887, in condizioni al limite della resistenza umana, riuscirono a superare la quattordicesima cascata nel canale di Hanke, nel 1890 raggiunsero l’immensa Sala Martel e quindi il lago Morto, dove attraverso un sifone il Timavo scompariva percorrendo 40 chilometri nelle profondità della terra per riaffiorare a San Giovanni di Duino e avviarsi nel mare Adriatico.

Nella foto della cosiddetta “passerella del gatto” sul canale Henke a 90 metri d’altezza sopra le acque del Timavo che schiumano in un fragoroso vortice: 

Nella foto l’impressionante Grotta Martel, lunga 300 m., alta 146 e larga 120 m.:

Il lago Morto (foto elamit.net) ultimo tratto del Timavo prima del suo impenetrabile inabissamento:

L’ultima scoperta fu l’immensa Grotta del Silenzio, chiamata così per la mancanza degli echi delle acque sotterranee percepite negli altri altri come impressionanti boati e flebili lamenti.

Dopo il Novecento iniziarono gli scavi archeologici del dott. Carlo Marchesetti e dell’austriaco Josef Szombathy che portarono alla luce sepolture preistoriche risalenti alle epoche del Mesolitico e Neolitico, databili tra l’8000 al 4000 a. C.
Altri reperti risalivano all’Età del rame e alla prima Età del bronzo (tra il 3000 e il 1700 a.C.) quando iniziarono le attività votive e di culto proseguite fino all’ Età del ferro e successivamente nei secoli del dominio romano.

Nella foto (Enrico Halupca) l’ingresso della “Caverna preistorica”

Nei decenni successivi saranno ottimizzati i dislivelli e i passaggi più azzardati delle varie grotte dotandole di strategici fari per accendere le più spettacolari formazioni calcaree e rendere facilmente percorribile la visita di tutto il complesso ipogeo.

Per chi volesse avventurarsi in queste affascinanti realtà del Carso inizierà la traversata proprio dalla Grotta del Silenzio percorrendo in un’ora e mezza di cammino scenari di sconvolgente bellezza.

Note:
1. Nel 1992 fu ratificata la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale ; nel 1986 le grotte vennero inserite nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.
2. Gli speleologi erano aiutati da guide del posto e abili scalpellini.

Notizie e foto tratte da:
B. Peric, Il Parco di Škocjanske jame, Ljubliana, 2003)
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Edizioni Lint, Trieste, 2004
Mario Galli, La ricerca del Timavo sotterraneo, Museo Civico di Storia Naturale, Trieste, 2000.

Riti pagani in Carso

Il culto pagano del dio Mitra fu praticato nell’antico impero dei Persiani tra il II e I° secolo a.C. per poi estendersi in tutta l’Asia Minore. Vi potevano accedere solo uomini retti e coraggiosi che dopo una serie di riti e di purificazioni con l’acqua di sorgente avrebbero avuto accesso ai misteri della vita e all’ascesa dell’anima al Sole.

Dopo le invasioni dell’Impero Romano nelle terre d’Oriente, i legionari perpetrarono quei riti pagani venerando Mitra come un dio delle armi e degli eroi.
Fu supposto che quando nel 70 d.C. l’imperatore Vespasiano trasferì la XV legione dalle province orientali a quelle danubiane, fosse stato allestito un accampamento tra le pendici del monte Hermada. Qui, vicino alle risorgive del Timavo che sgorgavano dalle rocce, il culto del Dio Mitra trovò una sede ideale.

L’ingresso della grotta (foto Pino Sfregola)

Il Mitreo di Duino fu uno dei primi insediamenti in Europa e l’unico in Italia ad aver sfruttato una cavità naturale che si sia conservata dopo due millenni di storia.
La grotta subì però una devastazione nella prima metà del V Secolo in seguito all’interdizione dei riti pagani emanata nel 391 d.C. dall’ imperatore romano Teodosio e rivide la luce solo dopo 1500 anni.
Sommersa dai detriti alluvionali provocati anche dalle frequenti tracimazioni del Timavo, fu scoperta nel 1963 dagli speleologi della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”. Intervenuta la Soprintendenza per i Beni Archeologici, vennero effettuati gli scavi e una parziale ricostruzione del tempio ipogeo.

Delle strutture originali si sono conservati due banconi distanti 3 metri, lunghi 2 metri e ½, e un cubo di pietra calcarea dove in un pasto comune veniva spezzato il pane e versato il vino.


Sul fondo si trova una lapide databile tra la fine del I° secolo o agli inizi del II° con un bassorilievo del Mitra mentre compie il mitologico sacrificio del toro sacro tra le cui zampe è scolpito uno scorpione quale simbolo del male mentre alle spalle del nume è rappresentato un corvo come messaggero divino.
Ai lati dell’arco si notano due teste di donna sormontate rispettivamente dal sole e da una mezzaluna e sopra la lapide con l’iscrizione dedicata al dio (“All’invitto dio Mitra Aulo Tullio Paumniano offre per la sua salute e per quella dei suoi fratelli”).

