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VAL ROSANDRA e l’uomo (prima parte)

Come si è riferito nel precedente articolo, la Riserva Naturale della Val Rosandra sia per la quantità di grotte che per la presenza di sorgenti d’acqua fu abitata fin dalle epoche del Paleolitico e Neolitico.
Lo stadio storico successivo fu l’Età dei metalli che iniziò verso il 2.500 a.C. in Medio Oriente dove venne scoperto che mescolando lo stagno al rame si otteneva una lega molto resistente per le armi e gli strumenti di lavoro.
Diversi gruppi di pastori-guerrieri mediorientali decisero così di cercare nuove miniere mettendosi in viaggio verso la penisola italica.
Nel secondo millennio a.C., tra l’Età del bronzo e gli inizi dell’Età del ferro, comparvero gli Indoeuropei che si suddivisero in tre gruppi: uno nelle zone settentrionali, oggi corrispondenti alla Lombardia (1), il secondo in quelle centrali, documentato dalla Necropoli intorno Forlì, mentre un terzo gruppo stazionò nella Pianura Padana. (2)

Con l’età dei metalli sul Carso iniziò la cultura dei Castellieri, piccoli villaggi costruiti su luoghi dominanti delle alture e circondati da robuste mura a scopo difensivo. Alcuni storici ritennero che le loro popolazioni appartenessero alle tribù degli Istri ma altri, in tempi più recenti, le classificarono con quelle degli Illiri, mitici guerrieri stanziati lungo la Dalmazia e le sue isole che diedero del filo da torcere ai Greci prima e ai Romani poi.
Nelle zone orientali del Carso furono scoperti più di 600 castellieri (3) le cui tracce furono rinvenute nelle Necropoli dove venivano sepolti gli ossuari contenenti le ceneri dei defunti assieme a tazze, armi, fibule e monili in pasta di vetro e ambra.

Nelle foto un ossuario (vaso per le ceneri) e un elmo in bronzo provenienti dai Castellieri e conservati ai Civici Musei di Storia e Arte.In alcune Necropoli vennero rinvenute anche delle sepolture con le piastre di copertura
Nella zona della Val Rosandra furono rinvenuti ben 4 castellieri abitati dagli Istri; alcuni storici supposero che già nel 221 a.C. si fosse verificato un primo scontro con i Romani agli albori della loro espansione.

Nella foto (di Pino Ferfoglia) le macerie rinvenute sul Castelliere del Monte Carso
Pochi anni dopo, nell’anno 181, sorse infatti la Colonia romana di Aquileia che inizialmente doveva impedire l’avanzata delle tribù galliche ma che poi fu seguita da altre colonizzazioni di legioni militari fino alla zona intorno al Timavo.

Nella foto (Pino Sfregola) un tratto della strada romana nei pressi del fiume Timavo
Ma poiché i Romani puntavano alla conquista dell’Istria, varcarono l’altopiano carsico sino allo strategico vallo del pasum Longere per poi scendere verso il mare e dirigersi verso la penisola dove saranno inevitabili le collisioni con gli Istri, spietati predatori dei mari e abili dominatori delle terre sovrastanti.

All’inizio del II° secolo a.C. fu così costruito un grande accampamento sul monte San Rocco protetto da imponenti strutture difensive e altri due forti di dimensioni minori sulle continue alture del monte Grociana e Montedoro.

Foto (da Cds) della base militare sul monte San Rocco
Le recenti scoperte storico-archeologiche avrebbero dedotto che proprio in queste zone si sarebbe sviluppato il primo nucleo di Tergeste e che solo successivamente fosse stato spostato sul colle San Giusto. (4) 

Fu proprio nell’accampamento di monte San Rocco che i soldati romani subirono il violento attacco degli Istri costringendoli a una vergognosa fuga sulle navi. I consoli decisero allora di inviare al Vallo una spedizione con 4 legioni e numerose truppe ausiliarie puntando all’annientamento dei guerriglieri.
Molte popolazioni rinchiuse nei Castellieri trattarono la pace con i legionari ma il loro capo, il potente principe Epulo, volle resistere agli attacchi degli eserciti romani rinchiudendosi nel grande castelliere di Nesazio (vicino Pola).
Con la sconfitta e il suicidio di Epulo la potenza degli Istri si concluse e iniziò il dominio dei Romani che proseguì per più di sei secoli.

