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SLIVIA e le sue meraviglie

Il piccolo Borgo di Slivia (Slivno in sloveno) fu menzionato per la prima volta nel 1357 (1) come De Scligna, in seguito divenne de Sliugna o Sliuga, dopo il 1525 Slivigna e infine Slivno, nomi derivati dal nome sloveno sliva = pruno, susino. (2) (3)

Immerso tra vigne, orti e prati il paese ha conservato alcune antiche carsiche con i tipici portali e i cortili.

Foto da Umile Carso di Alfonso Mottola

L’esistenza della chiesa di Santa Maria Maddalena appare nel Libro delle Perticazioni del 1525, ma la sua costruzione fu senz’altro anteriore. Purtroppo dopo i bombardamenti della Prima Guerra è rimasto molto poco dell’edificio originale che all’interno ha mantenuto solo l’abside pentagonale in stile gotico: In un’edicola della facciata è conservata la statua di San Biagio e di fianco un piccolo Camposanto. 


Nel 1968 in un dosso di campi solcati nei pressi di una cava abbandonata posta a nord-est della linea ferroviaria di Visogliano, fu scoperto uno dei più antichi giacimenti del Pleistocene, periodo del Quaternario compreso tra i 2,58 milioni e gli 11.700 di anni fa, chiamato la Breccia di Slivia.
Con una serie di scavi vennero rinvenuti i fossili dei grandi animali che allora popolavano il Carso quali rinoceronti, cervi e ippopotami che con importanti lavori di restauro e ricostruzione furono poi conservati al Museo di Storia Naturale. (4)

Foto: la Fauna pleistocenica della Breccia di Slivia nella Collezione del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

Alla fine dell’Ottocento, oltre i campi intorno a Slivia, sopra una collina di 200 metri, l’archeologo Ludwig Karl Moser (1845-1918) (5)  rinvenne i resti di un importante Castelliere abitato dai primi abitanti della zona nell’Età del Bronzo e del Ferro ma deducendone fosse stato poi rifrequentato da legioni romane.
Successivamente Carlo Marchesetti (Trieste 1850-1926) (6) misurò la circonferenza stimata in 270 metri, le imponenti mura alte 5 metri protette da un vallo esterno dotato di un varco d’accesso. (7) 

Sotto il ponte della statale 202, sullo spiazzo lungo la strada comunale, si trova la gradinata che conduce alle fantastiche grotte dette Torri di Slivia.
Un tempo questa cavità si presentava come un pozzo profondo che immetteva in due caverne comunicanti con uno sviluppo di 300 metri e una profondità massima di 70. Nel secondo cavernone furono trovate enormi formazioni stalagmitiche, alcune massicce e simili e torri , altre sottili come guglie. Le stalattiti che pendono dal soffitto sembrano altrettante sinistre lance che si proiettano sulle lucide calciti delle pareti.

Foto TripAdvisor 

Riaperte nel 2012, dopo lunghi anni di abbandono le grotte di Slivia sono raggiungibili con una sorta di trattore attrezzato per i turisti e facilmente visitabili negli orari stabiliti.

Molto rinomato l’Agriturismo “Le torri di Slivia” dove si offrono insaccati di suino, uova provenienti dalle loro galline, formaggi di aziende agricole del Carso, pomodori e peperoni sott’olio e e i prelibati vivi Malvasia e Terrano.

Note:
1 Wikipedia riporta la data del 1319
2. Cannarella asserisce che il nome potrebbe derivare dal latino Silvanus o Silvian nel Medioevo riferito al dio delle selve. Sicuramente tutta la zona era immersa da rigogliosissimi boschi e quelle sui pendii di ponente e vicini alla costa furono sfruttate per la coltivazione di vigneti da cui si ricavavano ottimi vini apprezzatissimi dalle comunità romane che popolarono queste terre carsiche 
3. Il Comune di Slivia fu sciolto nel 1928 e aggregato al Comune di Duino-Aurisina assieme a Malchina e San Pelagio
4. Da researchgate.net
5 L. K. Moser, nato nella Slesia austriaca (oggi Repubblica Ceca) si trasferì a Trieste nel 1876. Oltre alla cattedra di scienze naturali al liceo fu un appassionato ricercatore di reperti archeologici. 
6. Chiamato anche Carl von Marchesetti fu un instancabile paleontologo e archeologo, direttore del Museo civico di storia naturale e dell’Orto Botanico di Trieste
7. La posizione strategica dell’altura fu in seguito sfruttata per gli allestimenti di baracche e delle trincee scavate durante la Grande Guerra a protezione del monte Ermada 