La seconda lapide, databile al II° secolo e più danneggiata, rappresenta il dio Mitra che esce dalle rocce e pugnala il toro afferrato per la coda dal corvo.

In due piccoli cunicoli sono state rinvenute delle lucerne, frammenti di vasi per la raccolta dell’acqua piovana, boccali in ceramica per le libagioni e 400 monete, alcune in bronzo ma per la maggior parte in rame, che risalirebbero a periodi compresi tra il II° e l’inizio del V secolo.

Dopo la metà del V secolo, quando i riti pagani vennero proibiti e tutte le loro sedi distrutte, la grotta del Mitreo fu devastata e coperta di terra mentre vicino alle risorgive del Timavo sorgeva la piccola basilica dedicata a San Giovanni Battista dove iniziarono i primi riti del Cristianesimo.

L’epoca romana sul Carso era ormai giunta al suo epilogo: un’epoca di dei ed eroi, di soldati e mercanti che qui vissero le loro stagioni d’oro.
Dopo le invasioni barbariche per almeno 5 secoli del Carso non si saprà quasi più nulla.

Notizie tratte da: D. Canarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – archeocartafvg – foto di Pino Sfregola 

Le sorgenti del Timavo

Tra tutte le terre del Carso che più ci tramandano le memorie di un mondo scomparso sono quelle comprese intorno alle sorgenti del Timavo  e del suo placido percorso verso il mare Adriatico.
Non sorprende che tutta l’area sia ricca di storia in quanto non solo offriva delle abbondanti fonti di acqua ma anche perché permetteva la navigazione nei diversi rami del fiume che scorrevano in una grande baia protetta. (nota 1)

Questi luoghi di straordinaria suggestione dove le acque del fiume sotterraneo prorompono dalle rocce carsiche hanno attratto l’uomo sin dalla preistoria ma le documentazioni più antiche sono riportate dallo Strabone (nota 2) che collegandosi agli scritti di Polibio interrotti nel 146 a.C., iniziò a descrivere le regioni del mondo abitato nei 17 libri della Geographica.
Lo Strabone attestò che nei pressi del fiume esisteva un allevamento di cavalli e un bosco sacro dedicato a Diomede (nota 3) dove si sarebbe accampato il console romano C. Sempronio Tudiano durante la spedizione contro i Giapidi nel 129 a.C. (nota 4)
Accanto alla prima risorgiva del Timavo è stata infatti rinvenuta una lapide con la scritta TEMAVO VOTO SUSCEPTO (nota 5) a testimonianza di come le sorgenti d’acqua fossero un tempo considerate una divinità.

Nella foto la lapide accanto alla prima risorgiva 

Nel corso del I° secolo d.C. fu qui costruito un tempio dedicato alla divinità romana Speranza Augusta di cui sono rimaste 4 lapidi: una è conservata al castello di Duino, le altre sono state murate all’esterno dell’abside nell’attuale chiesa di San Giovanni in Tuba (nota 6):

Ai tempi del grande poeta Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.) le bocche di uscita del Timavo erano ben nove, come viene riportato nei versi del I° Libro dell’Eneide:
“Unde per ora novem, vasto cum murmure montis
It mare proruptum et pelago premit arva sonanti” (nota 7)

Nella foto (Pino Sfregola) la lapide scolpita sulla roccia calcarea posta sotto i lupi di toscanaSia lo Strabone che in seguito Marziale (nota 8) scrissero però che il Timavo avesse sette polle di uscita per cui fu supposto che le due minori si fossero occluse sia per l’avanzamento del mare nel bacino naturale delle foci che per il progressivo accumulo di materiali alluvionali.
Venne comunque considerato che l’irruenza delle acque dovesse essere notevole se nel XVI secolo esistevano ancora 7 bocche come scrisse il vescovo Andrea Rapicio (Trieste1533-1573) nel poema Histria (stampato nel 1556) :
“Ecco gli stagni del Timavo: donde
Bello a vedersi fresche e cristalline
Da sette gorghi fuor sboccano le acque” (nota 9)

In questa parziale stampa del 1573 tratta dal Theatrum orbis terrarum del cartografo Abrham Ortelius si notano i 3 principali rami del Timavo e lo scomparso isolotto dove si trovava il fortilizio di Belforte costruito dai veneziani nel 1284. 

Tutta la zona intorno alle risorgive era dunque una laguna attorniata da piccole isole e da zone pianeggianti dove vennero allestiti insediamenti produttivi e termali con diversi approdi sia sulle rive di acque dolci che su quelle di mare.

In un sito così speciale non sono neppure mancati i luoghi di culto ma la sola testimonianza che ci è rimasta è la splendida chiesa gotica di San Giovanni del Timavo che sebbene nel passato fosse stata devastata e quasi distrutta, resiste ancora con le sue mura di pietra bianca protette da una fitta e rigogliosa natura dove si avvertono ancora i frammenti di tutta le sua storia millenaria.