I militari in congedo, ricompensati con numerosi terreni, iniziarono a costruire masserie di cui numerosi reperti furono rinvenuti nell’area di Bagnoli.
Nel I° secolo d.C. in Valle fu progettato e costruito il colossale acquedotto che convogliando le acque del torrente Rosandra con le risorgive di Crogole e di Dolina, percorreva complessivamente 16-17 km. per giungere fino alla città di Tergeste.
L’ingegnosa struttura era costituita da un conglomerato di pietre e malta sovrastato da due muri laterali di piccole pietre squadrate con una larghezza di circa 55 cm. e una profondità di circa 160. Mantenendo la pendenza media del 2% permetteva un flusso giornaliero di ben 5800 metri cubi di acqua che convogliandosi in un fontanone nell’odierna piazza Cavana riforniva tutta la colonia romana.

Nella foto i resti umani scoperti nel corso degli scavi del 1974 nell’Acquedotto della Val RosandraLa condotta dell’ Acquedotto romano liberato dai detriti (foto di Pino Sfregola)
L’acquedotto romano funzionò fino al V° o VI° secolo quando per la contrazione demografica, per il progressivo impoverimento della città e l’isolamento di tutto il territorio carsico, sarà abbandonato a sé stesso. (5)

Nella foto (da Enciclopedia monografica del FVG) l’Agro Romano

 

 

Note:
1. La prima Necropoli fu scoperta in Valcamonica vicino Brescia
2. “Ne è un esempio il complesso archeologico di Frattesina (XII-IX sec. a.C.), nei pressi di Fratta Polesine, costituito da un villaggio e da due vaste necropoli collocate  lungo un grande ramo padano, il “Po di Adria” oggi scomparso” (da parchideltapo)
3. I più importanti furono scoperti nelle valli dell’Isonzo e a Santa Lucia di Tolmino dove vennero rinvenute ben 7000 sepolture
4. Dagli studi di Federico Bernardini, archeologo presso il laboratorio del Centro di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste
5. Vedere l’articolo “L’acquedotto romano” su quitrieste.it

Notizie e consultazioni tratte da:
Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1998;
“L’uomo e le sue attività in Val Rosandra” articolo di Vojko Kocjančič;
D. Cannarella, Guida del Carso triestino, Preistoria, Storia, Natura, Ed. Svevo, Trieste, 1975.

VAL ROSANDRA: i primi insediamenti umani

 


Le prime testimonianze della presenza dell’uomo nella valle del Rosandra sono state scoperte sulle ripide pendici settentrionali del monte Carso (a 360 metri s.l.m.) nella cosiddetta Caverna degli Orsi il cui ingresso venne occluso dai detriti di falda accumulati nel corso dei millenni permettendo la conservazione di tutti i suoi preziosi reperti.

Nella foto (di Giovanni Boschin) la parte terminale della Caverna degli Orsi

Gli scavi archeologici effettuati tra il 1992 e il 2006 dal Dipartimento di Scienze Archeologiche dell’Università di Pisa, hanno datato la presenza dell’Homo neanderthalensis tra i 70.000 e 40.000 anni fa, quando le calotte glaciali coprivano le Alpi estendendosi fino il Mare Adriatico, allora più basso di 80-100 metri. La vastissima pianura che iniziava dove oggi si apre il golfo di Trieste congiungendosi alla Padania era ricoperta da una vegetazione tipica delle praterie fredde intervallata da boschi e zone acquitrinose dove pascolavano alci e cavalli.
Sia sui rilievi della Valle che lungo il fiume circolavano stambecchi, lupi e iene mentre gli orsi si rintanavano delle caverne durante i lunghi letarghi invernali.
Gli ominidi di Neanderthal avevano un fisico molto robusto e un aspetto rozzo: bassi di statura, con arti corti, nasi grossi, fronti ampie ed erano adattabili ai climi più freddi.

Nella foto (tes.com) una rielaborazione dell’aspetto dell’Uomo di Neanderthal
Organizzati in piccoli gruppi, si spostavano nelle varie zone della Valle cacciando mammiferi e selvaggine che venivano poi macellati con attrezzi di pietra in campi temporanei o piccole grotte.
La presenza dell’uomo nella Caverna degli Orsi, rilevata in alcuni livelli provocati dai progressivi depositi sedimentari o dai crolli delle volte, fu comunque piuttosto scarsa proprio per la presenza degli orsi durante i letarghi e qui testimoniata dal ritrovamento degli ossi e dalle zone lucidate dallo sfregamento delle loro pellicce (2).

