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Riti pagani in Carso

Il culto pagano del dio Mitra fu praticato nell’antico impero dei Persiani tra il II e I° secolo a.C. per poi estendersi in tutta l’Asia Minore. Vi potevano accedere solo uomini retti e coraggiosi che dopo una serie di riti e di purificazioni con l’acqua di sorgente avrebbero avuto accesso ai misteri della vita e all’ascesa dell’anima al Sole.

Dopo le invasioni dell’Impero Romano nelle terre d’Oriente, i legionari perpetrarono quei riti pagani venerando Mitra come un dio delle armi e degli eroi.
Fu supposto che quando nel 70 d.C. l’imperatore Vespasiano trasferì la XV legione dalle province orientali a quelle danubiane, fosse stato allestito un accampamento tra le pendici del monte Hermada. Qui, vicino alle risorgive del Timavo che sgorgavano dalle rocce, il culto del Dio Mitra trovò una sede ideale.

L’ingresso della grotta (foto Pino Sfregola)

Il Mitreo di Duino fu uno dei primi insediamenti in Europa e l’unico in Italia ad aver sfruttato una cavità naturale che si sia conservata dopo due millenni di storia.
La grotta subì però una devastazione nella prima metà del V Secolo in seguito all’interdizione dei riti pagani emanata nel 391 d.C. dall’ imperatore romano Teodosio e rivide la luce solo dopo 1500 anni.
Sommersa dai detriti alluvionali provocati anche dalle frequenti tracimazioni del Timavo, fu scoperta nel 1963 dagli speleologi della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”. Intervenuta la Soprintendenza per i Beni Archeologici, vennero effettuati gli scavi e una parziale ricostruzione del tempio ipogeo.

Delle strutture originali si sono conservati due banconi distanti 3 metri, lunghi 2 metri e ½, e un cubo di pietra calcarea dove in un pasto comune veniva spezzato il pane e versato il vino.


Sul fondo si trova una lapide databile tra la fine del I° secolo o agli inizi del II° con un bassorilievo del Mitra mentre compie il mitologico sacrificio del toro sacro tra le cui zampe è scolpito uno scorpione quale simbolo del male mentre alle spalle del nume è rappresentato un corvo come messaggero divino.
Ai lati dell’arco si notano due teste di donna sormontate rispettivamente dal sole e da una mezzaluna e sopra la lapide con l’iscrizione dedicata al dio (“All’invitto dio Mitra Aulo Tullio Paumniano offre per la sua salute e per quella dei suoi fratelli”).

La seconda lapide, databile al II° secolo e più danneggiata, rappresenta il dio Mitra che esce dalle rocce e pugnala il toro afferrato per la coda dal corvo.

In due piccoli cunicoli sono state rinvenute delle lucerne, frammenti di vasi per la raccolta dell’acqua piovana, boccali in ceramica per le libagioni e 400 monete, alcune in bronzo ma per la maggior parte in rame, che risalirebbero a periodi compresi tra il II° e l’inizio del V secolo.

Dopo la metà del V secolo, quando i riti pagani vennero proibiti e tutte le loro sedi distrutte, la grotta del Mitreo fu devastata e coperta di terra mentre vicino alle risorgive del Timavo sorgeva la piccola basilica dedicata a San Giovanni Battista dove iniziarono i primi riti del Cristianesimo.

L’epoca romana sul Carso era ormai giunta al suo epilogo: un’epoca di dei ed eroi, di soldati e mercanti che qui vissero le loro stagioni d’oro.
Dopo le invasioni barbariche per almeno 5 secoli del Carso non si saprà quasi più nulla.

Notizie tratte da: D. Canarella, Il Carso della provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998 – archeocartafvg – foto di Pino Sfregola