Note:

1. La grande baia, anticamente nominata Val Caina e in parte colmata in epoca medievale, oggi ospita il Villaggio del Pescatore.

2. Lo Strabone fu un geografo e storico greco nato nel 60 a.C e morto nel 20-23 d.C.

3. La storia non chiarisce di quale Diomede avesse scritto lo Strabone, se si trattasse di colui che venne ucciso da Ercole, o dell’eroe argivo che partecipò alla conquista di Troia, o ancora del Diomede soprannominato Giasone che guidò gli Astronauti nell’impresa del vello d’oro.

4. I Giapidi furono un’antica popolazione indoeuropea stanziata all’interno della regione adriatica orientale tra il territorio dei Liburni a Nord e la penisola istriana. Furono in lotta con i Romani dalla prima metà del II° secolo a.C. e poi definitivamente sottomessi dall’imperatore Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 d,C.) tra il 35-33 a.C. 

5. “Voto dedicato a Timavo” come grazia ricevuta dal nume

6. La chiesa fu costruita tra 1399 e il 1472 sulle rovine di una basilica paleocristiana ( i cui resti sono conservati nel presbiterio dell’attuale edificio) e fu chiamata San Giovanni in Tuba dalla derivazione latina tumba dovuta alla presenza di un sepolcreto.

7. Nella traduzione di Francesco Vivona che nei vv. 346 -353 riporta l’arrivo della nave di Antenore in fuga da Troia ormai in fiamme: “Attraversando achive terre, Antenore le spiagge dell’Illiria raggiunse ed i remoti regni varcati dei Liburni illeso, superò del Timavo le sorgenti, onde per nove sbocchi con rimbombo esce dal monte, quale effuso mare, e col flutto sonante i campi allaga”.

8. Marco Valerio Marziale, poeta romano e ritenuto il più importante epigrammista in lingua latina nacque tra il 38 e il 41 d.C. e morì a Roma nell’anno 104. 

9. Delle 4 bocche maggiori oggi ne sono rimaste 2, di cui una crollata; più a valle sono state scoperte altre minori le cui acque defluiscono sotto il livello del fiume.

Fonti e testi consultati:

Dante Canarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975;
Virgilio, Eneide, traduzione F. Vivona, Ed Ausonia, Roma, 1960;
Magico Carso, fascicolo della Direzione regionale della pianificazione territoriale – paduaresearch – sastrieste – Lacus Timavi – Enciclopedie Wikipedia e Treccani

Percedol

Il laghetto di Percedol, ma sarebbe più esatto definirlo stagno, è tra i più antichi bacini carsici che si raggiunge dalla strada provinciale Opicina – Monrupino, a 330-340 metri s.l.m., dove sulla destra si apre un agile sentiero a tornanti che tra querce e carpini neri in un clima progressivamente più umido e freddo, scende per 70 metri verso il fondo della grande dolina.

Laggiù si ha la sensazione di trovarsi in un Carso segreto e pieno di magie, dove non ci si meraviglierebbe di scorgere qualche folletto che corre furtivamente nel bosco.
La dolina è ricoperta da cerri e carpini di alto fusto ma non mancano le specie di rimboschimento come salici e abeti che crescono rigogliosi in un habitat ideale e al riparo dei venti.

Lo stagno è piccolo e rotondo, con un diametro che non supera i 30 metri e una profondità massima di 3 ma la proliferazione e i sedimenti delle piante acquatiche stanno causando un crescente impaludamento con la riduzione della superficie.

Si presume infatti che con lo scorrere del tempo il laghetto avesse subito anche un notevole interramento come dimostrerebbe la formazione di pozze periferiche durante i periodi delle piogge.

In merito alla sua origine il geologo professor Carlo D’Ambrosi (1898-1992) ritenne che i detriti alluvionali di marne e delle arenarie trascinati da un sistema idrico ipogeo, avessero occluso le vie di circolazione delle acque formando un substrato permeabile sopra a quello idrofugo impedendone l’assorbimento. Il successivo accumulo con la compattazione di terra rossa trasformatasi in pseudoargilla avrebbe consentito la raccolta sia delle acque meteoriche che quelle di scorrimento dai pendii generando il laghetto sul fondo della dolina.
Alcuni studiosi sostennero che fosse stato alimentato da un corso d’acqua sotterraneo proveniente dal monte Orsario (nei pressi di Monrupino), altri ancora ritenevano che l’impermeabilità del suolo fosse semplicemente dovuta all’accumulo di terra e detriti ma se così fosse in tutte le doline dovrebbe trovarsi un laghetto, invece così non è.
Si è invece considerato che il punto idrovoro che ha alimentato il fondo della collina si fosse occluso e che una scarsa fessurazione della roccia circostante non fosse più riuscita ad assorbire le acque di superficie.

Ma a prescindere dalla sua formazione, il laghetto di Percedol risulta davvero fortemente ristretto a causa dell’apertura di un sifone che provoca il deflusso delle sorgenti acquifere.


