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Le due nature del Carso

L’alternanza del carsismo epigeo (di superficie) con quello ipogeo (di profondità) hanno determinato le due diverse nature dell’altopiano carsico sulle cui origini si sono ipotizzate diverse teorie.
Alcune furono imputate all’esistenza del vasto e antichissimo fiume Paleotimavo, che per le sue enormi portate d’acqua avrebbe agito anche nelle profondità della terra provocando tutta la gamma dei fenomeni carsici, altre le ritennero causate dalle acque sia pluviali che fluviali penetrate nelle naturali fessurazioni calcaree scavando nel corso dei millenni un’infinita serie di pozzi a loro volta soggetti a fratture verticali e orizzontali per le pressioni idrostatiche e orogeniche. Queste avrebbero dato origine all’ “erosione inversa”, cioè alle spinte verso l’alto di masse rocciose con la formazione di bocche sempre più larghe.

Molte delle cavità sotterranee hanno infatti degli inghiottitoi a forma fusoide e gallerie quasi orizzontali e di uguale inclinazione. Sono queste le cavità di interstrato, cioè aperte tra due stratificazioni create dalla lenta e continua erosione dell’acqua.

Nei 2 disegni un complesso di fusi per erosione inversa come ipotesi dell’origine delle grotte: 
La doppia natura del Carso è dovuta anche alla diversità dei suoi componenti basilari: le rocce calcaree, composte per la maggior parte da carbonato di calcio, quindi permeabili e solubili, e le rocce dolomitiche, costituite dal carbonato di magnesio e altre impurità come gli ossidi di ferro e la silice che le rendono impermeabili.
Come si è scritto nel precedente articolo il calcare appartiene al grande gruppo delle rocce originate da sostanze organiche di microrganismi animali e vegetali che essendo prive di scorie e impurità insolubili, sono divenute estremamente fessurabili e dunque soggette a tutti i fenomeni sotterranei tipici del carsismo ipogeo mentre le contaminazioni e l’impermeabilità delle rocce dolomitiche determineranno i diversi aspetti del carsismo epigeo.
Nelle foto due tipici esempi del carsismo di superficie: 
Nella foto (di Pino Sfregola) lo scenario di stalattiti e stalagmiti di un ambiente ipogeo:
Le colline carsiche sono però vulnerabili anche alle particolari situazioni ambientali e la loro vegetazione è soggetta a tre componenti del clima: temperatura, umidità e vento.
Le nostre zone sono comprese nell’ampia fascia del clima temperato-marino che tuttavia presenta delle differenze abbastanza marcate e se a Trieste il clima è di tipo mediterraneo, il Carso assume delle caratteristiche continentali, quindi più fredde e umide, spesso addirittura alpine.
Il dislivello geografico causa infatti una diversità di pressione tra il centro Europa e l’alto Adriatico e in particolari condizioni forma delle imponenti masse d’aria che dall’area danubiana si scaricano sulle zone di basse pressioni, si rafforzano nei pressi del valico di Postumia per precipitare poi verso il golfo di Trieste con le violente e fredde raffiche di bora.
Le doline, conche di diverse profondità sono invece caratterizzate da un’aria più fredda e assumono un clima subalpino. E’ stato calcolato che una profondità di 20 metri, peraltro frequente, corrisponde a 400 metri di altitudine, con un’umidità media dell’80%. Questa particolare caratteristica è favorevole allo sviluppo della vegetazione in quanto la loro forma a imbuto offre una buona protezione dalla bora.

Fonti:
Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1998;
Dante Cannarella, Guida del Carso Triestino, Edizioni Svevo, Trieste, 1975;
Enciclopedia Monografica del FVG, “Il Paese”, Udine 1971