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La grotta di San Servolo

A ovest degli altopiani carsici che sovrastano la piana di Zaule, in un bosco vicino alla rupe dove a 370 metri s.l.m. si erge il castello di San Servolo-Socerb, si trova una grotta incastonata tra le rocce.

L’ngresso (foto Enrico Halupca) 
La grotta fu descritta per la prima volta nel 1538 dal nobile giurista e letterato friulano Cornelio Frangipane (1508-1588) in occasione di una sua escursione sulla collina carsica su invito del vescovo di Trieste Pietro Bonomo (1458-1546). il Frangipane però non riportò alcuna notizia sulla presenza di San Servolo in quell’antro umido e freddo sebbene fin dal Trecento il castello e il borgo sottostante portassero il suo nome fin dal Trecento.
Il culto di questo martire si sviluppò infatti solo nella seconda metà del Cinquecento quando con l’estendersi della Controriforma tutti i paesi del Carso vennero avviati a intense opere di evangelizzazione con la nascita di confraternite religiose e la costruzione di chiese e cappelle dedicate ai santi.
La storia del martire triestino venne invece scritta nel 1613 da Eufrasia Bonomo, badessa del convento delle Benedettine, che nella sua raccolta “Cronache dei Santi triestini” alimentò la sua leggenda.

Servolo nacque a Trieste nel 270 d.C. nella nobile famiglia Servilii (1) e a soli 12 anni di età decise di vivere in eremitaggio per cercare il suo percorso di vita e di fede.
Avviandosi lungo la via Flavia e percorsi dei viottoli tra campi e vigne, risalì un aspro sentiero abbarbicato su un costone di roccia giungendo in un vasto pianoro da cui si scorgeva il golfo circondato dalle coste istriane e dalle catene alpine.
Quando nel folto di un bosco scorse una ripida china che immetteva in un’oscura spelonca sostenuta da colonne stalagmitiche decise di stabilirsi lì per dedicarsi alla meditazione e alle preghiere accompagnato dal suono delle gocce che stillavano lente dalla volta.

Foto Wikipedia 
Ben presto si sparse la voce tra i villici e i pastori del luogo che non mancavano mai di portargli focacce, latte, formaggi e frutti di bosco.
Dopo un anno e nove mesi il giovane Servolo prese coscienza della sua missione in terra pagana e si sentì pronto al ritorno in città per curare gli ammalati con il calore emanato dalle sue mani e per scacciare gli spiriti maligni con la forza della fede cristiana. (2)
Le sue prodigiose attività crebbero sempre di più assieme alle tante conversioni al Cristianesimo fintanto che giunsero alle orecchie di Giunilio, governatore della città, che dopo avergli inutilmente imposto l’obbedienza all’Imperatore di Roma, all’epoca Marco Aurelio, lo accusò di perseguire arti magiche condannandolo a morte.
Dopo tremende torture, il 24 maggio del 283 (forse 284) fu condotto fuori le mura di Porta Cavana dove venne pubblicamente sgozzato. (3) 
Il suo corpo martoriato fu raccolto di notte dalla madre che lo seppellì nel cimitero cattolico dei SS. Martiri per poi essere traslato nel 1825 in una cappella della Cattedrale di San Giusto dove ancora oggi si trova.

Nella foto (Civici Musei) la cappella e l’altare di San Servolo nella cattedrale di San Giusto dopo i restauri del 1929  

La venerazione di Servolo prese vigore dopo il 1600 e nella grotta, sempre più spesso indicata come il suo eremo, venne costruito un altare di pietra, dove il 24 maggio veniva celebrata una messa per i fedeli che non mancavano di raccogliere le gocce d’acqua sgorgate dalle rocce e ritenute miracolose assieme a qualche pietra come talismani contro le influenze malefiche e i fulmini che minacciavano i tetti di paglia delle loro case.

La Grotta di San Servolo in una foto all’inizio del Novecento. Al centro della sala si trovava ancora l’altare in pietra lavorata sormontata da un baldacchino in lamiera.
Leggende tramandate attraverso secoli di miserie e ristrettezze quando la fede cristiana rappresentava l’unico conforto alla povertà e alle malattie, quando i racconti della gente comune venivano scritti e conservati da ecclesiasti e cappellani sino a divenire fatti di storia… Però al cospetto dell’umile grotta, tra l’oscurità, il silenzio, l’eco delle gocce che cadono dalle volte rocciose, il soffio di aria umida e fredda che filtra dalle grate, torna alla mente la breve vita del giovane Servolo e la sua storia millenaria.

Note:
1. La gens Servilia era una famiglia patrizia della Roma antica, già nota nei primi secoli dell’Impero
2. Le cronache storiche narrano che la strada gli fu interrotta da un grosso serpente (addirittura un drago in alcuni testi) che allontanò con il segno della croce e forse con un soffio
3. Da Pietro Kandler (Trieste 1804-1872) nelle Vicende della Santa Chiesa tergestina scrive: “Di Santo Servolo narrano gli atti del martirio che allorquando fu trascinato all’ingiusto supplizio della strozza nel 283 fu necessità di farlo scortare da moltitudine di soldati per tema che il popolo, nel quale vi erano assai cristiani, non volesse fare impedimento.”

Testi consultati:
Dante Cannarella, Leggende del Carso Triestino, Ed. Svevo, Trieste, 2004
don Giuseppe Mainati, Cronache storiche, Tip. Piciotti, Venezia, 1816
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Lint, Trieste, 2004
Articolo giugno 2011 su “La voce di Trieste”