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La vita in Carso tra Settecento e Ottocento

Fino alla fine del Seicento la sussistenza degli abitanti del Carso si basava con i proventi di vino, olio e verdure ma nei primi decenni del Settecento il loro smercio divenne via via più difficoltoso quando si trovò a competere con i prodotti importati e venduti a più buon mercato nel nascente Emporio di Trieste, iniziato dopo l’istituzione di Porto Franco nel 1719.
Le condizioni di vita sul Carso erano inoltre penalizzate dalle mutevoli e aspre condizioni climatiche che si verificavano con estati molto secche o troppo piovose e con inverni estremamente rigidi che danneggiavano vigne e oliveti.

Nella foto (collezione Furio Furlan) la lapide posta nell’Osteria Comunale di Basovizza dove nel 1743 venne costruita la prima cisterna pubblica del Carso dove accorrevano gli abitanti dei villaggi quando nei periodi di siccità si esaurivano i pozzi.  

La prolungata siccità nel corso del 1782 provocò una vera e propria carestia che ridusse alla miseria più di 1000 famiglie e i cui effetti si prolungarono fino ai primi decenni dell’ Ottocento.
Il 1817 fu ricordato nella storia per essere stato “l’anno della fame” causato da un lunghissimo periodo privo di precipitazioni che distrusse i già ridotti raccolti degli anni precedenti e costrinse le autorità a importare grano dall’Ucraina e a distribuirlo alle famiglie più povere.

Nella foto la cisterna di Poggioreale del Carso costruita dalla Comunità di Opicina nel 1836, come risulta scolpito sul muretto della scala 
Il Carso sarà nuovamente penalizzato dalle siccità verificatesi nel 1841 e nei due anni successivi e solo la concessione dei prestiti elargiti dalla Cassa Civica impedirà le perdite di molti braccianti sfiancati dalla fame e la morte di malattie e malnutrizioni dei loro figli.

Se i paesani di Prosecco, Santa Croce e Opicina si mantenevano con i loro mestieri di scalpellini, muratori e carrettieri quelli di Trebiciano, Padriciano, Gropada e Basovizza con le loro terre pietrose e poco fertili si trovavano in grandi difficoltà sopravvivendo con i proventi del latte e delle poche verdure che le donne vendevano in città.

Nella foto (collezione Furio Furlan) un “kau” (stagno) in piazzale Monte Re di Opicina 
La cisterna di Samatorza (collezione Furio Furlan) 
La precaria vita nelle terre del Carso costringerà molti padri di famiglia a cercare lavoro nelle nuove attività preindustriali di Trieste ma ancora in molti erano ridotti a chiedere la carità di un pezzo di pane.

Giovane carsolina costretta all’ elemosina in città (stampa della collezione Mario Froglia) 
Già nel 1818 per volere del conte Domenico Rossetti venne fondato l’ “Istituto generale dei poveri” trasformatosi nel 1862 nella “Casa dei poveri” di contrada Chiadino (nota 1) che offriva ricoveri per bambini e anziani e che in seguito distribuirà pasti e pane ai più bisognosi.
Molte madri si offrivano spesso come balie per i trovatelli e quando vennero elargiti dei contributi statali fino ai 7 anni di età, si proponevano anche come madri affidatarie.
Pure i figli più grandi dovevano contribuire alla economia della famiglia e poiché in Carso le pietre non mancavano mai, s’ingegnavano a frantumarle per ricavarne pietrisco da vendere agli appaltatori delle strade.

Fu dunque il grande problema la siccità a costringere le ricerche dell’acqua nelle profondità delle terre del Carso affrontando lunghe e spesso drammatiche avventure.

Nota 1: nominata in seguito via dell’Istituto e dal 1940 via Pascoli

Fonte: Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998