Bagnoli della Rosandra

Risale al 1276 un documento che attesta l’esistenza di un mulino in Valle de Zaullis sub Bagnolo, nome riportato ancora nel 1421 nella richiesta di un permesso alla Vicedomineria per costruire una casa nella Villa de Bagnolo compresa nella Valle de Mucho.
Se il Kandler ipotizzò che il nome potesse significare “luogo di confine”, altri documenti riportano quello di Boljunec, Bollunz e Bolunez come derivazione dal latino Balneolum riconducibile alla vicinanza delle acque.

La nascita del borgo, chiamato poi Boljunec (o Bolunz in triestino) e Bagnoli della Rosandra dopo il 1923, non è nota mentre un’iscrizione del 1663 data la chiesa, successivamente dipendente da quella di Dolina e solo nel 1954 divenuta parrocchia dedicata a San Giovanni Battista comprendente le frazioni di Mattonaia e Lakotisče.

Nella foto (di Silvio Polli) la piana di Bagnoli negli anni Cinquanta
La piana di Bagnoli com’è oggi in una foto di Dario Gasparo

Poiché il torrente Rosandra fin da tempi remotissimi fu l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua dalla Valle sino a Trieste, le terre vicine erano ambite per costruirvi case e borgate con annessi campi per la coltivazione di vigne, uliveti e piccoli orti.

Tra il VI e il VII secolo, quando le orde di barbari distrussero l’acquedotto romano, il fiume ebbe un libero scorrimento diramandosi in piccoli affluenti e per sfruttarne le portate vennero scavati alcuni canali e costruiti dei mulini idraulici.
Per mezzo delle ruote a pale in linea con il flusso della corrente e di un’asse collegata al vano interno del mulino, veniva azionata una ruota di pietra per la macinazione delle granaglie.
In documenti risalenti al 1757 a Bolunez risultavano esistenti 14 mulini perfettamente funzionanti nonostante le stasi per le siccità nei mesi estivi e delle gelate in quelli invernali.

Nelle 2 foto (dall’archivio di Silvester Metlika) l’esterno e l’interno di un vecchio mulino
I mugnai divennero esperti nello scolpire le ruote e nel foggiare tutti i supporti in legno mentre le donne si occupavano del commercio della farine che caricate in grossi sacchi sui dorsi di mulo, venivano vendute nei borghi del Carso o in città.
Nei canali di alimentazione dei mulini venivano anche ricavati dei bacini di contenimento chiamati struge dove sguazzavano gamberi e anguille che poi venivano venduti oppure cucinati e serviti con la polenta nelle feste d’estate.
Il progresso tecnologico causò l’interruzione dell’attività di molti mulini che furono abbandonati o trasformati in laboratori per fabbri dove si forgiavano attrezzi e  torchi oleari mentre le struge scomparvero tra le vegetazioni.

Nella foto (di Pino Sfregola) un vecchio torchio oleario conservato nella piazzola di BagnoliOltrepassato il ponte sul torrente Rosandra, nel piazzale sotto il monte Carso è visibile l’imbocco dell’ “Antro di Bagnoli”.
Al tempo dei romani proprio qui venivano convogliate le acque provenienti dall’altopiano di Ocisla e dalla “Fonte Oppia” di Val Rosandra che attraverso il lungo acquedotto, costruito nel 178 a.C., approvvigionavano l’antica Tergeste.
Anticamente le portate fluviali erano però ben più copiose, anche se ancora oggi in caso di forti precipitazioni il torrente assume proporzioni impressionanti. Nei periodi di siccità l’alveo tende invece a prosciugarsi mentre le polle più a valle rimangono quasi sempre attive.

Nella foto (dall’archivio Vojko Kocjancic) le lavandaie di un tempo al lavoro
Il lavatoio pubblico nel piazzale di Bagnoli com’è oggi (foto Pino Sfregola)
Uscendo dal borgo si passa per il piccolo e bellissimo abitato di Bagnoli Superiore giungendo al Rifugio Premuda, sede della Scuola nazionale di alpinismo “Emilio Comici” e adibito pure a una rustica e frequentatissima trattoria di stile carsolino.
Bagnoli Superiore (foto Mapio.net)Rifugio Premuda (foto Mapio.net)
Sopra il paese spicca la grande cava ormai dismessa di cui spicca questo grande cuore di pietra (foto da Mapio.net):Da qui inizia la Val Rosandra con tutte le sue meraviglie che non finiranno mai di stupirci: nelle sue grotte trovarono rifugio comunità primordiali, nelle sue terre vennero combattute sanguinose battaglie, sopportate pestilenze e incendi di case, boschi e campi eppure la valle è ancora qui, sferzata dai venti, baciata dal sole e amata sia dagli uomini che dagli dei.

Foto (da Mapio.net)

Notizie tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, LINT, Trieste, 2004
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, LINT, Trieste, 2008
geositi.units.it – Wikipedia

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