Non essendo possibile otturare del tutto l’inghiottitoio impedendo di conseguenza il ricambio idrico, è stato recentemente deciso di ricoprirlo con una rete zincata e strati di geotessuto e argilla.
Tutta l’area è comunque soggetta a tutela ambientale per le numerose rarità faunistiche come le libellule e le rarissime rane di Lessona, e quindi si spera che questo angolo del Carso continui a vivere offrendoci in tutti i mesi dell’anno le sue incantevoli scenografie.

Fonti: Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, Ed: Svevo, Trieste, 1975 – percorsiprovinciats – articoli vari da “Il Piccolo” – Foto di Mario Amstici  

Il lago di Doberdò

Nella zona del Carso monfalconese si estende la Riserva naturale dei laghi di Doberdò, Pietrarossa e i minori Mucile e Sablici, le cui origini furono dovute alle fratture di masse rocciose in seguito ai sommovimenti della crosta terrestre.

Nella foto (scoprifvg) il lago durante la massima piena 

Il lago di Doberdò ha un’area di circa 0,37 kmq. , quindi pari a 370.000 mq. e un “diametro virtuale” di 680 m. , ma il livello delle sue acque è estremamente variabile per le diverse portate dei fiumi Vipacco ed Isonzo che lo alimentano attraverso canali sotterranei e delle sorgenti ipogee sgorganti dalle falde presenti nella parte occidentale dell’avvallamento.
Nei periodi di piena, dovuti anche dall’apporto delle piogge primaverili e autunnali raggiunge una profondità che oscilla tra gli 8 metri e mezzo e i 12.
Le acque defluiscono poi negli inghiottitoi presenti nella conca della zona orientale alimentando il laghetto di Sablici che a sua volta si scarica nel lago di Pietrarossa, esteso in un terreno alluvionale di forma allungata.

Nella foto il laghetto di Pietrarossa

Il lago di Doberdò si trova però in stato di sofferenza, forse già iniziato nel corso delle bonifiche attuate negli anni Venti per impedire lo sviluppo di infezioni malariche. Attualmente sembra avviarsi sempre di più a un impaludamento in gran parte causato da una veloce crescita delle sue stesse vegetazioni e dal conseguente deposito di sostanze organiche.
Un’incisiva concausa è dovuta alla presenza delle canne palustri e soprattutto dai giunchi di palude (Schoenoplectus lacustris) che crescendo in zone fangose e difficilmente praticabili rendono problematici i tagli (nota 1) favorendo lo sviluppo in sommersione e l’avanzamento verso il centro del lago dove l’acqua ha un maggiore livello.

Credit: Photo by Franco Giordana

Nei periodi di magra che si manifestano in estate e a volte anche d’inverno, i fiumi si riducono a una sorta di canali e il lago di Doberdò si trasforma in poco più di una pozza con un diametro che non supera i 40 metri.

(juzaphoto)
Nelle estati particolarmente secche può accadere che i canali e le pozze si prosciughino quasi del tutto pur rimanendo l’acqua nelle zone vicine agli inghiottitoi e alle polle di risorgiva. (nota 2)

(foto Parks.it) 

Nei pressi dell’abitato di Doberdò del Lago, dove un tempo era attiva una cava per l’estrazione del calcare, sono stati ristrutturati dei vecchi edifici dai quali è stato ricavato un centro visite con un museo storico-naturalistico, una sala conferenze, una foresteria e un punto di ristoro.
In tempi recenti i ricercatori dell’Università di Trieste, Livio Poldini esperto in attività naturalistiche e ambientali e il professor Alfredo Altobelli del Dipartimento della Scienza e della Vita con alcune associazioni ambientaliste come “Ambiente 2000”, WWF e Legambiente, stanno cercando di coinvolgere gli enti pubblici a trovare delle soluzioni a salvaguardia del lago e di tutta questa particolare zona del Carso.

Note:

1. In tempi passati i fusti di questa pianta venivano utilizzati per ricavarne corde e stuoie.

2. In un articolo de “Il Piccolo” il professor Alfredo Altobelli sostiene che: “Il problema del lago di Doberdò è che si svuota troppo rapidamente. La causa sono alcune opere realizzate anni addietro a valle del specchio d’acqua, precisamente a Pietrarossa, dove è stato accelerato il deflusso delle acque che conseguentemente essendo i due laghi collegati per via sotterranea, influisce su quello di Doberdò”.

Notizie tratte da: Enciclopedia Monografica del Friuli Venezia Giulia, Udine, 1971 – Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975 – Articolo su “Il Piccolo” del 31/8/2016

Il lago del Circonio

Nella storica regione della Carniola sul versante orientale delle Alpi Dinariche, a 545 metri s.l.m., si trova la vasta pianura del Circonio con un lago molto, molto speciale.
Il Cerkniško jezero rappresenta infatti uno straordinario fenomeno carsico causato dalla presenza di tre fattori concomitanti: i terreni impermeabili, i numerosi inghiottitoi e la confluenza delle acque di tutti i rilievi circostanti, in particolare di quelle intorno al Monte Nevoso.

