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“La Valle”

Val Rosandra (foto di Giuseppe Turzi)

Se Dante Cannarella nei suoi “Appunti di Preistoria e Storia” afferma che : “Per quanto dirupata ed aspra la Val Rosandra fosse, in realtà questa è la zona carsica più ricca di storia di tutto il nostro territorio” alla “Valle” sono state dedicate anche delle descrizioni letterarie che qui riportiamo:

Questi alcuni passaggi della Guida storico-letteraria …ma tutti la chiamavano “Valle” dell’alpinista-scrittore Spiro Dalla Porta Xidias:
Rocce, sassi, cespugli. Lunga forra trasversale. Pendii, ora dolci, ora scoscesi, e in fondo il torrente canta, grida sussurra la sua unica nota, scrosciando in gole profonde, adagiandosi nel letto quasi piano, spezzandosi in schizzi di spuma contro massi e pietrame.

Foto di Mario Amstici

Persino nei suoi trattati il geologo Ruggero Calligaris accenna agli affascinanti misteri della Val Rosandra:
Ogni piega, ogni faglia, ogni fessura o grotta ci svela un piccolo tassello nel complesso mosaico racchiuso tra le sue aspre e candide pareti. 

Alla Valle lo scrittore-alpinista Libero Mazzi nel testo Queste mie strade dedicò alcune pagine di di nostalgici ricordi:
Ritornare in Val Rosandra: una ferita sbilenca e profonda sulla crosta della terra, un resto del diluvio… Silenzio, odore di pietra, di Carso, di muschio; spari di cacciatore che rimbalzano e rotolano più volte, ed è rumore di grande tristezza, di spaventi non sopiti, come se l’agguato all’uomo fosse ancora valido.
Il tempo si è fermato, ha fatto di Val Rosandra una trincea di affetti, spalancata ai sentimenti e protetta dall’usura come la forma e la durezza delle sue pietraie.
Nel suo cuore assale una serenità che divora gli anni e li restituisce intatti e freschi.
La terra è spaccata e convulsa, l’abisso ha dimensioni e virate da vertigini. Roccioni contorti come sculture urlanti, monumenti impassibili di pietra, ciuffi oscuri di alberi e arbusti; non si vede il fondo e pare che tutto continui precipitando fino al centro della terra.
Adesso il vento sembra gridare il suo linguaggio per impaurire, e anche l’acqua nascosta alza a tratti la sua voce sibilante.
Al riparo tra due massi, sgomento e paura fanno cercare un appiglio cui tenersi saldi.
La valle intorno tornava con il suo volto familiare di antica leggenda, di squarcio dimenticato da epoche preistoriche, di mondo sommerso e improvvisamente affiorato in un ribollire di schiume cristallizzatesi al ritiro rapido dell’acqua.

Nel libro Carso Triestino, immagini delle quattro stagioni il poeta professor Sergio Pirnetti commentò così le fotografie di Mario Amstici:
La Val Rosandra è uno scrigno che conserva intatti tesori. Tagliata a balze nel vivo del calcare dalla corrosione dei secoli, alterna a formazioni rocciose di aspetto dolomitico brevi ripiani dove la macchia rigogliosa e la fioritura primaverile interrompono la durezza del paesaggio alpestre.
Foto mario quella su facebook
Sul fondo la voce del fiume ha ora brontolii violenti, scrosci di cateratta, irosi gorgolii che escono da strozzature improvvise, ora pacati sussurri, fruscii lievi che emanano dalla calme conche ove l’acqua ristagna trasparente come vetro.
Per quasi tutta la lunghezza della valle un’area lama di roccia, il Crinale si alza inclinata da un lato, strapiombante in un salto pauroso dall’altro; culmina in una piccola cima su cui gli alpinisti hanno innalzato un cippo in onore di Emilio Comici e degli altri compagni caduti in montagna.
Da lassù i pulpiti rocciosi del versante opposto si riconoscono uno dopo l’altro, battezzati dai rocciatori con nomi a volte scherzosamente altisonanti, a volte sinceramente ammirati: il “Montasio”, gli “Altari”, la “Parete bianca”, la “Parete Grande” i “Castighi di Dio”, le “Criticanze”…

Nella foto (Mario Amstici) il “Montasio” della Valle
Nel fluire delle stagioni la val Rosandra assume aspetti sempre nuovi. Dalla fioritura primaverile, quando nelle fessure della roccia ondeggiano al vento iris e garofani selvatici, passa alla calma solenne dell’estate, quando a mezzogiorno l’ombra si ritrae nelle spaccature profonde. 

Foto Mario Amstici

Per concludere questi brevi passaggi poetici non possono mancare alcuni passaggi di Scipio Slataper nel suo splendido libro Il mio Carso:

Tutta l’acqua s’inabissa nelle sue spaccature, il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi… 
[…] Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.

Fonti: 
Spiro Dalla Porta Xidias, …ma tutti la chiamavano “Valle”, Guida storico-letteraria della Val Rosandra, Ed. I. Svevo, Trieste, 1987
Sergio Pirnetti – Mario Amstici, Carso triestino, Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, Ed. LINT, Trieste, 1975
Libero Mazzi, Questa mie strade, Tipografia Moderna, Trieste, 1967
Scipio Slataper, Il mio Carso, RCS Rizzoli, Milano, 1989