La landa carsica

Uno degli aspetti più caratteristici dell’altopiano è rappresentato dalla landa carsica, formatasi in modo discontinuo sulle zone aride e  semi-aride e di poco spessore con affioramenti rocciosi e campi di pietrisco intervallati da vegetazioni di tipo submediterraneo o montano che hanno saputo adattarsi alle battute dei venti.

Secondo la condivisa teoria del professor Livio Poldini la landa carsica fu originata dai pascoli degli animali che si sono protratti per millenni.
Nel remotissimo periodo del Mesolitico (1) le terre carsiche erano ricoperte da foreste popolate da cervi, capre e caprioli; solo nel corso del Neolitico (2) l’uomo ha iniziato a provocare i primi incendi per dissodare i terreni e rendere possibile gli allevamenti di buoi, pecore e i maiali. (3)
Le attività basate sulla caccia e la pastorizia proseguirono per lunghissimo tempo sino a quando fu effettuato lo spietramento dei tratti più pianeggianti con una progressiva trasformazione in prati per la fienagione mentre solo le terre più profonde e ricche di humus vennero trasformate in campi arativi.

Con il passare dei secoli vasti tratti di landa carsica furono interessati da opere di bonifica forestale ma gran parte di essi vennero ricoperti dalla boscaglia, soprattutto sul Carso occidentale; su vecchie mappe catastali i territori tra Opicina, Monrupino e la fascia che giunge a Borgo Grotta Gigante venivano addirittura segnati come distese pietrose interrotte da piccoli tratti incolti e improduttivi.

Le “cenosi” (4) di landa carsica estesa nelle zone rocciose e più protette dai venti è rappresentata dalla Carex humilis e dalla Centaurea rupestris (foto Wikimedia)

Le zone più pianeggianti e soleggiate sono ricoperte da graminacee talmente infestanti da rappresentare la tipica scenografia carsica, la più diffusa e resistente alle raffiche della bora che le piegano con leggeri sibili.

Nella foto il Bromus erectus e il Chrysopogon 

Di grande suggestione appaiono le distese di Stipa eriocaulis che con i loro lunghi e sottili fili bianchi ondeggiano ai venti trasformandosi poi in mille riccioli bianchi suggerendo un’immagine un po’ bizzarra del nostro Carso.

Nella landa carsica vegetano ancora i Ginepri le cui deliziose bacche insaporiscono le carni o aromatizzano le grappe (5), i Cardi e gli Eringi.
Tra gli arbusti più caratteristici e tappezzanti non potrebbe certo mancare il Cotinus coggygria (o Rhus cotinus), il mitico Scotano (6) che dopo le delicate fioriture estive in autunno si colora di mille sfumature, dal giallo al rosso aranciato sino al bordeaux. (7)Chi percorre le zone soleggiate della Val Rosandra conoscerà sicuramente l’intenso, inebriante profumo del timo che cresce tra le rocce e le più selvatiche graminacee accontentandosi di pochissima acqua. (8)

Nella foto il Thymus volgaris
Secondo autorevoli botanici sembra però che la landa carsica sia destinata a scomparire ad eccezione di certi tratti di cresta collinare esposta alla bora o tra i dirupi delle falesie, dove cresce insieme a specie mediterranee, per cui sono state avanzate proposte per l’abbattimento degli alberi invadenti e il ripopolamento degli animali da pascolo.
Quindi godiamoci queste nostre terre cosi selvagge e piene di fascino!

Note:
1. Periodo intermedio dell’Età della pietra che va dal 10.000 all’8000 a.C.
2. Databile dal 7.000 al 4.000 a.C e classificato come ultima Età della pietra, intesa come pietra  levigata, mentre perdurano, sempre più perfezionati, strumenti di pietra scheggiata, di tradizione paleolitica. (da Treccani)
3. Su alcuni testi la datazione della pastorizia carsica è collocabile nell’Età del Bronzo (3.500 – 1.200 a.C. circa)
4. L’insieme di vegetali di un determinato ambiente
5. Viene ancora oggi prodotto l’ottimo Kraški brinjevec, un distillato con l’Indicazione Geografica Protetta.
6. Erroneamente lo Scotano del Carso è chiamato Sommacco che invece è un arbusto di specie diversa (Rhus coriaria) che pur appartenendo alla stessa famiglia delle Anacardiaceae è diffuso nell’Italia meridionale, soprattutto in Sicilia.
7. Le foglie, ricche di tannino e trementina, venivano una volta usate nella concia delle pelli, per la tintura delle stoffe, ma anche per un decotto fortemente astringente. (Paolo Longo)
8. Il nome deriva da un antico nome greco che significa “forza” e “coraggio”, infatti i soldati greci bevevano i decotti ottenuti dalle loro foglie per fortificare il loro spirito e tonificare il loro corpo.
I rametti di timo venivano bruciati nei riti sacri perché i suoi fumi purificavano l’aria e appesi sulle porte delle case per allontanare serpenti e insetti velenosi.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste,  Ed. Svevo, Trieste, 1998

 

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