Nella foto (Enrico Halupuca) uno degli inghiottitoi

Questo lago, unico per la sua complessità e grandezza, ha la singolare particolarità di esistere solo nei periodi di intense piogge, quando raggiunge una superficie di 38 kmq con una capacità di circa 105 milioni di metri cubi di acqua, profonda da 1 a 5 metri fino a un massimo di 6.
Secondo gli studiosi il tutto il bacino di alimentazione ammonterebbe a 475 chilometri quadrati costituiti anche dall’apporto di acque fluviali di cui le maggiori derivano dal torrente Cerkniščica che scorre dal lato nord coprendo un’area alimentativa di 45 kmq.
La formazione del lago può avvenire in un paio di giorni ma a volte dalle cavità carsiche l’acqua erompe con tale violenza da riversare ben 153 metri cubi al secondo allagando completamente il pianoro in sole 24 ore.

Nella foto (Enrico Halupca) il lago nel periodo di piena 

Per la sua vastità il Cerkniško jezero è frequentatissimo sia d’estate, quando si presta alle volate dei windsurf (nota 1), sia d’inverno, quando le banchise di ghiaccio offrono delle inebrianti corse sui pattini.
(foto ilturista) 

Le sue acque sono ricchissime di pesci come lucci, carpe e tinche che riescono a sopravvivere e a riprodursi anche nell’oscurità dei laghetti sotterranei, mentre i boschi incontaminati dei dintorni sono frequentati da decine di specie di uccelli che trovano l’ambiente idoneo per sostare e riprodursi.

Nella foto (Halupca) la fase del ritiro delle acque con alcuni pesci rimasti nelle secche e destinati a morireQuando le acque defluiscono dagli stessi inghiottitoi che le hanno alimentate, tutto il pianoro si trasforma come per magia in una distesa verdeggiante e talmente fertile da permettere le coltivazioni di mais e patate.
Nella foto: campi per foraggio:Ai tempi dello storico greco Strabone (60 a.C. – 21/24 d.C.) il lago di Circonio venne chiamato Lugea palus, riecheggiando l’aspetto lugubre della palude e ancora nel Medioevo fu menzionato come un luogo misterioso le cui acque venivano talvolta illuminate da sinistri bagliori.

Solo nel Seicento lo straordinario habitat di questa vallata è stato descritto ne La gloria del Ducato di Carniola da Johann W. F. von Valvasor (1641-1693) e segnato nelle mappe dell’epoca come Cirkhnizer see. (nota 2)

Nella foto la mappa incisa nel 1689 dal Valvasor: 
Il famoso storico nato e vissuto proprio nelle terre della Carniola, ha narrato che ai tempi della Riforma si svolgeva la caccia alle streghe, con tanto di processi e tremende esecuzioni (nota 3), fatti forse accaduti nei torbidi periodi dell’oscurantismo e che in seguito si sono trasformati nelle mitiche leggende del monte Slivnica. (nota 4)
A quei tempi, ma non solo allora, nelle notti in cui nella vallata si spandevano i richiami d’amore dei cervi, avveniva anche la caccia ai ghiri che attirati dalle mele sparpagliate nei boschi, erano catturati per ricavarne morbidi colbacchi e gli interni dei cappotti.

Sulle meraviglie del lago di Circonio vorremmo qui ricordare i versi di Torquato Tasso (1544 – 1595) nel suo poemetto Il Terzo Giorno del Mondo Creato dove venne esaltata la singolare alternanza di acqua e terra che per tutti i giorni dell’anno offre agli uomini la possibilità di dedicarsi a 3 magnanime attività: la pesca, l’agricoltura e la caccia:

Alla Lugea palude, onde si vanta
La nobil Carnia, lunga età vetusta
Non ha scemato ancor l’onore e ‘l grido.
Quivi si pesca, e poi ch’è fatta
Secca ed asciutta, in lei si sparge il seme
E si raccoglie, e tra le verdi piante
Prende l’abitator gl’incauti augelli;
E in guisa tal divien che in vari tempi
La stessa sia palude e campo e selva

Note:
1. Recentemente sono stati imposti divieti temporanei sia nell’area dei maggiori inghiottitoi che durante la deposizione di uova degli uccelli acquatici; la balneazione è consentita solo in appositi punti. Essendo la zona naturistica protetta sono vietate le imbarcazioni a motore.

2. Per il suo preziosissimo scritto il Valvasor fu nominato socio della prestigiosa British Royal Society di Londra.

3. Sull’argomento sono state trovate delle tracce in alcuni documenti del 1551.

4. Dal Valvasor: “Dall’altra parte del lago si erge il monte Slivnica, dove si trova una grotta, in grado di produrre tempeste, come è noto nella zona. Sulla cima ci sono le streghe, che fanno lì i loro sabba. Sono visibili come piccole luci svolazzanti…”

Notizie tratte da:
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, LINT, Trieste, 2004; articolo “Il Piccolo” del 2/11/2012; Wikipedia; ilturista.

