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Vegetazioni carsiche

I primi studi sulla vegetazione del Carso risalgono alla fine dell’Ottocento quando fu pubblicato il testo di Carlo Marchesetti (1) Flora di Trieste e dei suoi dintorni con la catalogazione di ben 1.600 specie dell’epoca.

Quando nel secolo successivo sui territori carsici intorno Trieste vennero costruite strade, autostrade e superstrade, svincoli, viadotti, sottopassaggi, linee elettriche e ferroviarie e in più il sotterramento dell’oleodotto e metanodotto, si potrebbe supporre che dai tempi di Marchesetti il Carso si fosse degradato invece paradossalmente si ricoprì di vegetazione, non solo, ma iniziarono a crescere nuove specie intorno alle discariche, negli scavi abbandonati, sui tracciati dell’oleodotto e persino ai lati delle strade periferiche.

Negli anni Ottanta un gruppo del Dipartimento di Biologia presso l’Università di Trieste studiò proprio queste “cenosi vegetali”, cioè quelle specie che vivono in equilibrio tra loro in un determinato ambiente, ribadendo l’importanza della loro salvaguardia e soprattutto della conservazione dei boschi per finalità altrettanto importanti, come il turismo, le escursioni e gli svaghi in genere, peraltro molto apprezzate dai triestini, con il conseguente incremento economico delle strutture alberghiere e ristoratrici del Carso.
La poderosa monografia sulla vegetazione del Carso triestino e isontino a cura del professor Livio Poldini, pubblicata nel 1985 dalla Regione FVG, attestò le numerose varietà arboree e arbustive dovute alla particolare qualità dei terreni e ai diversi fattori climatici e ambientali che le caratterizzano.

In origine il Carso era ricoperto da boschi di querce e castagni, con lo scorrere dei millenni apparvero poi i roveri, i cerri e nelle zone marnose-arenacee le farnie, in seguito scomparse per i continui tagli perpetrati dall’uomo.

Nella foto (di Pino Sfregola) un bosco di Castagni Una macchia di Cerri 
All’epoca della civiltà romana le terre circostanti risultavano ancora pervase da rigogliose selve, fu dopo il Quattrocento che iniziò il disboscamento per mano di pastori morlacchi, romeni e soprattutto dei Cici che ne ricavavano carbone da vendere in città e a nulla valsero i decreti imperiali e comunali per evitare gli incendi e il depauperamento dei boschi.
Il Carso iniziò così a trasformarsi assumendo vari aspetti: la landa per diverso tempo ne ricoprì più della metà seguita dalla boscaglia illirica, dalle numerose vegetazioni mediterranee, da quelle tipiche delle doline e delle sommità collinari mentre solo in seguito furono impiantate le  pinete di rimboschimento.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) un bosco di Carpino nero 

L’aspetto del Carso è tuttavia in continua evoluzione in quanto il pino nero si sta rapidamente diffondendo e la boscaglia tende a espandersi sui prati incolti e sulla stessa landa carsica minacciandone la scomparsa.

Pino nero (foto Wikipedia) 

 

Macchia di Pino d’Aleppo (foto Pino Sfregola)

Nei prossimi articoli scopriremo le origini e le caratteristiche delle diverse vegetazioni che hanno reso davvero straordinarie queste nostre terre.

Note:
1. Nato a Trieste nel 1850 e laureatosi in medicina a Vienna, Carlo Marchesetti fu per 40 anni direttore del Civico Museo di Storia naturale. Appassionato di botanica e di archeologia si dedicò agli studi della flora carsica, dei reperti di paleontologia e archeologia alla ricerca della preistoria e protostoria della Venezia Giulia e dell’Istria.
Dopo una vita dedicata alle ricerche e ai molteplici saggi il Marchesetti morì improvvisamente nel 1926.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Italo Svevo, Trieste, 1998