Nella foto (di Giovanni Boschian) i crani dell’ Ursus spelaeus rinvenuti in una delle nicchie della Caverna degli Orsi sul Monte Carso
In alcuni casi i resti ossei furono completamente ricoperti di concrezioni stalagmitiche; in altri vennero ricoperti da veli di argilla depositata dallo stillicidio dell’acqua in epoche particolarmente umide.

Con l’arrivo della seconda glaciazione, culminata tra i 24 1 i 17.500 anni fa e durata fino ai 13-12.000 anni orsono, l’ Homo neanderthalensis scomparve sia dalla Valle che dal resto del Carso migrando nelle steppe pianeggianti che si estendevano nelle zone dove si sarebbe formato l’Adriatico settentrionale.

Con il riscaldamento del clima e la lentissima formazione della vegetazione alborea avvenuta circa 11.500 anni fa, le grotte del Carso si ripopolarono con la presenza del più evoluto Homo sapiens che disponeva di archi, punte di frecce e attrezzi di piccole dimensioni.
Nell’epoca del Mesolitico l’economia era infatti ancora basata sulla caccia ma iniziò anche la raccolte dei vegetali e quando fu completato l’innalzamento del mare, anche dei pesci (3).
L’unico insediamento di questo periodo in Valle fu rinvenuto negli anni Sessanta in seguito agli scavi effettuati da Francesco Stradi e altri soci della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” quando alla base del costone roccioso degradante verso Zaule scoprirono un centinaio di strumenti di pietra nella cosiddetta Cavernetta della Trincea, ai limiti delle Rose d’Inverno. (4)

Nel periodo del Neolitico, iniziato 7.500 anni fa, le temperature divennero più miti e le piogge distribuite nel corso dell’anno permettendo all’uomo di dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento di pecore, capre, bovini e maiali.
In questo lunga fase le grotte della vallata vennero usate anche come riparo per gli animali diventando delle stalle con notevoli accumuli di letame che veniva poi bruciato.
I ritrovamenti più importanti furono scoperti nel XIX secolo nella Grotta delle Gallerie (o delle Finestre) sul versante settentrionale della Val Rosandra, dove vennero travati numerosi frammenti di vasi in terracotta, facendo presupporre degli usi diversificati. (5)

Furono queste le ultime fasi delle occupazioni intensive delle grotte come abitazioni, stalle e laboratori.

Con l’Età del Bronzo, l’uomo iniziò a costruire i Castellieri, i primi insediamenti fortificati delle comunità le cui tracce sono ancora visibili su tutte le alture del Carso.

Note:
1. La grotta che si trova al confine della Slovenia ha l’aspetto di una tortuosa galleria suborizzontale di 140 metri di lunghezza e di 5-10 metri sia di larghezza che di altezza.
2. Gli Orsi delle caverne (Ursus spelaeus) avevano dimensioni maggiori rispetto a quelle attuali. (foto dinopedia.wikia.com) 3. Nelle grotte furono rinvenute diverse tracce soprattutto di molluschi marini.
4. Nel saggio “Il più antico popolamento della Val Rosandra” il professor Giovanni Boschian presuppone che con nuove ricerche potrebbero essere scoperti altri insediamenti nella valle considerando i suoi importanti fattori come la presenza d’acqua, la vicinanza del mare e soprattutto la possibilità del dominio visivo su tutta la zona seppure in terreni di non agevole percorribilità.
5. Secondo quanto riportato dal Catasto regionale delle grotte del Friuli Venezia Giulia alcuni indizi farebbero supporre che in un ambiente della grotta, probabilmente la caverna del camino, sarebbe stata attiva una vera e propria officina di vasai.

Notizie tratte dall’articolo del professor Giovanni Boschian del Dipartimento di Scienze Archeologiche dell’Università di Pisa “Il più antico popolamento della Val Rosandra” – Dario Gasparo, La Val Rosandra e l’ambiente circostante, Lint Editoriale, Trieste, 2008 – catastogrottefvg.it