Origine del nome “Carso”

Per lungo tempo si ritenne che il nome “Carso” derivasse da “Karna” , l’antichissima lingua celtica diffusa tra le popolazioni che tra il IV e III secolo a.C. si stabilirono nell’attuale Venezia Giulia, in Istria e nella Dalmazia (nota 1).
Con l’espansione indoeuropea e le frammentazioni etniche e linguistiche il termine identificativo divenne “Karst” per le genti germaniche e “Kras” per quelle slave, che se ne serviranno poi come radice per i nomi di catene montuose, di intere regioni e di singoli villaggi.

Il più antico documento scritto in cui appare il toponimo Carso (nota 2) risale al 1125, anno in cui risulta la donazione di un mulino da parte del Patriarca al Monastero di San Pietro in Carso, presso Buie.

Nel 1314 fu menzionato un mulino nella Ecclesia Sanct Joannis de Carsis (l’antica chiesa presso le risorgive del lago Timavus) e nel 1328 venne sottoscritto l’atto di vendita di due masi nella vila  Paschian de Carsis presso Castelnuovo.

Come risulta sui libri degli Statuti di Trieste già nel Trecento appare la citazione di vila Prosechi super Carsis riferibile proprio al territorio.
Il potere su di esse era esercitato allora dai vicari dei podestà Conti di Gorizia ma si verificavano frequenti conflitti con le signorie dei Walsee, duchi di Duino, per il patronato sulle chiese del Carso.

Due secoli dopo, verso la metà del Cinquecento, sugli Statuti e sui Libri dei Camerari per indicare le terre carsiche compaiono i nomi di “Vena” o “i Vena” anche se sarebbero più riferibili ai monti della Carniola.
Nella mappa stampata nel 1557 da Gian Andrea Valvassore, detto il Guadagnino, accanto alla scritta “Iapidia” come anticamente era chiamata l’Istria, appare per la prima volta il nome “Charso” riportato anche nelle carte veneziane del 1569 e 1571 mentre su quelle della Carniola è menzionato il nome “Karst”.

Nella foto la mappa del Guadagnino del 1557
Solo nel 1593 in una carta della regione Iulia di Duino e Gorizia si trova per la prima volta la scritta “Carso” riportata anche sulla mappa di Giovanni Antonio Magini del 1620 mentre in quella di Johan Blaeu del 1642 riappare ancora la scritta “Iapidia” con le zone della Carniola e della Liburnia.

Nella foto la mappa J. Blaeu del 1642
Alla fine del Seicento il toponimo “Carso” inteso come luogo geografico verrà usato in tutte le mappe del territorio italiano mentre la definizione di “Karst” rimarrà su quelle tedesche e di “Kras” su quelle slave.

Nella foto della Biblioteca Civica un opuscolo di Adolf Schmidl con le annotazioni di Pietro Kandler:

Quindi se per carsismo si potrebbero intendere le caratteristica geologiche di tutti i fenomeni calcarei, il toponimo “Carso” resta pur sempre il nome di un territorio geograficamente ben determinato e compreso tra le zone retrostanti di Trieste al lago di Circonio e tra il corso del Vipacco fino al mare.

La mappa (su Enciclopedia Treccani) con le diciture di Carso “Proprio”, “Carniolino”, “Liburnico” e “Istriano”:
Tra le suddivisioni del Carso triestino, sloveno e istriano non si può stabilire quale sia quello per così dire “classico”. Se in Slovenia si trovano i fenomeno più spettacolari del carsismo, come il menzionato lago di Circonio o le splendide Grotte di Postumia e San Canziano, nel Carso triestino esistono le maggiori concentrazioni di cavità naturali al mondo con la presenza della grandiosa Grotta Gigante e le misteriose risorgive del Timavo che vantano millenni di celebrità.

Note:
1. Da Enciclopedia Treccani
2. La parola toponimo deriva dal greco tòpos “luogo” e ònoma “nome”

Stalattiti e stalagmiti

Come afferma il nostro Dante Cannarella i geologi e geofisici dovranno studiare per molti anni ancora prima di comprendere l’origine e lo sviluppo delle grotte. Le nuove ricerche e gli ultimi studi sul carsismo si stanno infatti concentrando su tesi geologiche ad ampio raggio, non solo, ma riprenderebbero quelle sulla “deriva dei continenti” ipotizzate fin dall’inizio del Novecento come origine delle conformazioni terrestri.
Seppure non ci permetteremmo mai di entrare nel merito di tesi e trattati scientifici ma volendo solo comprendere un po’ quanto il Carso offre ai nostri occhi, riporteremo qui alcune informazioni sulle strabilianti formazioni nelle cavità sotterranee.