Notizie e consultazioni da:
Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, Ed. Svevo, Trieste, 1975 – D. C., Il Carso della Provincia di Trieste, Ed: Svevo, Trieste, 1998
Alfonso Mottola – Lucia Ruzzier, Umile Carso, Editoriale libraria, Trieste, 1967
researchgate.net – archeocartafvg.it – Osmize.com 

Vegetazioni carsiche

I primi studi sulla vegetazione del Carso risalgono alla fine dell’Ottocento quando fu pubblicato il testo di Carlo Marchesetti (1) Flora di Trieste e dei suoi dintorni con la catalogazione di ben 1.600 specie dell’epoca.

Quando nel secolo successivo sui territori carsici intorno Trieste vennero costruite strade, autostrade e superstrade, svincoli, viadotti, sottopassaggi, linee elettriche e ferroviarie e in più il sotterramento dell’oleodotto e metanodotto, si potrebbe supporre che dai tempi di Marchesetti il Carso si fosse degradato invece paradossalmente si ricoprì di vegetazione, non solo, ma iniziarono a crescere nuove specie intorno alle discariche, negli scavi abbandonati, sui tracciati dell’oleodotto e persino ai lati delle strade periferiche.

Negli anni Ottanta un gruppo del Dipartimento di Biologia presso l’Università di Trieste studiò proprio queste “cenosi vegetali”, cioè quelle specie che vivono in equilibrio tra loro in un determinato ambiente, ribadendo l’importanza della loro salvaguardia e soprattutto della conservazione dei boschi per finalità altrettanto importanti, come il turismo, le escursioni e gli svaghi in genere, peraltro molto apprezzate dai triestini, con il conseguente incremento economico delle strutture alberghiere e ristoratrici del Carso.
La poderosa monografia sulla vegetazione del Carso triestino e isontino a cura del professor Livio Poldini, pubblicata nel 1985 dalla Regione FVG, attestò le numerose varietà arboree e arbustive dovute alla particolare qualità dei terreni e ai diversi fattori climatici e ambientali che le caratterizzano.

In origine il Carso era ricoperto da boschi di querce e castagni, con lo scorrere dei millenni apparvero poi i roveri, i cerri e nelle zone marnose-arenacee le farnie, in seguito scomparse per i continui tagli perpetrati dall’uomo.

Nella foto (di Pino Sfregola) un bosco di Castagni Una macchia di Cerri 
All’epoca della civiltà romana le terre circostanti risultavano ancora pervase da rigogliose selve, fu dopo il Quattrocento che iniziò il disboscamento per mano di pastori morlacchi, romeni e soprattutto dei Cici che ne ricavavano carbone da vendere in città e a nulla valsero i decreti imperiali e comunali per evitare gli incendi e il depauperamento dei boschi.
Il Carso iniziò così a trasformarsi assumendo vari aspetti: la landa per diverso tempo ne ricoprì più della metà seguita dalla boscaglia illirica, dalle numerose vegetazioni mediterranee, da quelle tipiche delle doline e delle sommità collinari mentre solo in seguito furono impiantate le  pinete di rimboschimento.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) un bosco di Carpino nero 

L’aspetto del Carso è tuttavia in continua evoluzione in quanto il pino nero si sta rapidamente diffondendo e la boscaglia tende a espandersi sui prati incolti e sulla stessa landa carsica minacciandone la scomparsa.

Pino nero (foto Wikipedia) 

 

Macchia di Pino d’Aleppo (foto Pino Sfregola)

Nei prossimi articoli scopriremo le origini e le caratteristiche delle diverse vegetazioni che hanno reso davvero straordinarie queste nostre terre.

Note:
1. Nato a Trieste nel 1850 e laureatosi in medicina a Vienna, Carlo Marchesetti fu per 40 anni direttore del Civico Museo di Storia naturale. Appassionato di botanica e di archeologia si dedicò agli studi della flora carsica, dei reperti di paleontologia e archeologia alla ricerca della preistoria e protostoria della Venezia Giulia e dell’Istria.
Dopo una vita dedicata alle ricerche e ai molteplici saggi il Marchesetti morì improvvisamente nel 1926.

Notizie tratte da: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Italo Svevo, Trieste, 1998