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VAL ROSANDRA e l’uomo (terza parte)

Mentre in Valle continuavano le lotte per il dominio dei castelli, i suoi abitanti impararono a sfruttare la preziosa presenza delle acque che sgorgavano a monte di Bottazzo, dall’Antro delle Ninfe e soprattutto dalla fresca e abbondante Fonte Oppia nota anche come Glinščica.

La fonte Oppia (foto Dario Gasparo)Dopo la distruzione dell’Acquedotto romano, avvenuta tra il VI e VII secolo, le acque scorrevano liberamente nella Valle formando diversi affluenti del fiume Rosandra e ben presto l’uomo avrebbe imparato a utilizzare l’energia delle loro correnti con l’allestimento dei mulini idraulici.
I corsi minori vennero così fatti confluire in alvei degradanti scavati nelle rocce e i loro flussi vennero usati per smuovere una ruota a pale che provocava la rotazione dell’asse a cui era collegata la pietra della macina interna alla struttura.

Foto Biblioteca Nazionale Slovena di Trieste Fu supposto che la presenza dei mulini in Valle fosse avvenuta prima dell’anno Mille ma la loro testimonianza apparve solo in documenti risalenti al 1276.
I mugnai divennero esperti nella lavorazione del legno per i supporti e nello scolpire le ruote di pietra con cui venivano frantumati i cereali mentre le donne si dedicavano alle vendite delle farine che trasportavano a dorso di mulo per tutti i paesi del Carso.
Tra le rocce vicine ai mulini venivano anche scavati dei canali di alimentazione chiamati struge dove guazzavano gamberi e anguille destinati a essere cucinati nel sugo e serviti con la polenta durante le feste d’agosto.

La popolazione ebbe così un certo incremento e nella metà del Settecento tra il torrente Rosandra e i suoi affluenti si contavano 16 mulini a ruota singola, doppia o tripla.

Foto di Adolfo AmbrosiMa le condizioni di vita erano pesantemente penalizzate dai climi estremi della Valle dove le siccità estive e le gelate invernali costringevano a interrompere il ciclo delle macinazioni. Spesso le scorte agricole conservate nelle case non erano sufficienti a sfamare le famiglie e le donne erano costrette a dedicarsi a nuovi mestieri come la preparazione e la vendita del pane o a offrirsi come lavandaie di lenzuola inginocchiate sulle pietre dei fiumi. Per alimentare i forni li uomini tagliavano grandi quantità di alberi e le loro ceneri venivano poi bollite e usate per l’ammollo della biancheria.

Alcuni mulini vennero dismessi e trasformati in laboratori per fabbri ma la realizzazione della Ferrovia Trieste-Erpelle per il collegamento con le linee istriane offrì delle nuove occasioni di lavoro. (1)

Foto collezione Luciano EmiliDurante la colossale impresa, realizzata tra il 1885 e il 1887, vennero costruiti i viadotti su 7 canaloni, 6 ponti in ferro, 5 gallerie, i muri di sostegno sulle pendici del monte Stena e 3 stazioni ferroviarie. (2)

Agli inizi del Novecento la Valle venne anche frequentata dai primi rocciatori (3) e dopo gli Anni Venti dai soci della Scuola di Roccia del CAI fondata da Emilio Comici.

Emilio Comici in cordata (fototeca CAI XXX Ottobre)
Prima dello scoppio della seconda guerra la linea Trieste-Erpelle passò sotto la gestione delle Ferrovie dello Stato ma quando nel 1947 si trovò sul confine italo-jugoslavo con i successivi conflitti del dopoguerra, il traffico ferroviario subì un forte calo fino a essere sospeso nel 1958. La linea venne definitivamente chiusa nel 1961 e smantellata nel 1966.

La Valle rimase così in stato di abbandono fino al terzo millennio quando fu sistemata la panoramica pista ciclo-pedonale intitolata al ciclista triestino Giordano Cottur con un percorso da San Giuseppe della Chiusa a Draga e il successivo prolungamento dalla zona di San Giacomo.

Foto Dario Gasparo
Nella Riserva della Val Rosandra convivono diverse nature morfologiche e tra il clima continentale della zona di Bottazzo e del versante est del monte Carso a quello mediterraneo delle zone più soleggiate. tra sentieri, sassaie, grotte, acque e rocce si susseguono caleidoscopici scenari di incomparabile bellezza.
E dopo tutti i conflitti e le sanguinose battaglie che qui si sono avvicendate, è incredibile come si sia conservata l’antichissima chiesa di Santa Maria in Siaris che svetta ancora su questa Valle dalla storia millenaria.