Il principio del carsismo, ci insegna Cannarella, è semplicissimo: il carbonato di calcio, cioè il calcare, a contatto dell’acqua e dell’anidride carbonica presente nell’aria, si scioglie trasformandosi in bicarbonato di calcio che a sua volta sedimenta cristallizzandosi in calcite formando varie concrezioni di cui le stalattiti e le stalagmiti sono le più appariscenti.
Le azioni dell’acqua hanno però diversi fattori condizionanti che accelerano o rallentano i suoi effetti: le gocce in sospensione sulle volte delle grotte perdono infatti il contenuto di anidride carbonica e depositeranno il bicarbonato di calcio che solidificandosi assumerà delle forme subcristalline creando le stalattiti mentre le gocce che per effetto dell’evaporazione perderanno gran parte del carbonato di calcio precipiteranno al suolo e solidificandosi con i suoi residui origineranno le stalagmiti.
Nella foto le stalattiti con le gocce di sospensione:Le formazioni di stalattiti con un esempio di contorsione:
Quando la distanza tra la volta e il suolo è modesta le stalattiti e le stalagmiti si uniscono formando, a seconda delle misure, candele e colonne:Le loro forme hanno un’infinita serie di varianti che non ci si aspetterebbe dalla logica di un continuo stillicidio e anziché crescere in verticale subiranno spostamenti e inclinazioni causate dai fenomeni neotettonici trasformandosi così nelle mutevole forme delle cosiddette “stalagmiti atipiche” di cui si è accennato nel precedente articolo.

Anche sui “veli calcitici” depositati lungo le pareti delle caverne si possono notare delle fratture larghe diversi centimetri o alcune linee ingrossate come cicatrici rimarginate in seguito ai continui movimenti della crosta terrestre.
Gli studi in merito a queste e altre fenomenologie presenti nelle grotte carsiche come le colonne spezzate e le varie sovrapposizioni degli strati del suolo attestano gli importanti movimenti tettonici che si verificarono tra i dodici e diecimila anni fa provocando l’innalzamento delle terre carsiche e forgiarono in modo difforme e mutevole gli affascinanti scenari sotterranei.

Ci piace concludere questo breve articolo con il sorprendente fenomeno acustico che si verifica percuotendo i particolari colonnati internamente vuoti e suggestivamente chiamati “canne d’organo”.

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – foto di Pino Sfregola

Il carsismo ipogeo

Il carsismo ipogeo comprende tutti i fenomeni sotterranei come gli inghiottitoi, i pozzi, le grotte e le caverne che costellano le nostre terre e continuano a essere studiati senza vere e proprie certezze scientifiche.
Nella foto una grotta in una dolina di crollo: Le vecchie teorie inerenti una preistorica preesistenza di tutte le cavità vennero smantellate per il presupposto che le imponenti spinte orogenetiche all’origine dell’altopiano carsico avrebbero compresso tutti i vuoti fino alla loro completa dissoluzione. (nota 1)

Una delle teorie più moderne sulla genesi del carsismo, enunciata nel 1941 dal professor Antonio Marussi (nota 2) asseriva che fossero state le acque fluviali e meteoriche insieme ai materiali alluvionali dissolti dagli agenti atmosferici a intaccare il calcare penetrando nelle fratture, nei giunti di stratificazione e nei pozzi verticali formando una estesa rete sotterranea di scorrimento.
Nella foto (di Pino Sfregola) le spettacolari formazioni interne create dallo stillicidio dell’acqua e i suoi diversi livelli segnati sulle pareti:

Per rendere plausibile la grandiosità delle formazioni ipogee fu proprio il Marussi a supporre l’esistenza del Paleotimavo, l’antichissimo grande fiume del Carso, le cui immani portate di acqua con lo scorrere dei tempi sarebbero state inghiottite dalla terra. (vedi articolo “Le due nature del Carso”)
Nel disegno uno schema di evoluzione di una grotta con i depositi di riempimento: l’antica superficie carsica erosa nel settore A – la superficie attuale in B con la cavità comunicante in C – i depositi di calcite in D – il riempimento di argille e detriti in E:
Considerando però che le formazioni stratiformi hanno diverse compattezze e gradi di purezza, che vennero sedimentate in periodi e condizioni diverse e che le cavità sotterranee sono anche comunicanti tra loro, fu posto il problema se fosse plausibile la teoria del Marussi o se si potesse riconsiderare la preesistenza di una rete di pozzi e gallerie poi apertesi in superficie.

Negli anni Cinquanta il professor Walter Maucci (nota 3), allora un giovane naturalista e speleologo, sostenne così la teoria dell’ “erosione inversa” causata da una serie di movimenti terrestri che spinsero le cavità naturali verso l’alto formando sia le stratificazioni verticali che quelle orizzontali e trasversali.
Nella foto (di Giorgio Marzolini) una massiccia stalagmite inclinata dai sommovimenti sotterranei:  Stalagmite formata su una precedente: La teoria di Maucci sarà sostenuta anche da studi successivi diffondendosi negli ambienti speleologici per una decina di anni sebbene si ammettesse che la formazione degli inghiottitoi di superficie fosse inconoscibile o quantomeno talmente complessa da dover essere analizzata singolarmente.

Negli anni Sessanta, dopo le teorie di Marussi e di Maucci, apparvero gli studi morfologici del professor Carlo D’Ambrosi (nota 4) portati poi avanti dallo speleologo Fabio Forti (nota 5) nel cosiddetto “metodo della ricerca integrale” del carsismo che analizzava le fratturazioni causate dalle spinte orogenetiche, le dissoluzioni superficiali dei calcari e i fenomeni di meteorologia ipogea.
La serie di pozzi che si trovano nelle grotte più profonde indicano infatti la genesi e le caratteristiche chimiche e strutturali delle rocce e dalle loro diverse stratificazioni: le azioni delle acque sugli strati di calcare puro formeranno cavità profonde, su quelli bituminosi o dolomitici agiranno sugli interstrati formando una serie di gallerie che seguiranno le pendenza degli strati sottostanti.

Nella foto un’antica cavità con formazioni calcitiche fossili inclinate e le vaschette con i bordi rialzati: Sia le teorie dell’erosione inversa che quelle della ricerca integrale contribuirono a portare nuove formulazioni in tema di carsismo ma per la vastità e la dinamica di tutti i suoi fenomeni tutti gli studi passati, presenti e futuri dovranno necessariamente compenetrarsi e completarsi vicendevolmente.

Note:

1. La più massiva spinta orogenetica, avvenuta ben 30 milioni di anni orsono, provocò un innalzamento dell’altopiano carsico di un centinaio di metri e poiché la superficie calcarea si scioglie di 3 mm. ogni 100 anni vennero consumati 900 metri di rocce.

2. Il professor Antonio Marussi (Trieste 1908 – 1984) fondò negli anni Cinquanta l’istituto di Geofisica dell’Università e tra gli anni Sessanta/Settanta fu Presidente Onorario dell’Associazione Internazionale di Geodesia e Preside della Facoltà di Scienze.

3. Il professore Walter Maucci (Vienna 1922 – Trieste 1995) insegnante di scienze, diede vita ad una Sezione Geospeleologica in seno alla Società Adriatica di Scienze Naturali, creando di fatto una spaccatura nella speleologia locale (nota da: “Commissione Grotte Eugenio Boegan).

4. Il professor Carlo D’Ambrosi, nato a Buie d’Istria nel 1898 e morto a Trieste nel 1992, insegnò all’Istituto universitario di Mineralogia e svolse indagini geologiche, geotecniche, minerarie e soprattutto idrogeologiche.

5. Nato a Trieste nel 1927 Fabio Forti diresse la Federazione Speleologica Triestina; nel 1949 entrò nella Commissione Grotte di cui venne presto chiamato a far parte del Consiglio Direttivo apportandovi grandi successi esplorativi.

Fonti: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998; Guida del Carso Triestino, Edizioni Svevo, Trieste, 1975; boegan.it

I campi solcati

I cosiddetti “campi solcati” sono originati dalle azioni dissolutive delle acque pluviali che agiscono con maggiore o minore intensità sulle distese di sassaie e masse pietrose che emergono dalla terra.
Lo speleologo Fabio Forti sostiene che sull’altopiano carsico si trovano le più belle forme microcarische del mondo in quanto proprio la diversa natura delle rocce e l’alternanza del clima hanno modellato le masse pietrose nelle caratteristiche forme delle scannellature, delle vaschette di corrosione e dei fori di dissoluzione.
Nella foto un campo solcato a blocchi Un campo solcato a strati 
Le scannellature carsiche

Sono dette anche “scannellature di corrosione” proprio perché sono caratterizzate dalle corrosioni dorsali scavate dallo scorrimento delle piogge sulle rocce carsiche.
Sui calcari più puri le scannellature sono di diametro stretto e profondo mentre su quelle costituite anche da strutture sedimentarie fossili sono più larghe e irregolari.Le scannellature sono invece mancanti sui calcari dolomitici, argillosi e bituminosi dove l’acqua scorre disordinatamente o si deposita sopra superfici orizzontali.

Le vaschette di corrosione

Sulle rocce più piatte dei campi solcati le acque pluviali formano dei bacini chiamati “vaschette di corrosione” di diverse forme e dimensioni. Numerosissime sul Carso, hanno diametri che non superano i 20 centimetri con alcune eccezioni di 4 metri mentre la loro profondità si aggira dai 5 ai 10 centimetri senza comunque superarne i 50.


I fori di dissoluzione

Le forme microcarsiche dette “fori di dissoluzioni” sono formati dalle penetrazioni dell’acqua nei punti di fratture verticali che a seconda delle loro portate formeranno una serie di fori e di crepacci fino a formare dei veri e propri pozzi profondi anche un centinaio di metri.Questi fenomeni potrebbero già rientrare nei fenomeni di carsismo ipogeo di cui i più spettacolari si trovano a Borgo Grotta Gigante.

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998.