Foto di Alessio Fiorentino


Note:
1. Il percorso partiva dalla stazione di Sant’Andrea, attraversava Sant’Anna, San Giuseppe, Sant’Antonio in Bosco e Draga proseguendo verso Erpelle)
2. A Sant’Anna, Sant’Antonio in Bosco e Draga
3. Giuseppe Marcovig, Napoleone Cozzi, Alberto Zanetti con altri giovani amici formarono la “Squadra Volante”

Notizie e consultazioni da:
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, Lint Editoriale, Trieste, 2008
D. Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Ed. Lint, Trieste, 2004

Bagnoli della Rosandra

Risale al 1276 un documento che attesta l’esistenza di un mulino in Valle de Zaullis sub Bagnolo, nome riportato ancora nel 1421 nella richiesta di un permesso alla Vicedomineria per costruire una casa nella Villa de Bagnolo compresa nella Valle de Mucho.
Se il Kandler ipotizzò che il nome potesse significare “luogo di confine”, altri documenti riportano quello di Boljunec, Bollunz e Bolunez come derivazione dal latino Balneolum riconducibile alla vicinanza delle acque.

La nascita del borgo, chiamato poi Boljunec (o Bolunz in triestino) e Bagnoli della Rosandra dopo il 1923, non è nota mentre un’iscrizione del 1663 data la chiesa, successivamente dipendente da quella di Dolina e solo nel 1954 divenuta parrocchia dedicata a San Giovanni Battista comprendente le frazioni di Mattonaia e Lakotisče.

Nella foto (di Silvio Polli) la piana di Bagnoli negli anni Cinquanta
La piana di Bagnoli com’è oggi in una foto di Dario Gasparo

Poiché il torrente Rosandra fin da tempi remotissimi fu l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua dalla Valle sino a Trieste, le terre vicine erano ambite per costruirvi case e borgate con annessi campi per la coltivazione di vigne, uliveti e piccoli orti.

Tra il VI e il VII secolo, quando le orde di barbari distrussero l’acquedotto romano, il fiume ebbe un libero scorrimento diramandosi in piccoli affluenti e per sfruttarne le portate vennero scavati alcuni canali e costruiti dei mulini idraulici.
Per mezzo delle ruote a pale in linea con il flusso della corrente e di un’asse collegata al vano interno del mulino, veniva azionata una ruota di pietra per la macinazione delle granaglie.
In documenti risalenti al 1757 a Bolunez risultavano esistenti 14 mulini perfettamente funzionanti nonostante le stasi per le siccità nei mesi estivi e delle gelate in quelli invernali.

Nelle 2 foto (dall’archivio di Silvester Metlika) l’esterno e l’interno di un vecchio mulino
I mugnai divennero esperti nello scolpire le ruote e nel foggiare tutti i supporti in legno mentre le donne si occupavano del commercio della farine che caricate in grossi sacchi sui dorsi di mulo, venivano vendute nei borghi del Carso o in città.
Nei canali di alimentazione dei mulini venivano anche ricavati dei bacini di contenimento chiamati struge dove sguazzavano gamberi e anguille che poi venivano venduti oppure cucinati e serviti con la polenta nelle feste d’estate.
Il progresso tecnologico causò l’interruzione dell’attività di molti mulini che furono abbandonati o trasformati in laboratori per fabbri dove si forgiavano attrezzi e  torchi oleari mentre le struge scomparvero tra le vegetazioni.

Nella foto (di Pino Sfregola) un vecchio torchio oleario conservato nella piazzola di BagnoliOltrepassato il ponte sul torrente Rosandra, nel piazzale sotto il monte Carso è visibile l’imbocco dell’ “Antro di Bagnoli”.
Al tempo dei romani proprio qui venivano convogliate le acque provenienti dall’altopiano di Ocisla e dalla “Fonte Oppia” di Val Rosandra che attraverso il lungo acquedotto, costruito nel 178 a.C., approvvigionavano l’antica Tergeste.
Anticamente le portate fluviali erano però ben più copiose, anche se ancora oggi in caso di forti precipitazioni il torrente assume proporzioni impressionanti. Nei periodi di siccità l’alveo tende invece a prosciugarsi mentre le polle più a valle rimangono quasi sempre attive.

Nella foto (dall’archivio Vojko Kocjancic) le lavandaie di un tempo al lavoro
Il lavatoio pubblico nel piazzale di Bagnoli com’è oggi (foto Pino Sfregola)
Uscendo dal borgo si passa per il piccolo e bellissimo abitato di Bagnoli Superiore giungendo al Rifugio Premuda, sede della Scuola nazionale di alpinismo “Emilio Comici” e adibito pure a una rustica e frequentatissima trattoria di stile carsolino.
Bagnoli Superiore (foto Mapio.net)Rifugio Premuda (foto Mapio.net)
Sopra il paese spicca la grande cava ormai dismessa di cui spicca questo grande cuore di pietra (foto da Mapio.net):Da qui inizia la Val Rosandra con tutte le sue meraviglie che non finiranno mai di stupirci: nelle sue grotte trovarono rifugio comunità primordiali, nelle sue terre vennero combattute sanguinose battaglie, sopportate pestilenze e incendi di case, boschi e campi eppure la valle è ancora qui, sferzata dai venti, baciata dal sole e amata sia dagli uomini che dagli dei.

Foto (da Mapio.net)

Notizie tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998
Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, LINT, Trieste, 2004
Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, LINT, Trieste, 2008
geositi.units.it – Wikipedia